lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

SCOGLIO PENSIONI
Pubblicato il 01-04-2016


Pensionati Inps pensioniCome un fiume carsico che ogni tanto riemerge in superfice, continua il dibattito sulle pensioni tra le richieste – in testa il presidente dell’Inps, Tito Boeri – di ‘flessibilizzazione’ della riforma Fornero, i ‘no’ del Governo che non ha nessuna voglia di affrontare il tema in campagna elettorale e le proteste degli ‘esodati’, la cui lista sembra allungarsi ogni giorno di più.

Ultima a intervenire è stata la Corte dei Conti, secondo cui “è stata calcolata la spesa che si sarebbe avuta nel 2015 senza la riforma del 2007, e senza i molteplici interventi del biennio 2010-2011. La spesa per pensioni – scrivono – sarebbe stata superiore di ben due punti percentuali di Pil rispetto a quella effettivamente realizzatasi, cioè oltre 30 miliardi di euro l’anno, e per un periodo di almeno quindici anni”.
Intanto, secondo i dati dell’Istat, il tasso di disoccupazione a febbraio è tornato a salire all’11,7% e i disoccupati sono aumentati di circa 7.000 unità, soprattutto donne (il tasso di disoccupazione giovanile scende un po’, dello 0,1% rispetto al mese precedente). La spiegazione di questa battuta di arresto nella frenata della disoccupazione è da attribuirsi, secondo l’Istat, alla riduzione degli incentivi. “Dopo la forte crescita registrata a gennaio 2016 (+0,7%, pari a +98 mila) presumibilmente associata al meccanismo di incentivi introdotto dalla legge di stabilità 2015” il calo dell’ultimo mese riporta i dipendenti permanenti ai livelli di dicembre 2015.


Troppo lento il passaggio al contributivo
di Nicola Scalzini

Devo confessare che ho un po’ di ritegno a parlare di pensioni, per la semplice ragione che ne discutono continuamente un gruppo di urlatori più o meno esperti invitati in permanenza nei talk-show di Floris, Giannini, Gilletti Paragone,etc, perché lo scopo di questi dibattiti non è quello di spiegare, informare, insomma aiutare a capire quello che bolle in pentola, bensì alzare il più possibile “lo share”. E ogni volta che si apre il discorso pensioni gli indici di ascolto si impennano.

Esse riguardano oltre 16 milioni di anziani e 25 milioni di lavoratori, compresi i disoccupati, vale a dire la quasi totalità dei cittadini. Se ne dicono di tutti i colori. Conviene forse fare riferimento alle richieste che il sindacato ha presentato recentemente al Governo con lo scopo di riaprire un confronto. Si tratta di temi abbastanza noti su cui il sindacato insiste da tempo come la flessibilità al pensionamento, la copertura pensionistica certa per i giovani, condizioni agevolate per i lavoratori che svolgono attività usuranti, o che abbiano iniziato a lavorare in età precoce. Eppure questi problemi non avrebbero ragione di esistere se la riforma che ha introdotto il metodo contributivo fosse stata attuata in modo completo e in tempi ragionevoli (come ad esempio hanno fatto gli svedesi che hanno attuato una riforma analoga alla nostra in un decennio). Per dare un’idea della dilazione esasperata del nuovo regime, è sufficiente notare che nel 2025, cioè dopo 30 anni dalla riforma, solo il 4% dei pensionati avrà una pensione calcolata interamente con il nuovo sistema e nel 2050 tale quota si aggirerà intorno al 40 %. In altri termini il Sindacato che ad ogni modifica del sistema si è sempre opposto duramente, nel ‘95 accettò finalmente una riforma radicale rinviando la sua effettiva applicazione, come abbiamo visto, al futuro remoto.
Comunque la riforma così come è stata corretta dall’ex ministra Fornero, è stata determinante a ripristinare la fiducia verso il nostro Paese, da parte delle istituzioni internazionali, che si era ridotta ai minimi termini prima del Governo Monti. Nel breve e medio periodo, man mano che procede lo smaltimento delle pensioni retributive la spesa resterà elevata per poi rientrare gradualmente sui livelli medi europei. Insomma abbiamo riguadagnato la sostenibilità del sistema.

Sì, d’accordo, qualcuno afferma, che il sistema è sostenibile, oltre che più trasparente ed equo, ma “a scapito di pensioni di fame delle future generazioni”. Questa che si sente dire è una sciocchezza. A meno di un terribile collasso economico e di feroce impoverimento, l’elevato flusso dei contributi previdenziali che continuano a pagare i lavoratori dove andrebbe a finire? Il sistema contributivo mediamente fornisce più o meno il medesimo importo rispetto al retributivo per un lavoratore di 65 anni. L’importo è minore per chi si pensiona prima, ma è più elevato per coloro che vanno in pensione più tardi. Se poi emergono esigenze specifiche per situazioni degne di assistenza si dovrà certamente provvedere. Ma si tratta di frange nettamente minoritarie.

I sistemi contributivi hanno anche come caratteristica implicita la piena libertà del lavoratore di scegliere la data di pensionamento all’interno di un ampio periodo che ad es. potrebbe essere fissato tra 62 e 70 anni. Da noi è stato conservata una pratica “retributiva”caratterizzata dalla rigida fissazione dell’età di pensionamento. Il sistema contributivo, com’è noto si basa sull’equivalenza attuariale tra contributi versati e prestazioni attese; non comporta né penalizzazioni né vantaggi per il lavoratore e quindi né maggiori né minori spese per lo Stato in relazione ai diversi tempi di uscita scelti dal lavoratore . Si determinano certamente variazioni nei flussi di spesa negli anni di prima applicazione della flessibilità d’uscita, dato il prevedibile ricorso ai pensionamenti anticipati di una parte dei lavoratori che va a sommarsi ai pensionamenti ordinari per conseguimento dei requisiti. I maggiori flussi di spesa saranno compensati dalla loro riduzione nel più lungo periodo. Ci potrebbe essere qualche debole effetto sul disavanzo nei primi anni su cui occorrerebbe promuovere una trattativa con l’UE che a mio parere date le caratteristiche del contendere non dovrebbe provocare eccessivi problemi. La flessibilità in uscita andrebbe dunque introdotta già con il prossimo anno anche per togliere ostacoli e rigidità inammissibili anche nel mercato del lavoro. Si pensi ai lavoratori che in età avanzata vogliano pensionarsi per svolgere attività meno pesanti, e sommare alla pensione ridotta una retribuzione anch’essa proporzionata al nuovo lavoro meno impegnativo.

Nicola Scalzini

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