venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Socialismo domani
Pubblicato il 05-04-2016


Lo tsunami prodotto dalla rottamazione “renziana” ha cambiato in meglio il sistema politico italiano, disarticolando vecchie rendite di posizioni e approvando riforme importanti che il Paese aspettava dalla nascita dell’improbabile Seconda Repubblica.

Tuttavia l’approvazione dell’Italicum, altrettanti sbarramenti elettorali in molte regioni italiane e il taglio del numero dei consiglieri negli enti locali, hanno messo a rischio la stessa sopravvivenza della nostra comunità socialista.

Il superamento del concetto di coalizione e la ricerca di un Partito della Nazione a vocazione maggioritaria di veltroniana memoria , infatti, riducono al centro, come in periferia, il nostro campo di azione.

L’impianto strutturale dall’Italicum rischia di far scomparire quel che rimane del centrosinistra in un unico grande e insipido rassemblement della nazione. Tuttavia, questa reductio ad unum, indotta o meglio forzata, non ci convince affatto.

Dobbiamo in primis, quindi, cercare, facendo fronte comune con quelle altre forze che condividono questa nostra stessa preoccupazione, di modificare l’attuale legge elettorale, riportando il premio dalla lista alla coalizione.  Si tratta della conditio sine qua non per provare a concepire uno spazio per la nostra esistenza autonoma.

Fatta questa doverosa premessa abbiamo deciso di ripensare insieme alcune proposte per ritornare ad avere un ruolo nella politica italiana.

Attualmente la nostra storia è fatta di coraggio, libertà e battaglie politiche di innovazione per il Paese. Caratteristiche che hanno tenuto in vita una piccola comunità, seppur tra mille scissioni e difficoltà.

Ma sopravvivere è differente dall’essere protagonista del nostro futuro.

Come fare  allora a far emergere le nostre idee più valide e innovative di quelle di altri partiti più sovrapposti di noi mediaticamente? Certamente non possiamo competere in termini economici e di comunicazione. E allora che fare?

Per competere, l’unica strada è quella della politica razionale e puntuale. I grandi partiti di massa generalisti sono stati consegnati al passato, i partiti attuali sono invece dei semplici comitati elettorali che vivono di slogan e marketing, lontani anni luce da quell’elaborazione politica, fatta di pensiero e riflessione che invece è indispensabile non solo per concepire delle buone riforme, ma anche per declinarle ed attuarle nel miglior modo possibile, con leggi e provvedimenti amministrativi di qualità, in grado di migliorare effettivamente il funzionamento di uno stato ipertrofico e burocratizzato come il nostro.

Un piccolo partito come il PSI, non potendo dotarsi di strumenti di propaganda e di slogan generalisti, ma volendo svolgere un ruolo riformatore attento della politica e della cosa pubblica, ha l’obbligo di rivolgersi a un ceto riflessivo che sappia apprezzare una proposta politica su pochi temi specifici, con proposte di alto livello qualitativo e di forte tasso riformatore.

Fuor di metafora, l’attuale PD renziano appare impegnato, con alterne fortune, quale alfiere del cambiamento in campo economico, sociale, istituzionale, ma tale sforzo appare spesso generico nelle intenzioni e superficiale negli esiti.

Pur apprezzando lo sforzo del Premier, tuttavia, non possiamo non notare come molti dei provvedimenti, pur condivisibili nei titoli e nelle intenzioni, pecchino in molti casi di genericità, a volte limati dai necessari equilibrismi di maggioranza eterogenea; per cambiare realmente l’Italia è necessario, invece, che la politica e le istituzioni propongano delle innovazioni e delle riforme qualificate, in grado di fare uscire il Paese dallo stallo che dura ormai da molti anni, avendo sempre presente quale bussola il miglioramento reale non solo del funzionamento dello Stato e delle sue articolazioni territoriali, ma anche il miglioramento reale della condizione di milioni di cittadini, in particolare giovani e disoccupati, oltre che ceto medio impoverito, che da tali riforme dovrebbero trarre un’apertura di credito per riacquisire un ruolo attivo e produttivo nella società italiana.

Il futuro è tutto da costruire; bisogna ridare al Paese una forza che rappresenti la cultura laica, liberale e socialista.

Questa è la strada per un futuro diverso per il nostro Paese, è la strada per dare un futuro diverso alla nostra comunità socialista.

Prima costruiamo il perimetro delle idee, prendendo a piene mani da quelle intelligenze singole o collettive che condividono questo progetto, per parlare a quell’Italia consapevole che non si accontenta di un generico cambiamento, ma che vuole comprendere a fondo quale sia la direzione di marcia da intraprendere e quale le ricette da applicare;  poi definiamo laicamente il perimetro delle alleanze.

Per tornare a parlare all’Italia migliore, per tornare a essere protagonisti della politica italiana.

  1. UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE PER IL PSI

Il Partito Socialista Italiano esprime la più antica tradizione politica italiana. Una tradizione così gloriosa da dover poggiare su nuovi strumenti organizzativi capaci di proiettarla nel futuro, attraverso una equilibrata combinazione di esperienza e rinnovamento.

Già nel 2015 è stata approvata, dal Consiglio nazionale, una proposta di riorganizzazione territoriale del partito volta ad adeguare le strutture esistenti al mutato contesto istituzionale, in un’ottica di maggiore convergenza tra i livelli di decisione e quelli di iniziativa elettorale del PSI.

Il prossimo Congresso nazionale dovrà completare quel percorso, e spingersi ancora più in avanti.

Dovrà pertanto essere elaborata, accanto alla linea politica e programmatica, una nuova idea di organizzazione del partito necessaria a veicolare con maggiore efficacia il messaggio socialista sia all’interno che all’esterno.

In questa prospettiva di rilancio dell’iniziativa socialista appare fondamentale ripensare il modello di organizzazione della nostra comunità, mediante la semplificazione dei livelli territoriali, lo snellimento delle procedure interne, l’apertura alle nuove tecnologie per il costante coinvolgimento degli iscritti nelle attività interne ed esterne del PSI, meccanismi di proselitismo capaci di coniugare tradizione e modernità, sistemi di finanziamento diversificati e adeguati alle mutata legislazione in materia.

A ciò si aggiunga l’opportunità di prevedere sistemi di raccordo tra l’attività del gruppo dirigente nazionale con la rappresentanza parlamentare, e nondimeno, la creazione di organi snelli di direzione politica, in grado di coniugare il pluralismo con la tempestività.

Per realizzare la riforma delle strutture territoriali e centrali del partito, è utile fare riferimento alle migliori esperienze messe in campo dai principali partiti socialisti in Europa, a iniziare dal Labour Party. Proprio da quanto fatto in Gran Bretagna di recente possono venire interessanti spunti d’iniziativa, in particolare per ciò che riguarda l’apertura della comunità socialista verso l’esterno, mediante un meccanismo capace di coniugare le tradizionali campagne d’adesione con strumenti di reclutamento collaterali.

In questa direttrice, la base della comunità socialista italiana andrebbe ampliata ricomprendendovi anche gli iscritti a ben selezionate associazioni tematiche o di ispirazione riformista che intendano dialogare con il partito. In tal modo, potremmo distinguere il “soggetto politico socialista” – incarnato dal PSI nei diversi livelli territoriali – dallo “spazio politico socialista”. Sia gli iscritti al PSI, che gli aderenti alle associazioni collaterali, formerebbero la constituency per l’elezione degli organismi dirigenti, con un diverso grado di coinvolgimento, soprattutto in materia di elettorato passivo, a seconda dell’appartenenza o meno al partito.

In altri termini, i componenti delle associazioni collaterali al PSI avrebbero il diritto di scegliere, in ciascun livello, i gruppi dirigenti del partito, ma non potrebbero ricoprire i principali ruoli direttivi, da riservare unicamente ai militanti del partito.

Il meccanismo di osmosi tra interno ed esterno troverebbe ulteriore sviluppo nella partecipazione di tutti i membri della comunità socialista, intesa in senso ampio, alle principali scelte politiche del partito, mediante quote di rappresentanza negli organismi del PSI riservata agli iscritti alle associazioni collaterali.

La revisione della forma partito dovrebbe, infine, poggiare sulla necessità di superare l’attuale configurazione per approdare a nuovi modelli organizzativi capaci di conciliare la presenza territoriale del PSI con una dinamicità di iniziativa da incentivare con procedure interne più snelle, a cominciare dall’attribuzione dei ruoli di responsabilità.

Per perseguire l’insieme degli obiettivi di riforma, il Congresso dovrà pertanto individuare i mezzi ritenuti più idonei allo scopo, a partire dall’istituzione di una Commissione ad hoc con compiti istruttori e di proposta rispetto al Consiglio nazionale, al fine di avviare il percorso di revisione delle strutture ad ogni livello ed adeguarle alle esigenze della modernità.

  1. LA NOSTRA COMMUNITY

Riteniamo necessario affiancare alla proposta di riorganizzazione del partito, nuovi e maggiori strumenti di comunicazione che permettano di incrementare e migliorare la partecipazione, rendendola attiva con simpatizzanti, iscritti, amministratori locali, associazioni e dirigenti. Lo scopo principale è pertanto quello di trasmettere con efficacia il messaggio socialista.

In particolare prospettiamo la creazione di una Community socialista che, attraverso una piattaforma informatica di ultima generazione aperta agli iscritti, permetta di presentare progetti, dare suggerimenti,  segnalare problematiche locali, proporre tematiche, votare le proposte dei nostri amministratori e Parlamentari, conoscere le attività del partito, scaricare documenti ed approfondimenti.

Un luogo virtuale che si possa affiancare al lavoro svolto sul territorio, al fine di sviluppare il senso di appartenenza al Psi che negli anni si è affievolito, soprattutto tra i giovani, anche a causa del vento dell’antipolitica.

  1. INVESTIRE NELLE NUOVE GENERAZIONI: NUOVI MODELLI DI PARTECIPAZIONE

Applicando la nota teoria del dito e della luna, potremmo ritenere che la carenza di partecipazione e la crisi di affezione e di consenso che anche  i giovani manifestano verso i partiti è in realtà il dito.

Da Lisbona in poi, l’Europa avrebbe dovuto raccogliere una nuova  sfida: porre fine al trend  crescente della cosiddetta “adolescenza prolungata”. Eppure nonostante gli obiettivi che l’Europa si era posta nella sua dimensione federativa e transnazionale più consapevole, rappresentata dalle istituzioni e dai trattati europei, quanto mai ambiziosi, non si giunse mai ad un completo sviluppo e ad una puntuale applicazione delle diverse forme di  partecipazione, in particolar modo di quelle  giovanili.

All’opposto, in questi stessi anni, è emersa in molte forme, occasioni, esperienze, la necessità di fuggire dalla ricerca di un modo e un mondo in cui ricollocare un “noi” inteso come soggetto. Cioè “attivo”. Non solo in Italia, ma anche in Europa. Le speranze innescate dal Trattato di Lisbona su un maggior coinvolgimento delle assemblee regionali, dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo nei processi di formazione della legislazione sono state infatti tradite dalle prassi decisionali.  E’ esploso cioè  un senso di “non appartenenza” che ha alimentato una sfiducia radicale nel potersi sentire “parte di” qualcosa che ora è totalmente indefinito, di cui non si conoscono contorni e orizzonti, senso, valore.

Per superare i limiti e l’impasse della cultura della non partecipazione, per liberarsi delle scorie del giovanilismo, dovremmo dunque affrontare quella che ormai tutti definiscono una “emergenza giovani”, un fenomeno con radici diverse, non riconducibili soltanto all’attuale crisi economica e sociale. Ma per ridurre l’emergenza e fermare il declino c’è bisogno non più semplicemente di un “patto generazionale” ma di un nuovo “patto sociale” che ridia spazio e definisca una nuova prospettiva per i giovani nella società. In tal senso le politiche giovanili hanno un ruolo determinante nel valorizzare un rinnovato senso di fiducia, di responsabilità, di interesse del bene comune.

In Francia , da oltre un ventennio, i giovani e le “reti nazionali” che collegano enti pubblici e soggetti del privato sociale nel promuovere la partecipazione giovanile, sono formalmente parte del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Perché  questo non accade anche in Italia?

Perché ad esempio una riforma dei Centri per l’Impiego non pone anche il problema di una partecipazione effettiva e non retorica tanto dei giovani che degli stakeholders?

Si ritiene che ogni anno di scolarizzazione media in più produca un automatico aumento del PIL. Perché allora le numerose associazioni, nate negli ultimi anni in Italia e in Europa per combattere il fenomeno ormai dilagante della dispersione scolastica, sono autofinanziate e non integrate con le istituzioni scolastiche?

Perché il tema del risparmio energetico non viene affrontato, per esempio dalle amministrazioni e dalle istituzioni pubbliche anche tenendo conto delle imprese e delle professionalità giovanili?

Perché quando si sono impostate le sperimentazioni di zone franche urbane non si è minimamente considerato che, in quelle sperimentazioni, potessero essere contemplate facilitazioni e semplificazioni che favorissero l’associazionismo giovanile?

Ogni ambito di politica pubblica può essere rivisitato con questo criterio.

  1. CON LE DONNE

Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico

Ogni anno in Italia centinaia di donne subiscono violenze e maltrattamenti. Il riconoscimento del femminicidio come crimine contro l’umanità avrebbe una valenza assoluta: ci consentirebbe di individuare il filo che lega la matrice comune di ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della dignità delle stesse come persone, ci permetterebbe di contrastare la convinzione ormai radicata che la violenza sulle donne sia una questione privata.

Per favorire la diffusione di una nuova cultura del rispetto delle soggettività femminili che non releghi la donna a uno stereotipo ormai passato ma la renda protagonista dei cambiamenti e delle sfide che il nuovo millennio ci ha posto: in primo luogo quella di una democrazia paritaria.

Parità non uguaglianza

Dal Quirinale al Parlamento, passando per regioni, giunte e consigli comunali, più dei due terzi degli incarichi istituzionali in Italia oggi è ancora in mano agli uomini. Il motivo? Semplice, raramente qualcuno cede volontariamente ad altri il proprio potere, figuriamoci ad altre e lo schema ‘donna in più-uomo in meno ’ è abbastanza intuitivo anche per chi mastica poco di politique politicienne. Dunque continuano a esistere due distinte sfere d’azione, ancora oggi, quella pubblica e quella privata. La prima, naturalmente, occupata dagli uomini, la seconda ad appannaggio delle donne. Un’immagine ovviamente dettata da una tradizione millenaria di monopolio maschile per cui, per usare un paradosso, sembra quasi che le donne o partecipino alla vita politica dimenticando però di essere donne, oppure se ne ricordino dimenticandosi la politica. È necessario allora affrontare una questione di fondo: perché le donne dovrebbero essere più numerose in politica? Una maggiore presenza in che modo potrebbe determinare miglioramenti? Sono domande frequenti, alle quali io risponderei semplicemente che una rappresentanza equilibrata è un’esigenza di giustizia evidente di per sé, rispetto alla quale non è necessario individuare giustificazioni ulteriori.

  1. NUOVE FORME DI ECONOMIA

Dalla semplice spending review alla spending analisis

Il costo dello stato italiano, al momento, supera di alcuni punti il 50% della ricchezza prodotta nel Paese. Oltre 800 mld di spese annue a fronte delle quali i servizi offerti risultano alquanto modesti ed inefficienti. La gran parte delle spese, inoltre, sono sull’attività corrente, gli investimenti rappresentano una parte minima ed in continua riduzione negli ultimi decenni. È necessario, quindi, procedere non solo e non tanto a una riduzione consistente della spesa, nell’ambito di un 5/10%, ma anche e soprattutto affrontare il problema da un nuovo punto di vista, rovesciando la prospettiva di analisi. In altri termini, procedere all’analisi della tipologia ed entità di spese necessarie per fornire i servizi che si ritengono indispensabili ovvero necessari e da lì procedere allo stanziamento efficiente delle risorse, anziché rifarsi a una spesa storica, che inevitabilmente contiene al proprio interno inefficienze e storture che non possiamo più permetterci e che vanno eliminate. Questa operazione di risparmio e di analisi della spesa va condotta contemporaneamente sia a livello di amministrazioni centrali che periferiche e deve prevedere il passaggio in un arco triennale da una logica di bilancio fondata sulla spesa storica, ad un logica di bilancio ovvero di budget by zero, come dicono gli anglosassoni.

Ridurre il debito pubblico

Il debito pubblico del nostro Paese viaggia, ormai da diversi anni, stabilmente e strutturalmente oltre il 130% del PIL, solo nel corso del 2015 si è verificata una prima modesta riduzione di pochi decimali. Si tratta di una riduzione modesta quanto insufficiente; diversi economisti nazionali e internazionali, infatti, ritengono che il limite massimo di indebitamento sopportabile per un’economia nazionale sia il 90/100% del rapporto debito PIL, altrimenti l’economia reale subisce effetti negativi che si manifestano con particolare gravità in momenti di alti tassi di rifinanziamento del debito pubblico. È, quindi, necessario procedere immediatamente e una volta per tutte ad un’azione di riduzione forte del 30/40% del debito pubblico, per liberare risorse ed alleggerire il pesante fardello che il nostro Paese porta sulle spalle da alcuni decenni e che ne impedisce una ripresa forte e strutturale. È necessario un piano di dismissioni di assets pubblici, in particolare beni immobili, ma anche quote e partecipazioni, per un valore complessivo di € 600/700 mld che consentano di ridurre in maniera sostanziale il monte debiti dello stato, da realizzarsi anche usando Fondi di Investimento pubblico/privati creati ad hoc, i quali potrebbero essere stimolati da specifiche agevolazioni di carattere fiscale.  Ciò consentirebbe non solo al nostro Paese di presentarsi sui mercati finanziari con una nuova credibilità, di fronte tanto agli investitori ed alle famigerate agenzie di rating, ma anche di ridurre considerevolmente la spesa per interessi, circa 24/25 mld annui che in parte sarebbero necessari per coprire i canoni di locazione degli immobili dismessi e di cui si ritiene ancora necessario l’utilizzo, in parte rimarrebbero liberi per finanziare nuovi investimenti, anziché spesa corrente. Si tratta di una conditio sine qua non, per un vero cambio di passo. In merito, vanno certamente esaminate e approfondite le proposte elaborate in questi anni da noti economisti del nostro Paese, ad esempio la proposta Savona-Rinaldi, che possono rappresentare un punto di partenza per una riflessione in materia.

Contributi silenti

Ogni anno, dei contributi previdenziali dovuti alla gestione separata dell’Inps da lavoratori stagionali, dai precari e da tutti i professionisti che non siano iscritti agli ordini professionali e alle relative casse di previdenza, benché onerosi e impattanti sui redditi spesso modesti di tali lavoratori vengono versati di fatto a fondo perduto. Infatti, se non si raggiunge il minimo richiesto per maturare la pensione, quei contributi vengono utilizzati per pagare altre pensioni e mai nulla verrà retrocesso a chi li ha realmente versati. Annualmente la gestione separata dell’Inps incassa circa otto miliardi di euro di contributi, ma eroga solo una minima parte di tale cifra, solo alcune centinaia di milioni a favore di chi ha effettivamente maturato il diritto alla pensione, mentre la parte restante viene utilizzata per pagare altri servizi/pensioni erogati a soggetti diversi rispetto a chi li ha effettivamente versati. Attualmente, per ovviare a questa vera e propria ingiustizia, perpetrata per di più a danno di chi nel corso della propria vita lavorativa ha nei fatti operato in condizioni di precarietà o comunque di difficolta, sono state introdotte alcune forme di totalizzazione con altre gestioni previdenziali. Tuttavia si tratta di una soluzione parziale, sia perché in alcuni casi è prevista l’onerosità della totalizzazione medesima, spesso a cifre molto elevate, sia perché non risponde appieno all’esigenza di chi non ha affatto la possibilità di operare il ricongiungimento contributivo, semplicemente perché non è titolare di nessun altro trattamento previdenziale. E’ necessario, quindi,  un provvedimento legislativo che consenta, a qualunque di tipo di lavoratore, a mera richiesta dell’interessato che non abbia maturato il diritto al trattamento pensionistico ovvero non abbia la possibilità di effettuare la totalizzazione, di ottenere in restituzione i contributi versati negli anni.

  1. CON I CITTADINI

Un nuovo inizio: saldare solo il 30% dei debiti fiscali e previdenziali pregressi

La crisi che faticosamente ci stiamo lasciando alle spalle è stata da molti osservatori definita la peggiore dopo quella del 1929; le conseguenze nefaste di questo lungo periodo di decrescita economica diverse e numerose, non si esauriranno in pochi anni, anzi avranno uno strascico pesante anche in futuro. In particolare, cittadini ed imprese, a causa del protrarsi per circa 8 anni, hanno finito per accumulare un’ingente quantità di debiti, non solo nei confronti dei prestatori di credito tradizionali (banche e finanziarie), ma anche nei confronti del fisco. Se il Paese deve ripartire, bisogna dare una nuova possibilità anche a tutte quei professionisti, imprese individuali, commercianti, società, che incolpevolmente sono state travolte dalla crisi e che, oggi, anche se la crisi è in via di superamento, restano nella migliore delle ipotesi inattivi ovvero gettano la spugna perché il fardello accumulato, di debiti, anche verso il Fisco e gli Enti Previdenziali, rappresenta un ulteriore deterrente. La possibilità, invece, di poter ripartire pagando una parte del quantum e poi, quindi, ripartire “pulito”, potrebbe favorire da un lato il rientro rapido di somme altrimenti difficilmente riscuotibili, dall’altro di consentire il riavvio di attività altrimenti destinate a morire, oltre a consentire un possibile introito per le casse dell’erario di 60/70 mld, in tempi brevi.

  1. FUTURO E TRASPARENZA

Regolamentazione delle lobby

La rappresentanza organizzata degli interessi è un tema che negli ultimi anni ha assunto una centralità sempre maggiore nell’agenda politica del Paese. L’unica soluzione è quella di definire l’attività di lobbying, per migliorare il grado di trasparenza delle relazioni tra i portatori di interessi e le istituzioni. Come? Affidando all’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) “la trasparenza dei processi decisionali pubblici” per il controllo, la pubblicazione e l’aggiornamento periodico del Registro pubblico dei rappresentanti di interessi.

  1. NUOVE FRONTIERE GIURIDICHE

Gli accordi prematrimoniali

Secondo i dati Istat ogni anno sono oltre 90mila le coppie che si separano e più di 50mila quelle che divorziano. Studi sulle intese di natura patrimoniale si sono incentrati specificamente sul tema dei patti inerenti al futuro divorzio tra coniugi separati. La giurisprudenza della Corte di legittimità, nel tempo, ha pronunciato sentenze rigide, a partire da una decisione del 1981 che per prima ha dichiarato la nullità di un simile accordo per illiceità della causa. Gli accordi prematrimoniali di stampo anglosassone sono ritenuti dunque nulli da costante giurisprudenza, in particolare con riferimento agli accordi di divorzio, a differenza di quanto avviene in altri Paesi in cui tali accordi sono pacificamente ammessi e regolamentati. Riconoscere ai coniugi la possibilità di disciplinare, in qualsiasi momento, anche prima del matrimonio, i loro rapporti patrimoniali sarebbe uno strumento utile per evitare che la negoziazione di tali rapporti avvenga quando il matrimonio è già entrato in crisi, in presenza di reciproche recriminazioni e rivendicazioni.

  1. GIUSTIZIA E LEGALITA’

Legalizzazione Si

Il dibattito “legalizzazione si, legalizzazione no” va avanti da anni. La discussione da tempo si concentra sull’opportunità o meno di rendere la cannabis legale come accade in altri Paesi. Attualmente l’uso della marijuana a scopo ricreativo è illegale, mentre è legale, con parecchie limitazioni, il suo utilizzo a scopo terapeutico. Secondo molti indicatori economici l’introito delle organizzazioni criminali in merito supera svariati miliardi di euro. Dal febbraio 2014 sostanzialmente la normativa italiana presenta un vuoto sul tema a seguito della sentenza della Corta Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della legge n.48 del 2006, meglio nota come Fini – Giovanardi che determinò il ritorno della Iervolino – Vassalli, una legge datata 1990. In pratica da due anni l’Italia segue una legge varata oltre 25 anni fa. Non si può scegliere di non scegliere.

  1. INNOVAZIONE E OCCUPAZIONE

Start up o start dawn?

Il nuovo millennio ci ha consegnato le cosiddette “Start up”. Aziende che trovano fette di mercato sul web nella ricerca di un modello di business scalabile. Attualmente il Governo premia le start up innovative con apertura a costo zero e finanziamento a tasso zero fino a 80% in otto anni. Dallo scorso Gennaio inoltre Invitalia con il programma “Imprese a tasso zero” finanzia a tasso zero per otto anni tutte le start up. Otto anni sono pochi però per ammortizzare investimenti, inoltre sarebbe utile allargare a tutte le start up i benefici di registrazione così come per favorire investimenti nel settore del turismo e dell’agricoltura, più che abbassare le tasse per l’acquisto di case in vendita giudiziaria, occorrerebbe anche abbassare dall’attuale 15% al 1% delle imposte per la registrazione di compravendita di terreni da parte di start up non solo agricole. Nel nuovo millennio non possiamo più sottrarci all’opportunità di fornire nuovi strumenti a chi il lavoro vuole crearlo. Ecco perché sarebbe importante l’istituzione di un Ministero dell’Innovazione.

  1. PROFESSIONI

Contro la precarietà

Il mondo delle professioni spesso è sinonimo di precarietà e povertà. Ormai la crisi economica non permette a questa generazione di affermarsi. Il mercato è nelle mani dei grandi studi che sfruttano la prestazione d’opera dei giovani professionisti e dei praticanti senza giuste remunerazioni. Modernizzare il mondo delle professioni, così da favorire l’accesso e l’esercizio della professione ai giovani professionisti è il nostro traguardo per eliminare la condizione di necessità dei collaboratori di studio che per anni ha favorito sfruttamento e povertà. Lo stato, in particolare gli enti locali, anche al fine di contribuire indirettamente al sostenimento dei costi che tali giovani intraprendenti sono spesso costretti a sostenere, potrebbero favorire l’avvio di attività imprenditoriali o professionali, mettendo a disposizione spazi sottoutilizzati, uffici comunali e statali periferici dismessi, dotandoli dei servizi elettrici ed informatici minimi. Oltre a questa forma di aiuto indiretto, lo Stato e gli enti locali, nelle numerose commesse ed incarichi professionali, potrebbero riservare una parte degli incarichi ovvero delle forniture a favore di imprese e professionisti giovani.

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