UN PASSO PER VOLTA

Lavoro-PsiNonostante si continui a parlare di fine della crisi, la forte disoccupazione resta una costante per l’Italia, ma qualche segno di miglioramento sta arrivando. Lo dice l’Istat che registra come ad aprile sia tornato a salire il tasso di disoccupazione, ma nello stesso tempo sono aumentati anche gli occupati. La spiegazione per l’Istituto nazionale di statistica è dovuto all’aumento della partecipazione al mercato del lavoro. Sono diminuiti infatti gli inattivi, cioè quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano, e aumentano quanti hanno un impiego (occupati) oppure sono alla ricerca (disoccupati).
Il tasso di disoccupazione nel mese sale dello 0,1%, arrivando all’11,7%, Nello stesso tempo l’occupazione cresce dello 0,2% rispetto a marzo: in Italia ora lavorano 22,6 milioni di persone. L’aumento riguarda sia i dipendenti (+35 mila i permanenti, stabili quelli a termine) sia gli indipendenti (+16 mila). La crescita dell’occupazione coinvolge uomini e donne e riguarda tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni.

L’Istat fa sapere poi che il tasso di occupazione, pari al 56,9%, aumenta di 0,2 punti percentuali sul mese precedente: si tratta del livello massimo da aprile 2011, tuttavia resta il problema della disoccupazione giovanile, il cui tasso risale ad aprile, di 0,2 punti percentuali al 36,9%. L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani è del 9,8% (cioè meno di un giovane su 10 è disoccupato), in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a marzo. Nell’ultimo mese anche tra i 15-24enni cresce di 0,2 punti percentuali il tasso di occupazione, mentre diminuisce di 0,4 punti quello di inattività.

Per quanto incoraggianti questi dati bisogna tener conto che nel calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi.
Proprio sui giovani arrivano le affermazioni del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che intervenendo a una manifestazione elettorale ha detto: “I dati sul lavoro resi noti oggi sono i più alti in assoluto degli ultimi 4 anni ma sono ancora bassi rispetto a quanto vogliamo ottenere”.”Non ci basta aver migliorato rispetto agli ultimi 4 anni dobbiamo andare ancora meglio”.
Sempre a Milano, intervenendo alla cerimonia dei 100 giovani talenti selezionati tra 25 Università da “The Boston Consulting”, ha aggiunto che “la classe dirigente ora deve fare la sua parte e la classe politica deve smettere di sparare addosso al Paese”. “Noi stiamo facendo una serie di interventi, da quelli istituzionali con le riforme, a quelli economici con il jobs act, a quelli della scuola dove abbiamo introdotto il requisito del merito. Stiamo facendo le riforme per avere un Paese più veloce e più giusto. Noi la nostra parte la stiamo facendo, ora – ha detto – abbiamo bisogno che ci sia l’impegno anche del gruppo dirigente del Paese”.
Inoltre Renzi, che è anche il segretario del Pd, nell’ultima settimana prima delle amministrative, scrive nella sua Enews: “Il vero nemico da battere è il pessimismo. Giro come una trottola l’Italia, partecipo a inaugurazioni, cerco di trasmettere energia e entusiasmo perché sono assolutamente certo che il mondo di domani può vedere l’Italia protagonista. Mi accusano di essere un dispensatore di ottimismo. Ma in realtà io vorrei soltanto recuperare la fiducia degli italiani nell’Italia”. “Dobbiamo avere consapevolezza che questo Paese non è un Paese tra i tanti, ma ha le potenzialità per essere leader, non follower. Il mio quotidiano assillo è questo: restituire autostima all’Italia”, prosegue Renzi. “Ci sono molte cose che non vanno, certo. Chi le può negare? Ma se ce la mettiamo tutta, le cose possono cambiare e noi lo stiamo dimostrando”.

Liberato Ricciardi

Ricollocazioni: tirata d’orecchie dall’Europa (all’Europa)

Immigrati-sbarchi-Renzi-UE

I paesi europei non fanno abbastanza sulle ricollocazioni. Questo è il monito, a dire il vero curioso, che arriva dalla Commissione. “Il ritmo delle ricollocazioni – ha detto la portavoce, Mina Andreeva – deve accelerare” o la Commissione farà scattare procedure di infrazione.  Curioso perché è l’Europa che tira le orecchie a se stessa. Fino ad oggi sono stati effettuati solamente l’1% delle 160mila relocation promesse. Anche se “ci sono progressi”, Andreeva ha sottolineato che la decisione “è legalmente vincolante” e “deve essere messa in atto da chi l’ha presa”. Per questo “abbiamo mandato lettere di avvertimento” ai governi e “se necessario, non ci vergogneremo di esercitare i nostri poteri come guardiani dei trattati”.

“Nei nostri rapporti sulle relocation abbiamo sottolineato che il ritmo deve accelerare” ha detto Andreeva. “A oggi abbiamo avuto 1816 persone ricollocate da Italia e Grecia” specifica, ricordando che “proprio ieri 45 persone sono state ricollocate dalla Grecia alla Spagna”. “Quello che vediamo in termini di progresso è che per la prima volta, da una settimana, vediamo ricollocazioni su base quotidiana. E’ un segno incoraggiante, ma naturalmente i progressi devono aumentare” ha aggiunto prima di sottolineare: “E’ esattamente per questo che il Commissario Avramopoulos ma anche il primo vicepresidente Timmermans ed il presidente Juncker hanno costantemente ricordato agli stati membri che stiamo parlando di una decisione legalmente vincolante, una legge europea che deve essere messa in atto da chi ha preso la decisione nel Consiglio. La Commissione è guardiana dei Trattati e può lanciare procedure di infrazione. Abbiamo inviato lettere di avvertimento e, se necessario, non ci vergogneremo di esercitare i nostri poteri come guardiani dei trattati. Informeremo quando questa decisione sarà stata presa”.

Numeri che danno voce a chi della lotta alla immigrazione ha fatto la propria bandiera: “Più si avvicina la data delle elezioni – ha commentato Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del Comitato Diritti umani della Camera – più aumentano gli allarmi sul numero degli arrivi dei migranti, che sono esattamente quelli dello scorso anno e non in aumento, come vuol far credere Salvini. Pur di accaparrare qualche voto in più, non si esita a speculare sulle tragedie di chi rischia la vita per scappare da guerre e violenze”. “Strumentalizzare la morte di donne e bambini per vincere le elezioni può far aumentare consensi nei sondaggi, ma alla fine non paga. A dispetto della Lega – ha concluso – siamo ancora un Paese generoso che non esita nel salvare vite umane”.

Anche il presidente del consiglio Matteo Renzi ha parlato di allarmismo preelettorale. “Non c’è un aumento dei migranti rispetto all’anno scorso, c’è solo un aumento di allarmi a scopi elettorali”. Renzi ha ricordato che “c’è gente che continua a morire nel Mediterraneo è questo è un dato di fatto” e “c’è bisogno di una reazione dell’ Italia e della Comunità europea ma di fronte a chi rischia di morire in mare, io preferisco perdere qualche punto in campagna elettorale ma salvare delle vite”.

Intanto dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) arrivano numeri impressionanti per la sua gravità: sono almeno 880 i migranti morti soltanto la scorsa settimana, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Redazione Avanti!

Euro 2016: i 23 convocati Conte: “Non sarà facile …”

Antonio Conte

Antonio Conte

Il Ct dell’Italia ha ufficializzato la lista degli azzurri che partiranno per la Francia: a centrocampo Sturaro preferito a Jorginho, confermati Insigne e Bernardeschi, torna a casa Bonaventura. L’attacco è sulle spalle di Pellè

COVERCIANO – Il tempo delle scelte è arrivato. Antonio Conte ha deciso i 23 azzurri che porterà in Francia per l’Europeo, che inizierà il prossimo 10 giugno (l’Italia esordirà contro il Belgio lunedì 13). Se in difesa e in attacco era tutto abbastanza scontato, hanno sorpreso le decisioni a centrocampo: tornano a casa, infatti, il napoletano Jorginho (autore di una splendida stagione) e il milanista Bonaventura. Promossi invece lo juventuno Sturaro, nonostante abbia giocato pochissimo in questo campionato, e il baby talento della Fiorentina, Federico Bernardeschi. In attacco Conte si affiderà a Graziano Pellè, decisivo nell’ultima amichevole vinta domenica scorsa 1-0 contro la Scozia. Poi ci sono Eder, Immobile, Zaza ed El Shaarawy a giocarsi almeno un’altra maglia (molto dipenderà dal modulo scelto dal ct).

LA LISTA UFFICIALE – Questi i 23 scelti da Conte. Portieri: Buffon (Juve), Marchetti (Lazio), Sirigu (Psg); Difensori: Barzagli (Juve), Bonucci (Juve), Chiellini (Juve), Darmian (Manchester United), De Sciglio (Milan), Ogbonna (West Ham). Centrocampisti: Bernardeschi (Fiorentina), Candreva (Lazio), De Rossi (Roma), El Shaarawy (Roma), Florenzi (Roma), Giaccherini (Bologna), Sturaro (Juventus), Thiago Motta (Psg), Parolo (Lazio). Attaccanti: Eder (Inter), Immobile (Torino), Insigne (Napoli), Pellè (Southampton), Zaza (Juve). Riserve: Zappacosta (Torino), Rugani (Juventus), Benassi (Torino).

CONTE: “NON SONO MAGO, SARA’ DURA” – Alla vigilia della partenza per Euro2016 Conte ha chiarito che l’avventura in Francia non sarà affatto facile: “Non sono mago. Fame e ferocia agonistica, da sole, non bastano: per far bene, in una competizione come l’Europeo, serve anche un impianto di gioco e noi, in questi giorni, lo stiamo trovando”. Intorno alla Nazionale c’è parecchio scetticismo (ma non è una novità), ma l’ex allenatore della Juventus guarda anche i lati positivi: “C’è determinazione e grande voglia di perfezionare tutte le cose. Io lavoro tanto su tutte le situazioni, devo alzare sempre l’asticella e chiedere di più a tutti”. I “tutti” adesso sono ufficiali. In bocca al lupo agli azzurri!

Francesco Carci

Formaggi con latte italiano, forse sarà possibile saperlo

Quote-latte-Corte giustizia-UELa metà delle mozzarelle che acquistiamo sono fatte con latte straniero, ma non lo sappiamo perché nelle etichette non deve essere indicato. Tutto questo può finire se da Bruxelles arriverà il via libera al decreto del Governo sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti per la salvaguardia del latte made in Italy. “Il decreto per l’origine del latte in etichetta – ha commentato Oreste Pastorelli – rappresenta una svolta per la lotta alla contraffazione dei prodotti lattiero-caseari.


 

Forse non tutti sanno che la metà delle mozzarelle che acquistiamo sono fatte con latte straniero, a volte anche con cagliate di latte. Non lo possiamo sapere perché oggi non è obbligatorio indicarlo nell’etichetta e lasciare al consumatore la scelta se convenga o meno risparmiare qualche centesimo di euro oppure acquistare un prodotto qualitativamente migliore. Un danno ai consumatori e ai produttori italiani che potrebbe finalmente cessare se il decreto interministeriale sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti per la salvaguardia del latte made in Italy varato oggi otterrà il via libera dalla Commissione di Bruxelles.

L’annuncio della firma di questo decreto, molto atteso dai produttori e dalle associazioni dei consumatori, è stato dato oggi dal presidente del consiglio Matteo Renzi a Milano, in occasione della giornata mondiale del latte promossa da Fao. Il documento, ha spiegato, è già stato “firmato e inviato a Bruxelles”, e se l’Europa dovesse dare il via libera, questo significherebbe che finalmente sarebbe possibile acquistare prodotti a base di latte in cui sono indicati origine e luogo di confezionamento. Il Governo è pronto a sostenere il decreto a firma che porta la firma dei ministri dell’Agricoltura Martina e di quello dell’Industria Calenda, con forza perché “vuol dire investire su un futuro industriale che parte dai coltivatori”. “Sapere cosa sto bevendo e mangiando è una battaglia da fare nei consessi europei, ma anche in Italia”.

“Il decreto per l’origine del latte in etichetta – ha commentato Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente delle commissioni Ambiente e Anticontraffazione della Camera – rappresenta una svolta per la lotta alla contraffazione dei prodotti lattiero-caseari che negli ultimi anni ha costretto alla chiusura migliaia di stalle italiane. Chiudere una stalla significa abbandonare un territorio, sottoporre dei fondi a rischio idrogeologico e cancellare un intero sistema naturale. Non possiamo, quindi permetterci di disperdere un patrimonio come quello del comparto del latte, che oltre a generare un fatturato di circa 28 miliardi e 120 mila posti di lavoro negli allevamenti, costituisce il fiore all’occhiello del Made in Italy all’estero. Era necessario mettere in campo un provvedimento per allontanare la crisi: il Governo lo ha fatto, dimostrando ancora una volta grande sensibilità verso il mondo degli allevatori”.

L’etichettatura obbligatoria viene richiesta da tempo da allevatori e produttori per far fronte alle crescenti difficoltà del settore. Il provvedimento si aggiunge all’abolizione dell’Imu e dell’Irap agricola deciso dal Governo proprio per venire incontro alle richieste del settore. C’è da sottolineare infatti che con l’abolizione il 31 marzo scorso del sistema europeo delle ‘quote latte’che imponeva limiti alla produzione, l’aumento dei quantitativi di latte immessi sul mercato ha provocato un crollo dei prezzi con conseguenze gravi sulle stalle già in crisi da anni. Secondo la Coldiretti in 10 anni infatti il numero delle stalle si è quasi dimezzato, passando dalle 60mila del 2005 alle 33mila del 2015.

Un fenomeno poco comprensibile visto che la domanda in Italia è così alta che siamo divenuti i più grandi importatori al mondo. La domanda è alta perché non solo siamo forti consumatori, ma siamo anche grandi ed apprezzati produttori ed esportatori di formaggi. Ecco allora che la metà delle mozzarelle che mangiamo sono fatte con latte che viene da fuori e come spiega la Coldiretti, “dalle frontiere italiane passano ogni giorno 24 milioni di litri di ‘latte equivalente’ tra cisterne, semilavorati, formaggi, cagliate e polveri di caseina, per essere imbustati o trasformati industrialmente”. E nell’import ci sono anche le cosiddette cagliate, pre-lavorati industriali che arrivano soprattutto dall’Est europeo e che sostituiscono il latte nella trasformazione in formaggi. Nell’ultimo anno ne sono state importate più di un milione di quintali, pari al 10 per cento della produzione italiana. Le cagliate “consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità. È un inganno per i consumatori ed è concorrenza sleale per i produttori che utilizzano latte fresco”.

Secondo il decreto approvato oggi, il latte o i suoi derivati dovranno avere obbligatoriamente indicata sull’etichetta l’origine della materia prima con specificati determinati requisiti: il nome del Paese di mungitura, quello di confezionamento e quello di trasformazione. Sugli scaffali dei supermercati potremmo allora trovare prodotti interamente di origine italiana, dalla mungitura alla trasformazione e decidere se preferirli o meno ad altri che arrivano da Paesi europei o extraeuropei.

Secondo gli studi della Coldiretti, i consumatori nella metà dei casi sarebbero disposti a pagare il vero ‘made in Italy’ alimentare fino al 20 per cento in più. “Con l’etichettatura di origine – aggiunge il presidente, Roberto Moncalvo – si dice finalmente basta all’inganno del falso made in Italy”.

“La vera e unica indicizzazione di cui il comparto zootecnico ha bisogno – gli fa eco il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – è il vincolo indissolubile tra il prezzo del latte alla stalla e il costo di latte e formaggi che i consumatori acquistano nei negozi e nei supermercati”.

30 maggio 1924. L’ultimo discorso alla Camera dei Deputati di Giacomo Matteotti

30 maggio 1924
L’ultimo discorso alla Camera dei Deputati di Giacomo Matteotti, una denuncia di brogli elettorali

 

Presidente.1 Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà2.

Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)

Dario Lupi.3 È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!

Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni).

Voci al centro: “Ed anche più!”

Giacomo Matteotti. … cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro)

Maurizio Maraviglia.4 In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!

Giacomo Matteotti. Noi contestiamo….

Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi!

Giacomo Matteotti. Certo sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se… (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)

Voci a destra: “Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!” (Applausi alla destra e al centro).

Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito…

Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani!

Giacomo Matteotti. … se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)

Una voce a destra: “E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”

Roberto Farinacci.5 Potevate fare la rivoluzione!

Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi!

Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)

Voci a destra: “Vi scotta la milizia!”

Giacomo Matteotti. … esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)

Voci: “Basta! Basta!”

Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.

Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)

Voci: a destra: “E le guardie rosse?”

Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare… (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)

Roberto Farinacci. Erano i balilla!

Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)

Voce al centro: “Hanno votato i disertori per voi!”

Enrico Gonzales.6 Spirito denaturato e rettificato!

Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)

Voci: a destra: “Perché avete paura! Perché scappate!”

Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede… (Interruzioni, rumori)

Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!

Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento.

Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.

Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati… (Vivi rumori)

Maurizio Maraviglia. Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.

Giacomo Matteotti. Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)

Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei!

Voci dalla destra: “Non è vero, non è vero.”

Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)

Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.

Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!

Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere!

Emilio Lussu. È la verità, è la verità!…

Giacomo Matteotti. A Melfi… (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)

Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti.

Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!

Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati

Voci: “Perché erano falsi.”

Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!

Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?

Giacomo Matteotti. Ci sono.

Una voce dal banco delle commissioni: “No, non ci sono, li inventa lei.”

Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.

Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.

Attilio Teruzzi. Che non esistono!

Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)

Voci: a destra: “Lo provi.”

Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.

Una voce al banco della giunta: “Dove furono impedite?”

Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.

Una voce:”Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni!” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.

Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!

Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.

Voci: “Non è vero! non è vero!”

Aldo Finzi.7 Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!

Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)

Aldo Finzi. Non è così!

Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano.

Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.

Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)

Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità.

Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Una voce:” Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)

Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.

Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito…

Voci: “Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!”

Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori)

Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola 8, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)

Voci: a destra: “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”

Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine “sovversivo” ha molta elasticità!

Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.

Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città…

Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati!

Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!

Voci: a destra: “Per paura! Per paura!” (Rumori – Commenti)

Roberto Farinacci. Vi abbiamo invitati telegraficamente!

Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)

Voci: a destra: “L’avete studiato bene!”

Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi!

Presidente. Onorevole Pedrazzi!

Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!

Voci: a destra: “Avevano paura!”

Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)

Una voce: “Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato”

Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)

Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti!

Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)

Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi…

Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)

Antonio Casertano.9 Chiedo di parlare.

Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.

Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!…

Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.

Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!

Presidente. Parli, parli.

Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione… (Rumori. Interruzioni)

Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare!

Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti)

Una voce: “Erano disoccupati!”

Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.

Voci a destra: “E quando li boicottate voi?”

Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!

Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto… (Rumori)

Voci: “E Berta? Berta!”

Giacomo Matteotti. … conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra)

Una voce, a destra: “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”

Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.

Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!

Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.

Aldo Finzi. Lo provi.

Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori…

Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?

Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)

Voci: “No! No!”

Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)

Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)

Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)

Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!

Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.

Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)

Voci: “Vada in Russia!”

Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!

Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno… (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.

Voci a destra: “Accettiamo” (Vivi applausi a destra e al centro)

Giacomo Matteotti. […] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori)

 

Note

 

1 -Alfredo Rocco, autore tra l’altro del Codice Rocco.

2 – Fu l’ultimo discorso di Matteotti prima della morte.

3 – Dario Lupi, sottosegretario del governo Mussolini per la pubblica istruzione.

4 – Maurizio Maraviglia, avvocato e deputato calabrese.

5 – Roberto Farinacci, il ras di Cremona, sara’ l’avvocato difensore di Amerigo Dumini, durante il processo che lo vide imputato per l’omicidio di Matteotti

6 – Enrico Gonzales, avvocato e deputato socialista.

7 – Aldo Finzi, sottosegretario di Stato per l’interno.

8 – Giovanni Amendola

9 – Presidente della Giunta delle elezioni

Le elezioni amministrative
e lo spauracchio Milano

salaBasso profilo, poche iniziative. Matteo Renzi ha centellinato gli interventi nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha limitato al minimo discorsi e comizi in favore dei candidati democratici o del centrosinistra. Ha ripetuto più volte: si tratta di elezioni amministrative, non politiche. Ha rimarcato il 20 maggio al Tg1: «Si parla di sindaci, non di chi sta al governo».

Traduzione: il voto non avrà conseguenze per il governo. Non a caso l’ex sindaco di Firenze ha preferito affrontare altri temi. Ha anticipato di mesi la campagna elettorale per il “sì” al referendum confermativo sulla riforma costituzionale previsto ad ottobre, ha insistito molto sulla necessità di far crescere l’occupazione, ha indicato la strada di tagliare ulteriormente le imposte ai cittadini e alle imprese (dopo aver cancellato le tasse sulla prima casa ed aver concesso un bonus di 80 euro al mese ai lavoratori con i redditi più bassi), ha trattato ad oltranza con l’Unione europea sulla “flessibilità” per i conti pubblici italiani, ha chiesto una strategia europea per affrontare la marea di migranti. Ha parlato molto di tutto, mentre ha ridotto all’essenziale proposte e battute sulle elezioni amministrative.

Eppure il 5 giugno le urne sono aperte per eleggere i sindaci di importanti città: Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Trieste, Cagliari. La corsa, al contrario del passato, è tutta in salita per i candidati del Pd. A Napoli, finita l’era di Antonio Bassolino, sono cominciati i dolori. Contro il sindaco uscente Luigi De Magistris, c’è poco da fare. L’ex pubblico ministero, già Italia dei valori, pur se criticato da non pochi elettori napoletani, sembra non avere concorrenti. Dalla poltrona di “sindaco arancione”, riesce nella quasi impossibile impresa di rappresentare anche la protesta politica anti sistema, pur avendo amministrato con mano ferma la metropoli campana.

Anche a Roma la scommessa è difficilissima. Roberto Giachetti, candidato renziano, deve fare i conti con le conseguenze politiche devastanti dell’inchiesta giudiziaria Mafia Capitale, che ha coinvolto sia esponenti del Pd sia del centrodestra. Un terremoto che, tra la varie conseguenze, ha portato il Pd perfino a sfiduciare Ignazio Marino, il suo sindaco, considerato una persona onesta ma inadeguata per affrontare i problemi della città. A Roma sta andando fortissimo, invece, Virginia Raggi, M5S, data in testa da tutti i sondaggi elettorali. Una sconfitta a Roma e a Napoli, dunque, non sarebbe né una grande sorpresa né un grave problema per Renzi perché le due città, al di là dell’impegno nella battaglia elettorale in corso, nel Pd si danno da tempo per perse.

Tutt’altra questione è Torino e, soprattutto, Milano, due città guidate da due stimati sindaci di centrosinistra, Piero Fassino e Giuliano Pisapia. Una sconfitta nella metropoli lombarda avrebbe pesanti ripercussioni per il presidente del Consiglio e per il governo. Giuliano Pisapia, uomo di sinistra, è l’attuale stimatissimo primo cittadino di Milano che non si è voluto ricandidare. Beppe Sala, candidato renziano sostenuto dal centrosinistra, sembra l’uomo giusto per battere il centrodestra e confermare la tradizione di sviluppo dei sindaci riformisti di Milano, costruita in cento anni di storia dai socialisti meneghini. Sala è in testa nei sondaggi, tallonato però da Stefano Parisi, il candidato del centrodestra.

C’è uno spauracchio, anche se nessuno ne parla. Se il 5 giugno, al primo turno elettorale, dovesse piazzarsi avanti Parisi, sarebbe un duro smacco. Se poi, nel successivo ballottaggio, il candidato del centrodestra, raccogliendo anche i voti del M5S, dovesse sconfiggere Sala, sarebbe un disastro per Renzi.

Un disastro perché Sala è un po’ il simbolo renziano dell’”Italia del fare”. Il manager, scelto dal presidente del Consiglio, è stato l’uomo che ha portato al successo l’Expo universale sul cibo a Milano. Un successo non scontato, difficile, costruito tra mille difficoltà politiche, economiche e giudiziarie.

La tensione è alta. In alcuni sondaggi è emerso quasi un testa a testa tra Sala e Parisi. Molto, come al solito, peseranno gli elettori indecisi. A Milano, praticamente, il voto a favore o contro Sala sarà anche un sì o un no a Renzi.

Rodolfo Ruocco

Di Vittorio. In un libro
la sua lezione di vita

di vittorioLa vita di Giuseppe Di Vittorio ha i caratteri del romanzo, come molte delle vite che hanno caratterizzato la storia del movimento del lavoratori tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, vite di uomini piegati dalla fatica, assillati dall’idea di un mondo migliore in cui i diritti degli umili non fossero calpestati, decisi a uscire dall’ignoranza di una società che li condannava a quello stato attraverso una scuola basata sul censo, con la sola forza di volontà. Straordinari autodidatti che, come ebbe modo di ripetere in molti suoi interventi Pietro Nenni, avevano avuto una sola grande scuola: la strada e l’esigenza di guadagnarsi il pane sin dalla più tenera età. La Puglia era un luogo in cui il confine tra le classi era netto.

Anni dopo lo avrebbe raccontato nelle sue canzoni uno straordinario interprete di quel mondo, Matteo Salvatore, figlio di un compagno di cella a Lucera di Giuseppe Di Vittorio, con il quale quello che sarebbe poi diventato il segretario generale della Cgil scrisse un brano, ovviamente dal tenore politico. Era il mondo delle piazze che prima dell’alba, nei giorni della trebbiatura si popolavano di bambini, reclutati per pochi centesimi dai caporali, i “soprastanti”, sfruttati nei campi sino all’annichilimento. Ieri, lunedì a Perugia questo mondo è riecheggiato nei saloni del consiglio regionale per la presentazione di un libro dal titolo che spiega ampiamente il contenuto: “Giuseppe Di Vittorio, una storia di vita essenziale, attuale necessaria”. Autori Giorgio Benvenuto, presidente delle Fondazioni Nenni e Buozzi, ex segretario generale della Uil e della Flm, e Claudio Marotti. A rileggere quelle pagine di storia e a interpretarle alla luce del presente e del futuro i segretari umbri di Uil, Cisl e Cgil, Claudio Bendini, Ulderigo Sbarra e Vincenzo Sgalla, il capogruppo socialista alla Regione Umbria, Silvano Rometti e il direttore del Nuovo Corriere Nazionale, Giuseppe Castellini

Il libro è una biografia dai caratteri particolari. Aperto dalla prefazione di Susanna Camusso, offre una doppia chiave di lettura di Giuseppe Di Vittorio: tutta politica, quella di Claudio Marotti; tutta umana, quella di Giorgio Benvenuto. E da una sorta di sovrapposizione dei due piani, emerge la personalità complessa di un uomo la cui vita continua a raccontare ancora oggi ciò che siamo stati e ciò che vorremmo o dovremmo essere perché, come sottolinea Susanna Camusso, è stato “un grande dirigente sindacale ma anche il simbolo della fame come tanti braccianti pugliesi, della volontà di riscatto sociale per affermare la propria dignità di uomini”. L’Italia di oggi non è più quella del Di Vittorio giovanissimo né quella del dopoguerra. Ma la crisi è passata su di noi aprendo ferite simili a quelle di un conflitto: intorno a noi non ci sono macerie ma, in molti casi, diritti strappati, leggi mandate al macero, diseguaglianze sempre più acute. E se Di Vittorio doveva costruire dal niente, oggi tocca ricostruire ripartendo proprio dal messaggio del sindacalista di Cerignola.

Tra le tesi illustrate da Marotti forse quella che maggiormente colpisce riguarda la formazione ideologica di Di Vittorio, folgorato non tanto (o non solo) dal marxismo, ma soprattutto imbevuto delle idealità che nel primo decennio del Novecento avevano portato il sindacalismo rivoluzionario ad avere un ruolo di primo piano sulla scena di un paese che si avviava verso la grande strage della Prima Guerra Mondiale e non a caso quel sindacalismo trovò proprio nel Sud, in Puglia un seguito straordinario. Quel retaggio, a parere di Marotti non lo abbandonerà mai. Il racconto di Benvenuto, invece, parte dai ricordi, dal primo incontro sulla piazza polverosa di un paese pugliese, tra mantelli e scialli neri sdruciti. E sembra quasi essere una cerimonia di iniziazione per un ragazzino la cui zia, proprietaria terriera ma di simpatie comuniste e socialiste, considera quel signore che parla con voce tonante un “grande uomo”. Forse è lì che, in larga misura inconsciamente, nasce la fascinazione per il sindacato, per una società vista dalla parte opposta. Forse è lì che nasce il leader dell’Autunno Caldo e del “sindacato dei cittadini”, in quella piazza ancora rappresentativa di un’Italia in cui non tutti erano cittadini essendo l’umanità divisa nettamente tra i Signori e quasi tutti gli altri. E in mezzo, come diceva, Silone, prima di tutti gli altri c’erano le proprietà dei signori e un ampio spazio vuoto.

Il mio ricordo e la sua lezione
-di GIORGIO BENVENUTO-

Ricordo Giuseppe Di Vittorio così come l’ho conosciuto nelle alterne vicende prima della mia fanciullezza e poi nella mia esperienza sindacale e politica.

Il primo ricordo risale alla metà degli anni ’40, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ero molto piccolo. La guerra aveva costretto la mia famiglia ad una grande peregrinazione in Italia. Mio padre, Giuseppe, era un ufficiale di Marina. All’inizio della guerra (sono nato nel 1937 a Gaeta) eravamo a Pola. Nell’estate del 1943 eravamo venuti nel mese di agosto a Pescara, per essere vicini ai nonni che abitavano a Chieti.

L’armistizio dell’Italia con gli alleati l’8 settembre sorprese mio padre, reduce da una improvvisa e grave polmonite, a Chieti. Si nascose. Entrò in contatto con altri ufficiali e militari. Per un mese rimase in clandestinità. Riuscì a passare il fronte. Era la linea Gustav che da Cassino e Vasto divideva l’Italia in due.

Mio padre raggiunse avventurosamente Bari e si mise a disposizione delle autorità alleate. Dopo pochi mesi venne trasferito a Messina per contribuire alla riorganizzazione della Forze Armate Italiane. Noi rimanemmo a Chieti nel territorio controllato dai fascisti e dai tedeschi. Sapevamo che mio padre era vivo ma non riuscivamo a comunicare con lui. Vivemmo nove mesi pieni di angoscia e di paura, fino alla Liberazione di Chieti, nel giugno del 1944. Ho un ricordo incancellabile della ritirata delle truppe tedesche e dell’ingresso a Chieti degli alleati con alla testa i bersaglieri.

Fummo così in grado di riprendere i contatti con mio padre a Messina. Non c’era nell’immediato la possibilità di raggiungerlo. Non esisteva ancora un sistema di trasporti sicuro ed affidabile. L’Italia era un cumulo di rovine.

Terminata la guerra nell’aprile del 1945 mia madre cercò in tutti i modi di realizzare il ricongiungimento. Fu una grande, tormentata, faticosa odissea. Finalmente partimmo. Viaggiammo su un treno merci che trasportava sale. Era diretto in Puglia. Facemmo poca strada. Dovemmo fare tappa a Serracapriola, in provincia di Foggia ove una mia zia, Gertrude, aveva delle proprietà terriere. Rimanemmo lì per alcuni mesi. Sostenni l’esame per essere ammesso alla quarta elementare, per regolarizzare la mia frequenza scolastica. Non avevo, infatti, potuto studiare con regolarità a causa degli eventi bellici. Ricordo che mia zia era molto conosciuta e rispettata in quel paese. Era la vedova di Antonio Gatta, il medico condotto del paese, molto amato dai suoi concittadini prevalentemente occupati nell’agricoltura. Quando feci l’esame di ammissione diretta alla quarta elementare ero preparato. Avevo studiato molto. L’esame fu però singolare. Mi venne fatta una sola domanda: “Sei il nipote del dottor Gatta?” Lo ammisi. Il maestro disse: “Complimenti, sei promosso”. È una vicenda che non dimenticherò mai. È stata per me una lezione di vita.

Mia zia, pur essendo una proprietaria terriera, era politicamente vicina al Pci e al Psi. Aveva uno splendido rapporto con i suoi contadini e in tutti i modi cercava di aiutare le loro famiglie. Un giorno volle portarmi ad una riunione per sentire, come diceva lei, un grande uomo. Partimmo con il calesse. Arrivammo in un paese vicino a Serracapriola, credo San Severo. Nella piazza centrale c’erano tanti contadini, tanti “cafoni” con i loro mantelli neri. Sdruciti. Consunti. Si distinguevano tra la folla alcuni cartelli con scritto in modo elementare “pane, lavoro, pace”. Alcuni contadini erano scalzi. I visi erano sofferenti, dolenti, invecchiati. Guardavo le loro schiene con le spalle massicce deformate dalla fatica, i colli nodosi, le mani incallite: capivo che portavano avanti la propria vita piegati dal lavoro precoce, dalle fatiche, dalle privazioni, dai sacrifici. C’erano anche le donne con i loro scialli neri e i vestiti lunghi.

C’era su un palco arrangiato un uomo robusto che parlava. La sua voce era calda, viva, tonante, forte. Si esprimeva con semplicità ed efficacia. La sua oratoria era impetuosa, diretta, convincente. Le sue parole erano dotate di una potente carica magnetica.

Rimasi affascinato. Mi colpì quella piazza nella quale le bandiere rosse spezzavano l’uniformità del nero degli mantelli e, garrendo al vento, esprimevano grande forza fisica.

Mia zia mi disse che quell’oratore era Giuseppe Di Vittorio, un contadino che era evaso dal mondo dell’ignoranza, che si batteva per il riscatto dei lavoratori.

Giorgio Benvenuto Claudio Marotti: “Giuseppe Di Vittorio. Una storia di vita essenziale, attuale, necessaria”; prefazione di Susanna Camusso, Morlacchi editore, 2016, pagg. 236, euro 15,00. Brano tratti dal capitolo: “Una storia di vita”.

Fondazione Nenni

Fonte:
Blog Fondazione Nenni

Alessandro Nardelli:
L’ultimo discorso di Matteotti

Il 30 maggio 1924, esattamente 92 anni fa, il parlamentare e segretarioMatteotti del partito socialista unitario, Giacomo Matteotti, intervenne alla Camera dei Deputati (qui il testo), pronunciando uno straordinario discorso d’accusa nei confronti del regime fascista; egli denunciò espressamente brogli, prepotenze e frodi, necessarie per assicurarsi il successo alle urne elettorali il 6 aprile. Nella stessa occasione, Matteotti rese noto che ci sarebbe stato un suo secondo intervento, l’undici giugno, nel quale, oltre a fornire nuove prove sulle frodi da lui denunciate, avrebbe parlato di una consistente tangente finita in tasca ai fascisti, versata dal gruppo americano Sinclair Oil, in cambio di una concessione petrolifera. Scandalo che vedeva coinvolto il fratello del duce, Arnaldo Mussolini. La cosa, come prevedibile, provocò l’ira del capo del partito fascista, segnando, di fatto, il destino del deputato socialista.

Espressioni forti e dure quelle di Matteotti, pronunciate, con la passione di chi sapeva che lottare per la Libertà e la Giustizia sociale era la sua missione, e con la consapevolezza di aver pronunciato di fatto la sua ultima orazione. Ed infatti, la parte del suo intervento in cui egli affermò: “Io il mio discorso l’ho terminato, ora preparate il discorso funebre per me”, suonò come una sentenza già scritta, alla quale non si tirò indietro, cosciente di aver agito a difesa dei suoi ideali. Il 10 giugno del 1924, mentre si recava alla Camera dei deputati, un gruppo di fascisti, vicini al partito e a Mussolini, rapirono ed uccisero Matteotti.

”Uccidete pure me, ma un ucciderete mai le idee che sono un me”, questo l’urlo che egli aveva gridato ai fascisti, mesi prima della sua morte. E proprio il suo assassinio, rese più consapevoli molti giovani democratici e socialisti di quel periodo. In particolare Sandro Pertini, che dal momento della scomparsa di Matteotti, fece suo il concetto, più ampio e inscindibile, della libertà e giustizia sociale, propria, ma anche dei suoi avversari. Difatti proprio Pertini, divenuto, nel luglio 1945, si fece difensore di questi ideali, quasi una “religione”, democratici, portati avanti da chi come lui, condivideva tale idea del socialismo. La riscossa della società, si doveva basare su una nuova visione pacifista dell’essere libero, divenuta per Pertini un valore assoluto, la stella polare del socialismo, per la quale bisognava combattere anche a costo della vita stessa, proprio come aveva fatto Matteotti.

Due esempi educativi di schiettezza e probità, ai quali volgere lo sguardo, in un difficile momento di riformismo, che vede la nostra Nazione posta davanti a serie questioni costituzionali, da affrontare con la giusta tensione dialettica, necessaria ad elevare il dibattito tra le diverse parti sociali, e non svilendola come mera questione di stabilità politico-governativa.

Alessandro Nardelli

I sogni tra scienza, psiche e credenze popolari

sognoSognare è uno dei tanti modi per esprimere le proprie emozioni, le paure, le aspettative. I sogni sono delle pagine aperte su quello che vorremmo realizzare e su ciò che più ci spaventa, per questo la scoperta del loro significato può influire molto sulla conoscenza e sulla consapevolezza del nostro stato emotivo. L’interpretazione dei sogni è un desiderio che da sempre l’uomo porta con sé, in maniera del tutto innata, e questo spiega in parte il successo della smorfia napoletana che aiuta a svelare il significato dei sogni: in questa pagina di approfondimento su Donnad trovi alcune interpretazioni dei sogni più frequenti e comuni, vi tornerà molto utile per capire cosa significa veramente quello che sogniamo, anche dal punto di vista della psiche.

La famosa Smorfia ha radici molto antiche, se ne ritrovano tracce addirittura nella civiltà greca, quando si tentava di trovare dei legami tra il contenuto dei sogni e i messaggi ultraterreni. Secondo alcune teorie le origini della Smorfia sono da correlare alla Cabala ebraica, che individua un significato dietro ogni segno o parola. Difatti la Smorfia è una sorta di dizionario dei sogni, che fornisce un’interpretazione per ogni persona o situazione e associa un numero del lotto da poter giocare. Ad esempio secondo il codice della Smorfia, che i napoletani venerano da sempre, i numeri che i defunti svelano in sogno garantiscono vincita sicura.

Parte del fascino che circonda il mondo dei sogni deriva dalla consapevolezza che il cervello è attivo durante il sonno. La scienza, infatti, ha fatto luce su uno dei dubbi che più ha assillato gli uomini per lungo tempo rispetto al tema dei sogni, vale a dire Sogno o son desto? Ebbene, secondo un gruppo di ricercatori, durante il sonno la corteccia motoria, ovvero quella parte che coordina i movimenti, è attiva proprio come se il corpo stesse facendo dei movimenti volontari.

Sul significato dei sogni vi sono moltissime teorie e personaggi illustri della psicanalisi, come Jung e Freud, ci hanno lasciato degli studi che ancora oggi sono punto di riferimento per l’interpretazione della dimensione onirica.
Pur essendo partiti da posizione abbastanza simili, Freud e Jung hanno elaborato due teorie sui sogni molto diverse tra loro. Gli studi di Jung derivano dal suo interesse da quello che i sogni possono dire sul funzionamento della psiche. Egli riteneva che il sogno debba essere tradotto attraverso i simboli che sono propri di una determinata cultura o persona.

Secondo Jung, attraverso il sogno si può instaurare un dialogo con la propria coscienza e il sogno porta con sé dei simboli che corrispondono a dei significati plausibili. Al contrario, Freud affermava che i sogni portano dei segni, il cui significato si può decodificare a priori e molto spesso è correlato a desideri e impulsi sessuali.

Attraverso una sorta di inventario dei sogni più ricorrenti, Jung fece una classificazione dei sogni, distinguendoli tra tipici, piccoli e grandi. All’interno di essi vi sono spesso delle figure mitologiche ed universali che possono arricchire l’analisi dei sogni. Ancora oggi molti studi continuano a susseguirsi sul mondo onirico per cercare di decodificare il suo linguaggio misterioso e così affascinante.

La ricercatrice Lauri Quinn Loewenberg ha cercato di trovare una risposta ai sogni più comuni. Dalla sua analisi si apprende che l’azione di scappare può essere legata a qualcosa che si sta cercando di evitare nella vita reale oppure può semplicemente indicare il desiderio di raggiungere un determinato obiettivo. A molti sarà capitato di sognare di inciampare mentre si cammina e questo sogno spesso sottintende la consapevolezza di aver commesso un errore nella vita. Anche la guida folle di un’auto senza più controllo ha a che fare con qualcosa o qualcuno che nella vita reale ci sta sfuggendo totalmente di mano. Insomma ogni sogno ci parla di qualcosa di noi e del nostro stato emotivo attuale, dandoci la possibilità di far luce anche sui nostri lati più nascosti.

Elisa Leuteri

Carmela Carnevale
Per le donne!

In questa campagna elettorale, non si è parlato abbastanza delle donne e dei problemi della condizione femminile nella nostra società.
Le politiche di genere vengono spesso intese come esclusivamente concentrate sulle pari opportunità e sulla sicurezza delle donne. In realtà il campo di azione delle politiche di tutela della donna, riguarda i vari e poliedrici aspetti della vita quotidiana.
Ne consegue che, a mio avviso, l’idea è quella di promuovere progetti di cittadinanza attiva, coinvolgendo associazioni e collaborando con enti che già esistono e ai quali semmai va richiesto di più.
Tre l’altro vanno considerate le anziane che vivono sole e talora in condizione d’abbandono, il cui numero cresce anche a seguito del prolungamento della speranza di vita, le quali spesso rinunciano alle cure per risparmiare i pochi euro a disposizione, oppure sono vittime di truffe e raggiri.
Geriatri e sociologi concordano sulla opportunità di lasciare gli anziani nelle proprie abitazioni, evitando il più possibile i ricoveri nelle strutture. Attraverso gli Sportelli sociali si può ottimizzare la mappatura di tutte le situazioni, per poi agire attraverso l’opera di associazioni e cooperative, allo scopo di supplire ai bisogni primari quotidiani (dalla spesa all’ascolto), creando tra l’altro nuovi posti di lavoro.
In evidenza ci sono i problemi connessi alla maternità. Le madri possono essere aiutate nel loro compito favorendo la proposta della “baby sitter della strada”, coinvolgendo anche istituzioni, associazioni e parrocchie per reperire spazi utili e personale idoneo. Bisogna mettere fine all’antagonismo fra maternità e lavoro.
È necessario monitorare le associazioni e gli ambulatori sanitari che si occupano della cura alle donne, per migliorarne la funzionalità e quindi la fruibilità.
Per quanto riguarda la sicurezza delle donne, non si può pensare alle forze dell’ordine utilizzate come guardie del corpo. È importante l’uso appropriato della rete. È necessario sensibilizzare la popolazione sul valore dell’aiuto reciproco, come dire: “osservo e intervengo a favore della vittima”. Ma non esiste soltanto la violenza in strada, esistono altre forme subdole di violenza: quella domestica, in ufficio, il bullismo. Bisogna essere in grado di informare e convincere le vittime a farsi aiutare, innanzitutto tramite il sostegno psicologico, poi attraverso percorsi di “ricostruzione” della personalità e per il reinserimento nel sociale. Si devono creare associazioni di supporto e sostegno per favorire forme imprenditoriali femminili, che diano opportunità e indipendenza economica alle vittime della violenza, perché, come recita un antico proverbio cinese, “se un uomo ha fame non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare. Solo così non lo avrai sfamato per un giorno, ma per sempre”.
Concludo sottolineando che l’impegno per la parità nella famiglia e nel lavoro, quindi per la piena emancipazione femminile, è un processo ben lontano dall’essere concluso. Spetta alla società nel suo insieme ma, in primis, alla consapevolezza delle donne e alla loro risoluta volontà di agire per assegnare all’ “universo femminile” il protagonismo paritario che gli spetta.
Ciò vale altrettanto nella politica: ci devono essere più donne elette nei Consigli comunali. Dovranno esserci più donne sensibilmente impegnate anche nel Consiglio comunale di Bologna, per realizzare una società giusta e moderna!

Carmela Carnevale