lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cominciamo a ragionare sul referendum di ottobre
Pubblicato il 05-05-2016


Partiamo dal presupposto fondamentale e cioè dalla natura del referendum confermativo previsto dalla Costituzione in materia di riforma costituzionale. Si tratta di accettare le norme modificate dalla doppia votazione di Camera e Senato, oppure di rifiutarle tornando alle normative precedenti. Dunque la domanda che dovremmo rivolgerci non è tanto relativa alla completa accettazione della riforma, ma al fatto se questa sia migliore della conservazione dello stato precedente.

Se si potesse decidere quale riforma scegliere, ma non è questo il caso, diciamo subito che noi avremmo scelto una strada diversa e forse anche un contenuto diverso. Avevamo proposto la via maestra della Costituente per avviare un processo di riforme anche più ardito e certo più coerente. Bisognerebbe infatti prima o poi partire dalla risposta fondamentale relativa alla forma dello stato italiano, se essa debba essere presidenziale o parlamentare e da lí far discendere per conseguenza i diversi poteri e le regole elettorali. Si è scelta un’altra via, che contiene pasticci e contraddizioni. Ad esempio, le regole elettorali che non sono sottoposte, non trattandosi di riforma costtizionale, a referendum, e che se lo fossero penso che il nostro no dovrebbe essere deciso, fanno trasparire la più grande contraddizione tra un parlamentarismo de iure e un presidenzialismo di fatto.

Noi non neghiamo che esistano legami tra la riforma costituzionale e l’Italicum, che il mutamento tiepido delle norme previste per l’elezione del presidente della Repubblica non risolvono e che devono cambiare anche per quella relativa ai giudici costituzionali e del Csm (immaginiamo cosa potrebbe avvenire con le norme vigenti con la vittoria al secondo turno dei Cinque stelle). Tutto questo però a me pare più relativo alla natura dell’Italicum che a quella della riforma costituzionale. Non mi convince neppure quella forma di designazione dei senatori attraverso le regioni proprio nel momento in cui alle regioni viene sottratta la maggior parte dei poteri, nella più assoluta indifferenza di tutti i regionalisti e federalisti.

Naturalmente ci sono cose buone: il superamento del bicameralsimo perfetto, la diminuzione del numero dei senatori, il superamento delle materie concorrenti tra stato e regioni, introdotto sciaguratamente dalla riforma del Titolo V da parte della maggioranza ulivista. Si tratta di una riforma che, tutt’altro che perfetta e pienamente convicente, è tuttavia meglio dello stato attuale. E invece il fronte del no, che mette assieme destra ed estrema sinistra, e che non ha certo un minimo comun denominatore nella sua offensiva di merito, continuerà, soprattutto a sinistra, a recitare la vecchia litania del “giù le mani dalla Costituzione”, che peraltro é stata cambiata 35 volte in forme lievi e due volte, da parte dei governi di centro-sinistra e di centro-destra (quest’ultima riforma è stata poi bocciata al referendum) in forme decisamente invasive. Ragioniamo insieme, senza la presunzione di dare ordini e rispettando tutte le opinioni. Abbiamo anche il tempo per poterlo fare.

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Commenti all'articolo
  1. Purtroppo c’è poco da ragionare. Si può solo dire NO. Il combinato disposto di riforma costituzionale ed Italicum è uno scempio. Della linea politica schizofrenica del PSI posso accettare tutto, ma non che si contribuisca allo stupro della Costituzione. Se il partito intende perseverare su questa strada, a malincuore, sarò costretto a stracciare la tessera.

  2. Caro direttore, nella riforma ci sono le rose e le spine come rappresentato dal costituzionalista prof. Ainis. Tu stesso ammetti i legami esistenti tra riforma costituzionale e la legge elettorale “Italicum” che per noi socialisti rappresenta la fine della nostra autonomia e della nostra storia come partito. Le spine, quindi, sono molto pungenti e annullano il profumo della rosa rappresentato dalla fine del bicameralismo. In questa situazione come possiamo noi socialisti votare si senza l’impegno di modificare la legge elettorale?

  3. Mauro io spero in buona fede dimenticate che quei provvedimenti sono stati votati da un “parlamento”, anzi no, da una camera dei deputati delegittimata dalla sentenza n1/2014 della Consulta.
    Se il “guru” Napolitano avesse preso atto di questa avrebbe sciolto la stessa e fatto rivotare. Alllora con un parlamento LEGITTIMATO si sarebbe potuto fare a maggioranza qualsiasi Legge e qualsiasi riforma.
    Invece no si sono preferiti i “proci” autorizzati a qualsiasi nefandezza: La non attuazione della sentenza che cancellava i tagli sulle pensioni sopra un certo livello ne è la riprova e la minimizzazione dei fatti “Etruria” e scandali vari lo confermano ampiamente.
    Posso pensare che ritenete questo il male minore, ma ricordo un memorabile discorso di Sandro Pertini che diceva che non si poteva barattarte la liberta’ (e quindi la legalita’) con la migliore delle riforme. Figuriamoci con queste!

  4. 1953, 1974, 2006 e 2016: 4 NO in difesa della Costituzione repubblicana.
    Siamo per l’ìnnovazione utile, non per il ‘nuovismo’ pasticcione e pericoloso.
    Ed ecco nel merito il mio parere di vecchio riformista di sinistra
    La nuova Costituzione (cambiata per il 40% con fiducie e canguri..) nascerebbe su presupposti sbagliati, in buona parte figli di una concezione semipresidenziale ‘occulta’. Non è vero che la velocità decisionale reclami corsie iperpreferenziali per il governo (ha già i decreti legge, di cui si fa abuso da molti anni) nè che la velocità sia sempre buona consigliera (quante leggi corrette ex post..).
    E’ vero che altri sistemi danno al governo maggiori facoltà (il premier è premier davvero) ma vi sono i contrappesi. Del resto questa della eccessiva prevalenza del governo sul Parlamento era proprio la principale critica che il centro-sinistra di Prodi mosse al progetto Berlusconi-Calderoli e che poi bocciammo al referendum costituzionale nel 2006. Per il ‘Senato delle autonomie’, invece del ‘federalismo’ leghista, Ulivo 2006 e Bersani 2013 parlavano di Senato su base regionale ma non ne specificavano il sistema elettorale.
    Non è vero peraltro che la nostra Costituzione del 1947 fosse ‘congelata’ (negli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche) quanto invece che essa necessitasse di un normale lavoro di ‘manutenzione’, non di un ribaltone.
    In ogni caso una così profonda revisione costituzionale dovrebbe essere approvata da un Parlamento eletto su base proporzionale, come in tutta Europa è avvenuto.
    Se poi aggiungiamo la bruttura dell’Italicum (assai peggio della legge truffa 1953) diremo perciò un grande NO complessivo, per difendere lo spirito costituzionale nato con la Resistenza.
    Tuttavia è vero che la logica referendaria SI/NO non aiuta nè-tantomeno- è accettabile un plebiscito pro o contro Renzi e il suo governo. Se vincerà il NO (come spero) ci saranno ovvie conseguenze politiche ma la Costituzione è molto più importante di un governo (o di un pseudopartito come il PD).
    Nel testo Renzi-Boschi approvato in aprile vi sono invenzioni propagandistiche (es. riduzione dei costi del senato, più velocità legislativa – oggi già del tutto normale-media cento gg tra le due camere ecc), incoerenze e sottovalutazioni (che ne sanno i consiglieri regionali di UE? perchè aumentare le firme per le proposte di referendum popolari se si vuole aumentare la compartecipazione ?), imprecisioni (es.chi fa cosa in materia di sostegno al made in Italy? come evitare contrapposizioni con le Regioni in materia di gestione dei territori? ) ecc. Ma vi compaiono anche alcune logiche opportune: es. ridare allo Stato alcune priorità strategiche dopo l’errore del CSX sul Titolo V nel 2001, la necessità di rendere più scorrevoli i regolamenti, i nuovi referendum propositivi ecc.
    Per quanto riguarda il nuovo regionalismo (nelle regione a statuto ordinario) il senato renziano dei 95 non ha nulla anche vedere ad es. col Bundesrat tedesco (sostanzialmente un’assemblea periodica dei ministri dei laender coadiuvati da esperti) e pare un ibrido rispetto ad altri paesi.
    C’erano alternative? Sì, ad es. la bozza di V.Chiti (PD) che dimezzava i 1000 parlamentari mantenendo elettivi i senatori su base regionale ma senza voto di fiducia né sul bilancio. O addirittura c’era chi proponeva l’eliminazione sic et simpliciter del Senato (ma naturalmente per la Camera con un’altra legge elettorale).
    Tralascio il mediocre italiano del testo Renzi-Boschi e tralascio le varie questioni tecniche ancora in sospeso, come l’elezione diretta/indiretta dei senatori-consiglieri, la questione dei regolamenti nel futuro Parlamento ecc).
    Ergo, come chiedono i radicali sarebbe bene ‘spacchettare’ i quesiti: il tempo tecnico ci sarebbe . Speriamo che ci sia la volontà politica di Renzi e della sua maggioranza raccogliticcia.
    Intanto continuiamo a lavorare alla raccolta di firme contro le de-forme e contro Italicum. (Carlo Baldassi)

  5. E’ difficile sottrarsi all’invito del Direttore “ragioniamo insieme, senza la presunzione di….”, vista la portata della materia, anche se i margini del ragionare si restringono parecchio dal momento che siamo di fronte a decisioni già prese dalle forze politiche, le quali non potranno che confermarle presso iscritti e simpatizzanti, né vi sono spazi di eventuali correttivi visto che alla fine ci si deve esprimere con un “sì” o con un “no”, ossia con un prendere o lasciare.

    Ciò detto, non mi convince tanto la tesi secondo cui “la domanda che dovremmo rivolgerci non è tanto relativa alla completa accettazione della riforma, ma al fatto se questa sia migliore della conservazione dello stato precedente”, perché col passare degli anni mi sono fatto l’idea che la Riforma della Costituzione non possa essere fatta “a segmenti”, ma debba rispondere ad un disegno complessivo, semmai attuato per fasi o tappe ma comunque già impostato fin dall’inizio (non a caso un tempo si parlava di Grande Riforma, proprio per considerarla nel suo insieme).

    Questa mia opinione è confortata anche da quanto aggiunge il Direttore, laddove si dice che la nostra CARTA “è stata cambiata 35 volte in forme lievi e due volte…. in forme decisamente invasive”, nel senso che variazioni parziali possono semmai anche essere controproducenti, o non corrispondere alle aspettative, se manca un preciso filo conduttore, o un quadro generale di riferimento che tenga conto dei vari contrappesi, aspetto che a me sembra imprescindibile quando si parla di Carta costituzionale.

    Per fare un esempio, riguardo a quest’ultimo aspetto, mi chiedo quale forma di bilanciamento possa esservi – con la fine del bicameralismo perfetto, e quindi del doppio passaggio delle leggi – di fronte alle decisioni di un partito che in virtù del premio di lista diventa il “dominus” della situazione, decisioni che col nuovo sistema delle candidature sono di fatto in mano ai suoi vertici.

    Il leggere poi altre parole del Direttore, vedi “si è scelta un’altra via, che contiene pasticci e contraddizioni”, mi fa venire in mente che la legge elettorale, quella appunto del premio di lista, è stata votata anche da partiti che oggi vorrebbero cambiarla, il che mi sembra quantomeno contraddittorio, e non vorrei che succedesse altrettanto per la Costituzione, nel senso che un domani ci dicessero, o si accorgessero, che quello che hanno approvato oggi non va più bene (e da quanto ne so ricambiare la Costituzione sarebbe meno semplice che ricambiare una legge ordinaria).

    Paolo B. 06.05.2016

  6. Sarebbe stato meglio se il ragionamento fosse stato fatto prima di votare questa riforma, che merita solo un no.
    Renzi, il premier “che corre” ha architettato, tra riforma costituzionale e Italicum, un sistema assurdo, sull’assunto che “la sera delle elezioni si sa chi ha vinto”.
    Ve lo immaginate se poi chi ha vinto non sarà lui, ma un 5stelle?

  7. Per quello che riesco a comprendere voglio anche io dire qualche parola sul suo scritto direttore. Non vi è dubbio che la strada maestra era quella indicata dai Socialisti quella della assemblea costituente in quanto non si può cambiare la costituzione a colpi di maggioranza e con la fiducia, mortificando il Parlamento nella sua interezza e questo anche se l’obbrobrio viene sottoposto a referendum conservativo. Né direttore si può dire che il fronte del no che mette insieme destra ed estrema sinistra non sono d’accordo su nulla. Mi permetto di dire che la costituzione è di tutti, tanto meno è di un governo non eletto da nessuno e con una rappresentanza parlamentare nominata con una legge dichiarata incostituzionale. Per quanto riguarda poi la riduzione dei costi credo che ciò sia veramente insignificante, perché comunque questi senatori, non si sa se ancora indicati dagli elettori o nominati dal consiglio regionale, avranno un costo per andare e venir e pernottare a Roma, ammesso che parteciperanno alla vita del nuovo senato, considerato che non brillano, già adesso nei consigli regionali per presenza. La riduzione dei costi poteva veramente essere perseguita con efficacia se si fossero ridotti, almeno della metà, i deputati e perfino abolire il senato stesso; in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così e si è voluto, fra l’altro, mettere insieme in un unico voto referendario argomenti diversi fra loro, come la forma di governo e le autonomie regionali. Questa a mio avviso non può essere considerata una riforma, a me, hanno insegnato che possono definirsi tali quelle che produco fatti positivi sulla vita degli individui della collettività tutta, quella che consentono ai cittadini di eleggersi chi vogliono loro, non chi dice il capo. Se poi questa riforma la vediamo insieme alla legge elettorale a me sembrano latenti istinti autoritari di coloro che l’hanno imposta.
    Quindi la cosa più sensata e non solo votare no ma, fare una campagna porta a porta per spiegare e convincere i cittadini a farlo anche loro.

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