sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Nicola Zoller:
Apologia dell’Italia repubblicana
Pubblicato il 26-04-2016


“Abbiamo davanti a noi un’Italia senza fede, incredula, come sempre, in cui dilaga la corruzione, la sfiducia negli ideali, la rassegnazione di fronte al fatto compiuto, la furberia e lo spirito di sopraffazione del più forte sul più debole. Non sono morti per questo coloro che oggi commemoriamo”. Un discorso per la Festa della Liberazione che estremisti e populisti del mondo politico, giudiziario e mediatico vorrebbero riproporre pari pari anche oggi, e che testimonia come il ricorso a parole forti può essere riciclato per fini di contesa e di aggressione politica, anche se quello originario non era pronunciata da un mestierante qualunquista ma dal filosofo Norberto Bobbio il 25 aprile 1961. Eppure in Italia si stava aprendo una stagione nuova, che avrebbe portato il paese a quella rinascita civile, alla fuoriuscita dalla miseria, per cui tanti resistenti avevano dato la vita. Uno dei più grandi storici economici che l’Italia abbia avuto, Carlo M. Cipolla, suggellò con queste parole la nuova età repubblicana: “Il bilancio economico del quarantennio post bellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo”.
Poi all’inizio degli anni ’90 venne chi con dedizione rimasticò a sproposito il discorso di Bobbio, e l’età repubblicana che aveva dato frutti così insperati finì sepolta dal fango giustizialista: a quei detrattori – emergenti tra estremisti ex fascisti, leghisti e ex comunisti col sostegno del mondo finanziario interessato a screditare la politica di concerto con fette decisive dello stesso apparato pubblico – sfuggiva principalmente per calcolo ma anche per crassa ignoranza quanto spiegato con parole semplici dal vicedirettore del Censis Carla Collicelli: “Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo, l’Italia non doveva essere poi così corrotta”.
E’ davvero emblematico che dopo l’operazione “Mani pulite” sia calato sul paese un clima di decrescita, di sfiducia e di affanno che ci accompagna come una maledizione da più di un Ventennio e che fa affermare ora nel 2016 al governatore delle Bce Mario Draghi che un’intera fascia giovanile rischia di non avere futuro, con il paradosso di una persistente “disoccupazione che colpisce la generazione più istruita di sempre”. Eppure chi soffia sul fuoco dello sfascio sono quelli di prima, quelli degli anni Novanta, con l’aggiunta di nuovi e più fragranti emuli fra i “pentastellati”. Usano tutti un frasario estremo, demonizzano l’avversario con un linguaggio da gendarmi: non ci sono innocenti, sono tutti colpevoli, e le prigioni sono troppo poche. E’ uno sfascismo che frena l’ancor timida azione riformista del governo Renzi, che prova a dare iniezioni di ottimismo ed a fare qualcosa di giusto. No, non c’è niente di buono, niente di onesto: un’opposizione variegata come sopra descritta, che trova aderenze anche all’interno dello stesso Pd principalmente tra elementi di estrazione comunista e cattocomunista, è votata a delegittimare l’avversario, non a contestarlo nel merito. Non sanno che così stroncano la dialettica democratica e la possibilità stessa di diventare un’alternativa di governo credibile. Un sistema di alternanza al governo funziona infatti se non ci si sente duri, puri e indispensabili contro una banda di demoni corrotti: così ci si erge a sostituire permanentemente il nemico delegittimato, che va eliminato una volta per sempre; un obiettivo che contrasta inevitabilmente col concetto stesso di alternanza che prevede appunto un confronto tra schieramenti entrambi utili alla cosa pubblica. Non ci sono state né ci saranno buone ricorrenze della Liberazione “se ancora odio viene acceso tra gli italiani” – ammoniva il padre dei sette fratelli Cervi – e se il sacrificio dei combattenti per la libertà non servirà – secondo il testamento del capitano Franco Balbis – “per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo”.

Nicola Zoller

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