lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Enzo Tortora, l’esempio
del garantismo del Psi
Pubblicato il 18-05-2016


La ricorrenza della morte di Enzo Tortora, il 18 maggio 1988, riporta alla memoria uno degli errori giudiziari più sconcertanti della nostra storia che chiama in causa la responsabilità dei magistrati, ma anche il ruolo della stampa e il giustizialismo di un Paese che si affida spesso alle dicerie più che ai fatti.
La storia di quest’infamia è nota più o meno a tutti, dall’arresto nel cuore della notte per via della testimonianza di un pentito alle calunnie successive a cui si prestarono più o meno giornali e penne eccellenti della stampa. Ciò che non viene quasi mai ricordato è la difesa del conduttore che portarono avanti sia i radicali, sia il Psi.
Enzo Biagi, socialista, fu il primo giornalista, pochi giorni dopo il suo arresto, a spendersi pubblicamente per Tortora con una lettera aperta all’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini:
“Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura”.
Il Partito Radicale portò avanti una vera e propria battaglia in difesa del noto conduttore di Portobello e a un anno dal suo arresto, nel giugno del 1984, Tortora fu eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale, che ne sostenne le battaglie giudiziarie. Ancora un anno e a unirsi alla battaglia garantista non potevano mancare i socialisti che parteciparono alla conferenza stampa dei radicali del luglio del 1985. “La presenza socialista alla vostra conferenza stampa vuole rappresentare, ancora una volta, la sensibilità per i problemi gravi della giustizia e del processo penale in particolare, e l’ interesse che tutti i cittadini, e quindi le forze politiche, debbono coltivare e rafforzare per la certezza del diritto e per le garanzie individuali. Questo è il senso della nostra adesione convinta alla campagna di chiarezza e di informazione, promossa con il libro bianco sul processo dal Partito radicale”. Sotto queste righe una firma impegnativa, quella dell’allora vice segretario socialista, Claudio Martelli. “La colpevolezza di Enzo Tortora non può essere dichiarata solo sulla base delle confessioni, peraltro in molti punti contraddittorie, dei pentiti, senza riscontri e prove… Il caso Tortora non ci interessa solo per il personaggio, ma per il significato più ampio che assume”. Giuliano Vassalli, affermava il socialista e professore di diritto da cui prese poi il nome la legge “Vassalli”, sulla responsabilità civile dei magistrati.
Enzo Tortora non dimenticò il supporto del Psi, e nel marzo del 1987, un anno prima della sua morte, portò i suoi saluti al Congresso socialista: “Al di là del mio caso personale sussiste il problema di diritto e di una vera democrazia nel nostro paese”. Tortora durante quell’occasione tenne a ricordare che il Psi fu il primo grande partito a giocarsi la propria affidabilità intorno al suo caso e alla questione giustizia. Dopo aver ringraziato Martelli, Tognoli e il presidente del Consiglio per non essersi trincerati dietro lo schermo dell’indipendenza della magistratura, ponendo invece coraggiosamente l’accento sulla sua vicenda e sulla questione giustizia, Tortora concluse sottolineando che i referendum e in particolare quello sulla giustizia hanno anche la sua faccia e il suo volto: “Sono deciso a fare qualunque cosa – insieme al Partito Radicale – perché il referendum non venga scippato”. L’8 novembre 1987 l’80,20% dei votanti al referendum rispose in modo affermativo per stabilire una responsabilità civile per i magistrati.

Redazione Avanti!

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