martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

AL TRAGUARDO
Pubblicato il 11-04-2016


Matteo Renzi

Le riforme sono sul rettilineo di arrivo a un passo dal traguardo mentre le opposizioni chiedono il rinvio del voto. Il raggiungimento di un punto fondamentale per l’agenda politica del governo, coincide però  con un momento non facile per il presidente del consiglio che si appresta a percorrere nei prossimi mesi un vero e proprio sentiero minato. Renzi ha parlato di Giornata storica per le riforme costituzionali. Al referendum sulla riforma costituzionale “basta vincere”, ha detto, non importa con quale percentuale: “Mi gioco tutto”. Il premier ha aperto il discorso sulle riforme costituzionali alla Camera in un’aula abbandonata dalle opposizioni. Ha subito ricordato il ruolo di Giorgio Napolitano e ha proseguito ricordando i lavori dei Costituenti. Poi ha aggiunto criticamente a proposito delle opposizioni assenti: “Dicono ‘andiamo fuori dal Parlamento’ per mandare a casa il governo. Ma quando si andrà a votare tanti di loro resteranno fuori dal Parlamento e non credo sarà un problema per la stragrande maggioranza degli elettori”. E ha poi aggiunto: “Per la prima volta la classe politica mostra il meglio di se stessa. Riforma se stessa e non altrettanto hanno fatto altre parti della classe dirigente di questo Paese. Perciò la politica dà una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente di questo Paese”, ha detto Renzi alla Camera nel dibattito sulle riforme. “La politica – ha sottolineato – si dimostra in grado di far vedere la pagina più bella quando sfidata. Sono qui per rendervi omaggio e gratitudine: date una lezione a tanti”.

Per Renzi la tabella di marcia è già fissata con il voto finale atteso al più tardi entro mercoledì 13. Ma i temi sul tappeto che potrebbero rivelarsi scivolosi per il premier sono diversi, come il conflitto di interessi e le intercettazioni. Dal 12 aprile poi in commissione Giustizia del Senato si dovrebbe tornare a parlare di riforma del processo penale (al cui interno c’è il capitolo intercettazioni) ma già si ipotizza uno slittamento dei tempi (almeno a dopo il referendum). Si avvicina inoltre la scadenza di domenica 17 aprile, quando il Paese sarà chiamato a pronunciarsi sul referendum anti-trivelle inviso dal premier che punta su un esito “fallimentare”. Un tema sui cui è arrivata anche la posizione del presidente della Consulta Paolo Grossi per il quale è giusto invece partecipare al voto. È questo è un altro passaggio-chiave per l’esecutivo dato che Renzi non ha esitato a metterci la faccia convinto di avere dalla sua solide ragioni che ha voluto contrapporre a quelle dei governatori promotori, degli ambientalisti e soprattutto dei 5 Stelle che su questo referendum hanno costruito una campagna contro “trivellopoli”.
E proprio sulle questione legate al petrolio che martedì 19 aprile, al Senato si aprono le danze sulle due mozioni di sfiducia al governo presentate separatamente da M5s e dal centrodestra (Fi-Lega-Cor). Altro momento di preoccupazione solo le elezioni amministrative del 5 giugno. Non si annuncia facile vincere le sfide di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, per dire alcune delle più importanti città al voto. Per un sondaggio pubblicato da La Repubblica, Grillo tallona il Pd e vincerebbe al ballottaggio, è l’effetto delle inchieste. Un sondaggio, svolto da Demos, in cui si evidenzia una svolta di opinione: il 45 % giudica peggiore la corruzione di oggi rispetto alla Prima Repubblica.

Nel corso del dibattito sulla Riforma Costituzionale per i socialisti è intervenuta Pia Locatelli, capogruppo alla Camera. Per la deputata del Psi “trasformare il voto referendario in una sorta di plebiscito personale è un errore che abbiamo visto già fare nei governi passati e che non porta nulla di buono, non tanto per la maggioranza e per il governo, ma per il Paese”. “Il presidente del Consiglio si è esposto in prima persona ed ha strettamente legato l’esito del referendum di ottobre alla durata del suo Governo. Un legame, enfatizzato, che paradossalmente mette a rischio la riforma stessa in quanto costituisce una piattaforma unificante tra il fronte di coloro che non ne condividono i contenuti e coloro che vedono nella vittoria del No un’occasione unica per far cadere il Governo Renzi. Il loro obiettivo è assestare un colpo al Partito Democratico e alla attuale maggioranza nell’ottica di un ricambio a Palazzo Chigi o di un ricorso anticipato alle urne. Se questa riforma serve al Paese, come noi pensiamo, allora essa deve essere approvata a prescindere dalle sorti politiche di Matteo Renzi e del Governo che egli presiede”.

Sul tema delle riforme è intervenuto, criticandole, l’esponente del Psi Bobo Craxi: “Mio padre e il gruppo dirigente di allora del Partito socialista italiano – ha detto ospite della trasmissione ‘8 e mezzo’, condotta in studio da Lilli Gruber – tentò, sin dalla fine degli anni ’70, di risolvere per via democratica la crisi di sistema della politica italiana: Renzi, invece, la sta accelerando”. “Si tratta di una differenza radicale”, ha proseguito l’esponente socialista, “nonostante alcune indubbie ‘assonanze’ in merito al cosiddetto ‘decisionismo’ dei due leader. Tuttavia, mio padre non ruppe mai il rapporto con il sindacato, anche perché fu la Cgil, in quel periodo, a dividersi. E mantenne sempre una sensibilità particolare nei confronti dei ‘gruppi intermedi’ della società italiana. Io non so se può definirsi ‘spregiudicata’ l’abolizione del voto segreto in parlamento, che fu l’unica riforma dei regolamenti parlamentari che riuscì, in quella fase storica. Riguardo, invece, alla ‘personalizzaizone’, questo è un dato che appartiene totalmente alla seconda Repubblica, anche se nella prima vi furono alcuni ‘accenti’. In ogni caso, l’impressione che si ha”, ha sottolineato Bobo Craxi, “è che Renzi non abbia un vero disegno ‘alternativo’ alla crisi del sistema politico italiano, poiché la sua risposta istituzionale va in una direzione decisamente diversa rispetto a quel che servirebbe, riducendo gli spazi di democrazia. Noi viviamo, ormai da un decennio, sotto un vincolo europeo. E il contrappeso naturale di fronte a una simile condizione ‘vincolata’, che strangola le economie interne, dovrebbe essere un contrappeso democratico ‘largo’. Invece, Renzi propone una riforma elettorale che riduce gli spazi di democrazia e, al contempo, la sua revisione costituzionale introduce un elemento ‘dispostico’, in cui un solo leader nomina praticamente tutti i parlamentari. Non mi sfugge”, ha aggiunto, “che il rapporto tra decisione e velocità di realizzazione sia un tema politico reale. Tuttavia, una certa idea d’insindacabilità del potere politico, oltre che una follia, soprattutto se proposta ‘da sinistra’, è una cosa che sta nel novero delle democrazie ‘guidate’, dunque degli autoritarismi”.

Ginevra Matiz

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Commenti all'articolo
  1. Un Parlamento eletto con legge elettorale contraria alla Costituzione (non è una opinione ma quanto sentenziato dalla Corte Costituzionale con sent. 1/2014) che vuolle cambiare 42 articoli della Costituzione, quasi un terzo del totale e la metà esatta della parte seconda, è qualcosa che somiglia assai da vicino ad un colpo di Stato. Non violento certo e neanche esplicito. Ma egualmente pericoloso.

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