domenica, 11 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Eurovision. ‘1944’, questa volta c’è anche la politica
Pubblicato il 16-05-2016


Jamala

Jamala

Anche quest’anno è tornato l’Eurovision Song Contest, con il suo calderone di stili ed influenze, che invero spesso ne ricalcano calligraficamente altri: l’Olanda e il suo country chitarristico, il glam pop dell’Adrien Lambert israeliano, l’Armenia con la sua performer un po’ Nicole Scherzinger un po’ Beyonce, il rock molto pop e molto anni ’90 di Cipro e il brit rock psichedelico della band georgiana, non a caso attiva in UK; senza contare le innumerevoli novelle Celine Dion (Repubblica Ceca, Serbia, Malta), che qua non mancano mai, o il Conchita Wurst’s style della favoritissima Australia, qualificatasi prima nella classifica parziale delle giurie. Per un soffio si è rischiato che a vincere fosse proprio lei, Dami Im, la minuta cantante di origine coreana dalla voce esplosiva, emigrata in Australia all’età di nove anni. Al che tutti ci saremmo chiesti: “Ma come, è l’Eurovision e a vincere è una coreana che rappresenta l’Australia?”. Ma in una manifestazione nata per abbattere le barriere e promuovere l’amore questo si sarebbe rivelato un problema di poco conto. O forse no.

Il problema, più che altro, si ha quando a vincere è una canzone dagli echi fortemente politici: “1944” dell’ucraina Jamala, che prende spunto dalla deportazione dei Tatari di Crimea -accusati di collaborazione con i nazisti- in Uzbekistan negli anni ’40, per ordine dell’Unione Sovietica di Stalin, e l’angoscia di un popolo, quello tartaro per l’appunto, che vive in un territorio occupato, argomento che si riallaccia alla scottante e attualissima crisi di Crimea. Per quanto sia vero che la canzone non affronta direttamente tematiche politiche, è vero pure che come tale è stata presentata e che la sua vittoria si deve probabilmente più a ciò, che alla attrattiva del pezzo stesso. Infatti, se il brano proposto da Jamala è musicalmente brutto e non è neanche d’impatto, quello della Russia (primo al televoto) al contrario era il più incisivo di tutti, musicalmente parlando, nonché quello dalla scenografia più coinvolgente.

Trattasi dunque di una sorta di sabotaggio di massa politically-correct? Probabile. Quel che è certo è che il regolamento dell’Eurovision vieta espressamente la partecipazione di brani di carattere politico e che la Russia, rappresentata da Sergey Lazarev e la sua “You’re The Only One” avrebbe meritato di vincere. E sarebbe stato davvero curioso scoprire come quest’ultima avrebbe organizzato un evento così gay-friendly com’è l’Eurofestival. Ma a quanto pare non ci è dato saperlo.

Francesca Michielin

Francesca Michielin

Volendo invece parlare della nostra Francesca Michielin, poco o nulla da eccepire: tanta, tantissima e palpabile emozione per lei durante l’esibizione di “No Degree Of Separation”, voce delicata, viso pulito da ragazza per bene. Anche durante le interviste europee in questi giorni, la Michielin ha sfoggiato un inglese perfetto, frutto anche di studio e caparbietà, il che non può che farci sentire orgogliosi del lavoro svolto da lei e dal suo team; sembrano infatti così lontane le innumerevoli figuracce che ci fece fare Emma Marrone due anni fa, nella medesima occasione. Googlare per credere. Ed è un bene che, come sempre (anche qua, Emma Marrone a parte), l’Italia non si sia conformata né al gusto musicale imperante, quell’eurotrash che tanto piace al pubblico festaiolo dell’Eurofestival, né alla scelta di portare una canzone quasi totalmente in lingua inglese. Perché se guardiamo l’Eurofestival, vogliamo percepire la diversità. Gustarcela. Abbracciarla. Comprenderla. E sorriderne con tenerezza.

D’altro canto, però, per la Michielin si sarebbe potuto lavorare molto meglio sul piano scenografico: la dimenticabilissima presentazione scarna e infantile di sottofondo al brano probabilmente non ha giovato al suo successo. Così come anche il look della giovane di Bassano del Grappa: perché va bene la semplicità, va bene la giovane età, ma per lavorare nell’ambito della musica pop è necessario dimostrare di possedere carisma e talento. E non solo averli.

Ad ogni modo, obiettivamente il sedicesimo posto ottenuto dalla Michielin quest’anno, appare davvero poco. Avrebbe meritato quantomeno di finire nella top 10. Ed è una magra consolazione vedere i cugini spagnoli ancora più in basso di noi nella classifica (ventiduesimi) o Germania e Regno Unito, entrambe rappresentate da pezzi di grottesca bruttezza, nelle ultimissime posizioni. Ma, se i tedeschi non possiedono alcun gusto per la musica melodica, non si capisce perché gli inglesi, che invece potrebbero far scuola a tutti, ogni anno si perdano in scelte di dubbio gusto.

Per il resto, la serata si è svolta con la consueta vivacità che contraddistingue l’evento, e ha visto anche un’importante novità, ossia l’ospite internazionale: in questo caso, Justin Timberlake, che a Stoccolma ha presentato il suo nuovo singolo “Can’t Stop The Feeling”, estratto dalla colonna sonora del film “Trolls”, dopo aver infiammato Stoccolma con uno dei suoi grandi classici “Rock Your Body”. Un’ospitata furba e piacevole al contempo!

Si conclude così, dunque, questo Eurovision, tra danze, sorrisi e qualche controversia. Un appuntamento che non smette mai di sorprende e, a volte, di deludere.

Giulia Quaranta

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento