sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Razzismo all’italiana”, libro sulla propria identità
Pubblicato il 06-04-2016


Marilena_crop-300x300Dopo “Antidoti contro la rabbia”, dell’aprile del 2014, esce il secondo libro di Marilena Delli: “Razzismo all’italiana-cronache di una spia mezzosangue”. Frutto della rielaborazione dell’esperienza personale dell’autrice di afro-italiana cresciuta a Bergamo, enclave leghista per eccellenza. Un’occasione preziosa per parlare (e riflettere) di Ius Soli, dei cosiddetti ‘nuovi italiani’ che arricchiscono il nostro Paese. Questo libro, tuttavia, rimane la storia vissuta in profondità di chi, come la scrittrice, è continuamente diviso a metà, con un’identità che oscilla perennemente tra cultura italiana e africana.
Il volume, presentato per la prima volta a Roma il 29 gennaio scorso, non a caso vanta gli interventi all’interno di diverse personalità di spicco: innanzitutto la prefazione dell’on. Cécile Kyenge, poi quelli della stilista Stella Jean, dello showman Idris Sanneh e della dott.ssa Emanuela Casti. Inoltre presto partirà un tour di presentazione con tournée in Italia e negli Usa. Già fissate alcune delle prime date: sebbene il giro promozionale sia ancora in via di definizione e di preparazione, sono già certe alcune tappe: al Festival del cinema africano il 10 aprile prossimo, il 23 aprile alla Libreria Ubik di Parma, il 25 luglio alla Libreria Griot di Roma e poi il 6 ottobre a New York.razzismo all'italiana

Marilena Umuhoza (che significa consolatrice) già di per sé è una garanzia. La Delli, infatti, è stata anche regista del documentario Rwanda’ Mama, selezionato al Festival del Cinema Sudafricano nel 2009, e di video musicali con band dall’Europa, Africa, Asia e Stati Uniti, e di altri artisti di calibro, tra cui Jovanotti stesso. Per lei un percorso intimo, un viaggio lungo, faticoso e sofferto per il superamento, l’accettazione e la convivenza con questa sua duplice inedita origine, una dimensione un po’ speciale in cui ha dovuto imparare a muoversi sulla propria pelle: quella stessa epidermide che tendeva a differenziarla e distinguerla, mentre lei voleva omologarsi, simbolo spesso di emarginazione e discriminazione che lei ha cercato di cancellare in vari modi. Eppure non si è mai sentita una disadattata in Italia, ma sempre legata a questo Stato.

Per questo Stella Jean (stilista di fama internazionale, innovatrice e guru della moda etica) la definisce “cruda, irriverente, dolorosa e divertente” in questo libro che è “un percorso insolito e a ostacoli”. Per Idris Sanneh, tale testo: “semina speranza, tolleranza, amore ed un po’ di ironia, che serve a stemperare gli animi”.
La definizione, però, a nostro avviso più completa di questa sorta di manuale di convivenza pacifica e vivere civile, proviene dalla dott.ssa Emanuela Casti (titolare della cattedra di Geografia e responsabile del laboratorio cartografico Diathesis delll’Università di Bergamo): “Una mirabile testimonianza della realtà contemporanea dove la mobilità delle persone, l’intreccio delle esperienze, la commistione culturale palesano un mondo nomade dove l’identità si costruisce nell’incontro e nell’accoglimento dell’altro. È il mondo che soppianta definitivamente il razzismo e le frontiere”.

Non a caso esso è dedicato “a tutti gli immigrati. A quelli che sono affogati per difendere un sogno. A quelli che sono approdati piantandone le radici”.
Con estrema sottigliezza e sensibilità, il ministro Kyenge nella prefazione non dimentica di sottolineare che l’autrice ha preso spunto dalla sua “odissea identitaria” per arrivare ad affrontare, “con vigore, ironia e tenerezza”, problematiche “di diversa natura: giuridiche, burocratiche, sociali come pure esistenziali” o religiose, che sono “sfide” etiche e sociali. Una situazione che riguarda, “oltre il 20% di bambini che nascono in Italia con almeno un genitore di origine straniera”, come Marilena, ma che vedono impreparato il nostro Paese. Tuttavia l’on. Kyenge nota come, al di là della rabbia che vi possa essere, questo libro non esprime mai disgusto, ma affetto e gentilezza per l’Italia, per un Paese “che sta mutando e crescendo”, dove la sua nomina è diventata l’emblema di un “cambiamento possibile”, in cui siano sanciti e rispettati i diritti che tutti quelli come Marilena richiedono, in cui si colga “il valore dell’uguaglianza nella differenza”: “un cambiamento che terrorizza alcuni, ma che in molti stanno accettando e desiderando”. In cui si comprenda che non c’è nulla di sbagliato nella diversità e che “il mondo non è monocolore, appartiene a tutti!” e che ogni forma di razzismo o atto xenofobo o a sfondo etnico appunto, che vorrebbe quale un handicap la propria conformazione fisica, è inutile e vuota. Visione che i personaggi Disney e le icone di colore del mondo dello sport, della tv e della musica hanno contribuito a diffondere e incentivare fortunatamente nel tempo. “Il razzismo è una forma di cecità” e “il mondo del razzista è povero di varietà, incapace di sorpresa, privo di occasioni per incontrare davvero gli altri”, afferma l’on. Kyenge; perché giudica e critica a prescindere e a priori, senza conoscere davvero. Una lotta e una sfida a pregiudizi e diffidenza, per guadagnarsi rispetto e rispettabilità sulla base delle proprie capacità, che i genitori di Marilena stessi hanno condotto già prima di lei. Sostenere gli sguardi di chi ti guarda con sospetto non è mai facile, si sa. Forse, però, queste storie di chi con tenacia ha combattuto alacremente, possono portare speranza nel riuscire a “costruire legami di fiducia e sostegno reciproco”, tra Stati, generazioni e popolazione diversi e lontani tra loro, affinché siano e si sentano più vicini. Questo l’auspicio più profondo del ministro Kyenge, affinché i giovani realizzino anche in terre straniere i propri talenti e non si sentano mai esclusi, ma inclusi ed accolti con fratellanza, mai un peso ma una ricchezza da coltivare.

La vicenda di Marilena, infine, assume ancora più valenza per il suo connotato particolare: ella è figlia di un prete e missionario in Africa che, a quarant’anni, decide di spogliarsi della tonaca e sposare una donna ruandese con una disabilità fisica. Ma l’amore non ha barriere si sa. La madre, invece, fu la prima cittadina seriatese a votare, senza bisogno di mostrare la carta d’identità ed è stata contabile in un’azienda americana; s’iscrisse a un sindacato per la tutela dei diritti dei disabili, ma le discriminazioni e le ingiustizie (compresi dispetti dei colleghi) non le mancarono. Tuttavia una mamma moderna, sempre più italiana in tutto e per tutto, ipertecnologizzata e super lavoratrice con 25 anni di lavoro apprezzato poi alle spalle. Non si è fatta fermare dalla disabilità, mentre il razzismo ancora non cessa ad arrestarsi. Persone umili e riservate, ma molto dignitose; eppure spesso si vedono negato un aiuto o sono vittime di episodi in stile apartheid del Sudafrica, anche da parte di politici. Sua madre scelse per lei il nome della Regina D’Austria Maria Elena.

Ricordi ad occhi aperti, anche dolorosi, quelli di Marilena e pieni d’affetto per i genitori, che hanno cercato di non farle mancare nulla, anche se costretti a vivere nel quartiere malfamato di Bergamo. Eppure genitori che non l’hanno mai istigata a reagire con violenza, anzi le hanno insegnato la tolleranza.

Ad arricchire il libro “Razzismo all’italiana”, numerose citazioni significative riportare nei vari capitoli dall’autrice. Oltre che vignette provocatorie e altamente personalizzate: è il grido di chi vuole uscire dall’anonimato di dover fare “la riserva” o di risultare “invisibile”, ma con un attaccamento alla famiglia meraviglioso e straordinario; di chi è stato in silenzio troppo a lungo ed è stata “ferita nel profondo”.

Barbara Conti

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