giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Felicia Impastato:
storia di verità e giustizia
Pubblicato il 11-05-2016


Felicia Impastato, madre di Peppino (nel ritratto)

Felicia Impastato, madre di Peppino (nel ritratto)

Una storia di verità e giustizia. Questo è il film Tv “Felicia Impastato”, per la regia di Gianfranco Albano, andato in onda su RaiUno. Non racconta solamente la storia della lotta di questa madre che chiede che finalmente venga fatta luce sulla morte del figlio: Beppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978. Il film ricorda questa ricorrenza, trasmettendo il film il 10. Un’uccisione macabra: il corpo fatto a pezzi e poi sparso lungo i binari del treno. Un regolamento di conti di stampo mafioso mascherato sotto uno pseudo-suicidio col ritrovamento di una lettera controversa oppure facendo passare Impastato per un terrorista.

Figlio di un mafioso, il nome di Beppino sarebbe stato infangato per sempre se non fosse stato per la volontà ferrea della madre di difenderlo sino alla morte. Interpretata da un’intensa Lunetta Savino, Felicia Impastato sfida con coraggio la malavita organizzata, gridando forte che sono stati i mafiosi a uccidere suo figlio, che non la metteranno a tacere e che proteggerà Beppino sino a che i suoi occhi saranno aperti. Fa tanto di nomi: sa chi è stato il mandante dell’omicidio del figlio e si chiama Gaetano Badalamenti, potente boss che incute terrore. Ma Felicia non ha paura di niente. L’unica cosa che conta per lei è che venga fuori la verità. Occorreranno vent’anni, ma alla fine il processo ci sarà e giustizia sarà fatta. Il film sceglie il tono drammatico, una sorta di grido funesto fino all’ultimo afflato di questa donna, la cui lucidità e determinazione stupiscono. Ha saputo trasformare il dolore e la disperazione in una tenace ostinazione nel perseverare sulla strada della giustizia.

Si tratta di una storia di giustizia che mostra la magistratura di ieri e di oggi; tutti quelli come Rocco Chinnici, che non temevano di girare per la città senza scorta seppur consapevoli di poter morire da un momento all’altro. Ma anche di una storia di mafia, che colpisce alle spalle, in modo infido. Ma anche tutti quelli che, come il magistrato interpretato da Barbara Tabita, che ne hanno raccolto l’eredità. Questo accomuna tutte le stragi di mafia e di lotta a questo potere illecito, ma spesso connivente con quello ufficiale. La sorte di Beppino Impastato, di tanti giornalisti e militanti come lui, non è molto diversa dalla sorte che la lega a quella di Falcone e Borsellino. Il film ben mostra questo.

Occorre riprendersi la propria Sicilia, ma guardando al futuro e alle generazioni a seguire. E questo scorcio aperto sul domani, attualizza e modernizza la vicenda di Felicia Impastato. Questo tentativo di andare oltre, mostrando questa donna coraggio che apre la sua casa a giovani studenti di scuole e di tutte le età, raccontando la sua storia personale, affinché diventi esperienza comune, condivisa e universale, significa calcare la mano sulla necessità di non chiudersi nell’omertà, ma nell’aprirsi alla verità e alla giustizia. “I mafiosi si combattono con le parole”, grida Felicia, ossia denunciando, conoscendo, sapendo, informando e rendendo(si) cittadini consapevoli.

Questi ultimi sono gli aspetti che portano più ‘nuovo’ (e che forse si sarebbero potuti ampliare approfondire maggiormente con beneficio per il film), dando un senso di originalità nell’affrontare tematiche che rischiano di sfociare nella retorica. Il film, tuttavia, sceglie la sobrietà, accennandole appena senza insistervi troppo. La drammaticità, poi, pervade il romanticismo anche perché, per quelli come Beppino, il dovere veniva prima di tutto, prima della famiglia e dell’amore. Forse, però, questo procedere quasi per grandi linee, per sommi capi di tutte le sfaccettature che il parlare di lotta alla mafia assume, presenta una duplice ambivalenza. Da una parte dà velocità, ritmo, fruibilità, fluidità al film; dall’altro lato rischia di dare un senso di mancato approfondimento, di una narratività romanzata del racconto e della storia.

Di fronte all’apparente ed iniziale senso di incompletezza, si percepisce che in fondo forse è l’atteggiamento migliore: offrire spunti di riflessione sufficienti, senza calcare troppo la mano, poiché tante parole non servono di fronte a vicende di tale portata che parlano da sole. Molti gesti e (re)azioni dicono molto più di numerosi discorsi che potrebbero apparire di circostanza, privi di fondamento, costruiti, artefatti, montati e strutturati più per esigenze cinematografiche che realistici. Invece il linguaggio semplice ed essenziale usato imprime un tono assolutamente veritiero al film, lasciando posto all’espressività della recitazione di Lunetta Savino, che trascina tutti gli altri attori e personaggi (rispettosi l’uno dell’altro, senza interferire mai, sovrapporsi o ostacolarsi a vicenda). Ergendosi a guida e paladina della lotta alla mafia e portatrice del cambiamento, nuovo mentore che istruisce con l’umiltà sofferta della sua tragica esperienza; figura femminile carismatica mai sopra le righe, assume più rilevanza proprio in quanto donna che combatte in Sicilia (il film è ambientato a Cinisi, in provincia di Palermo), in una società ancora fortemente patriarcale e maschilista, in cui la donna era assoggettata all’uomo, suo padrone. Eroina senza mai volerlo essere, combatté per ciò in cui credeva con la normalità della gente comune, instancabile e sempre convinta. La sua dottrina fu quella del cuore, dell’istinto e della ragione, idealista con realismo.

Barbara Conti

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