giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

ALTA TENSIONE
Pubblicato il 05-04-2016


Paola Regeni, madre di Giulio, in occasione di una conferenza stampa al Senato (foto Ansa)

Paola Regeni, madre di Giulio, in occasione di una conferenza stampa al Senato (foto Ansa)

“Ci fermeremo solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in Parlamento illustrando la posizione del governo italiano sulla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore sparito misteriosamente due mesi fa e ritrovato cadavere qualche giorno dopo con evidenti segni di tortura.

E la risposta dal Cairo non si è fatta attendere facendo salire la tensione col nostro Paese. Gli avvertimenti dell’Italia, per bocca del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri egiziano “complicano la situazione”.
Gentiloni, ribadendo in aula al Senato la posizione del governo italiano sulla morte di Giulio Regeni, ha detto tra l’altro “ci fermeremo solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”. “L’omicidio di Regeni ha scosso le nostre coscienze e il Paese intero perché è stata stroncata la vita di un italiano esemplare, per il modo in cui è stato atrocemente torturato e ucciso e per la lezione di compostezza dei genitori”. “Per ragioni di Stato non permetteremo che sarà calpestata la dignità dell’Italia”. “Se non ci sarà un cambio di marcia, il governo – ha spiegato il ministro – è pronto a reagire adottando misure immediate e proporzionate”.

Il clima pare però volgere al brutto e c’è il rischio che salti anche l’appuntamento di domani, anche se Gentiloni non sembra temere la trappola diplomatica dell’escalation di dichiarazioni che hanno come unico scopo apparente quello di soddisfare l’opinione pubblica con sacrsa o nulla attenzione per la complessità della vicenda e le pesanti implicazioni di una rottura diplomatica.

“Siamo alla vigilia di importanti incontri che potrebbero essere decisivi per lo sviluppo delle indagini” – ha detto il ministro aggiungendo che “dobbiamo capire se la fermezza delle reazioni dell’Italia intera potranno riaprire un canale di piena di collaborazione e lo capiremo a partire dall’incontro di giovedì e venerdì di questa settimana” con gli inquirenti egiziani.

Con il passare delle settimane la collaborazione delle autorità egiziane sul caso Regeni – ha continuato – è stata “generica e insufficiente”, poi l’arrivo del procuratore Pignatone al Cairo “ha rimesso la collaborazione sui binari giusti”. Il ministro ha ricordato che l’Italia ha sempre fatto “richieste precise e circostanziate” agli inquirenti egiziani, ma la Procura di Roma ha spiegato che il “dossier” consegnato era “carente, mancavano almeno 2 dei 5 capitoli richiesti, come il traffico della cella telefonica di Regeni ed eventuali video della metropolitana del Cairo”. “Ulteriori difficoltà sono arrivate dall’accavallarsi di notizie, versioni più o meno ufficiali, smentite verità di comodo che in questi ultimi due mesi sono circolate con troppa frequenza, quasi sempre fuori dai canali ufficiali”.

E poi si sono susseguite “teorie, come quella dell’azione criminale, alle voci su Giulio Regeni informatore di questa o quella intelligence, e questo non ha contribuito all’efficienza della nostra collaborazione”. La pista dei rapinatori è stata “un ulteriore e ancor più grave tentativo di accreditare una verità di comodo, ma l’Italia ha subito chiarito che non l’avrebbe accettata come conclusione delle indagini”. “Nei giorni successivi diversi membri del governo egiziano hanno chiarito che le indagini sono ancora in corso e di questo abbiamo preso atto”.

Con ogni evidenza il governo egiziano è in grave imbarazzo di fronte al caso Regeni. Vuoi che si sia trattato di un ‘errore’ dei servizi segreti o delle squadracce di polizia – il giovane scambiato per una ‘spia’ – vuoi che si tratti di una faida interna al regime di al-Sisi subentrato con un golpe militare a quello dei Fratelli musulmani del presidente Morsi per screditarlo davanti all’opinione pubblica mondiale oppure che si tratti di un’abile manovra dell’opposizione islamica sempre al fine di screditare il regime di al-Sisi con l’aiuto di qualche ‘manina’ estera interessata (turca, saudita …) per modificare gli instabili equilibri regionali, in ogni caso per il Cairo il colpo è durissimo e non facile da assorbire.

Al Sisi non può perdere la faccia ammettendo di non avere il controllo delle sue truppe e neppure che gli oppositori siano tanto forti da creargli uno scandalo del genere sotto il naso. In ogni caso è nell’angolo e anche per l’Italia non è facile chiudere la questione senza che vi sia almeno un segno concreto della volontà di fare giustizia.

Una brutta situazione che può avere implicazioni pesanti per i due Paesi, ma che in Italia viene utilizzata strumentalmente per la guerra tra maggioranza e opposizione.

L’occasione è stata data dai banchi vuoti nelle file dell’opposizione durante l’informativa del ministro Gentiloni a palazzo Madama. Sedie libere tra i cinque stelle, ma ancora di più è il vuoto tra Fi, Idea, Cor e Ala. Tra le presenze l’azzurro Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi (Idea), Lucio Barani (Ala).
I senatori del Pd sono partiti a testa bassa contro l’M5s riempiendo i social network di messaggi così come prescrive la propaganda mediatica 2.0. Più tardi – ma si sa che conta chi spara per primo e l’importante e buttarla in rissa – i grillini replicano spiegando che erano alla manifestazione sullo scandalo petroli, ma ormai la sostanza della questione pare essere finita in secondo piano.

“Non so se per conseguire questi tre obiettivi: verità su Regeni, individuazione e punizione dei responsabili, riportare i diritti umani al centro dell’attenzione internazionale – ha detto la capogruppo del Psi a Montecitorio, Pia Locatelli intervendo (il video) dopo la relazione di Gentiloni – sia meglio ritirare il nostro ambasciatore o farlo restare perché incalzi le autorità egiziane; far dichiarare l’Egitto paese insicuro, colpendolo nel turismo, usare il gas di Zohr essendo dell’Egitto, più che dell’Eni il maggior interesse a quel gas di cui ha un bisogno disperato, o minacciare di farlo. Non so quale sia l’arma più efficace. È certo che a nessuno di questi tre obiettivi possiamo rinunciare, i limiti della realpolitik non possono fermarci”.

Salvo novità, come comunicato dalla procura generale del Cairo, una delegazione di magistrati della stessa procura e di poliziotti incaricati delle indagini sulla morte di Giulio Regeni partirà dal Cairo per Roma domani, mercoledì 6 aprile. “La delegazione sarà diretta – si dice in un comunicato – dal consigliere Moustafa Soleiman, assistente del procuratore generale, ed esaminerà gli ultimi sviluppi delle indagini della procura generale egiziana nella vicenda Regeni. L’ invio della delegazione rientra “nel quadro della cooperazione tra la procura generale egiziana e la procura italiana, e in applicazione dell’accordo tra il procuratore generale egiziano, consigliere Ahmed Sadek ed il procuratore capo italiano Giuseppe Pignatone durante la sua visita a Roma”.
Armando Marchio

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