martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Francesco La Rosa, un bel filmato per capire Catania
Pubblicato il 19-05-2016


catania_nuvoleFrancesco La Rosa è un giovane regista, che da alcuni anni coltiva la passione per il cinema, anche se sia diplomato analista contabile e svolga un’attività lavorativa presso una lavanderia industriale di Catania. L’arte del cinema lo entusiasma e la vive per rispecchiare la realtà della Sicilia, dove un tributo d’amore per la città etnea non lo distoglie da raffigurazioni amare di una realtà intrisa di stridenti contraddizioni e permeata da una straordinaria bellezza con i suoi colori, i suoi profumi e l’ospitalità della sua gente.

    Con il suo ultimo cortometraggio “Pacenzia”, La Rosa è stato ammesso a importanti festival come quelli di Vigevano, di Civitanova, di Voghera e altri ancora per la capacità di cogliere la complessità della realtà etnea.  Gli attori sono suoi amici, parenti e colleghi, che recitano con serietà come veri professionisti, animati solo dalla passione per la recitazione. Le musiche di Carmelo Incognito e il contributo tecnico di Pietro Paratore rendono più vivo il racconto scenico, che – seppure incentrato su usi, costumi e abitudini – riesce a cogliere le mille facce di una città cresciuta in modo caotico negli ultimi decenni. Egli si pone di fronte alla realtà con occhio critico, descrivendo attraverso le sue riprese una società complessa come Catania, dove si intrecciano in un legame inscindibile ricchezza e povertà, bene e male, quest’ultimo rappresentato da un vecchio boss.

    La storia si apre in una campagna assolata, dove un contadino lavora i campi all’intonazione della canzone famosa “Vitti ’na crozza” e guarda con affetto il figlio, a cui vuole trasmettere il suo lavoro agreste con il rifiuto ludico del bambino. Il racconto si dipana con la riunione di un incontro malavitoso tra un gruppo di picciotti e un anziano “padrino”, che ricorda momenti particolari della sua vita passata con racconti sulle sue vicende familiari, intercalate da continui bisticci dei genitori anche per l’acquisto di un paio di scarpe.

    Su questo sfondo l’autore inserisce un episodio di un ragazzo che ruba un paio di scarpe in una corsa forsennata del negoziante che si conclude con il rilascio delle medesime al legittimo proprietario. Sembra che il regista vuole sottolineare un collegamento con l’infanzia del padrino, quasi a ricercare le cause del comportamento deviante nella miseria e nell’assenza di lavoro. Nella riunione il padrino, in un dialetto strettamente catanese, si lascia andare a confidenze personali ai suoi picciotti, che ascoltano e intervengono solo per rendere onore al loro capo indiscusso e manifestargli così il loro rispetto.

    Girato a Catania e nella provincia etnea, il filmato evidenzia il contrasto tra il lavoro umano, fatto di onestà e di spirito di sacrifico per l’amore verso la famiglia, e l’attività malavitosa dei picciotti. Essi, servili e ubbidenti a “don Vito”, ascoltano con passività le sue riflessioni sul denaro (“I soldi sono diavoli con la faccia di femmina, e di questa femmina sono tutti innamorati”); ma il loro accumulo, se provoca litigi anche tra fratelli e parenti stretti, è un fenomeno transitorio. Si hanno altre considerazioni sulla vita sociale e politica (“Il pesce puzza dalla testa”) in un intreccio di luoghi comuni e di espedienti retorici volti a stupire.

    Seguono scene di vita di giovani, intenti a giocare a pallavolo con ragazze avvenenti e prive di comprendonio. Il distacco dal gruppo di un giovane è emblematico per comprendere una mentalità diffusa, impregnata di violenza gratuita per futili motivi: il caso raccontato nel filmato di un giovane, che per gelosia o dimostrazione di virilità picchia un suo coetaneo intento a pescare pacificamente con un misto di stupidità e spavalderia. La violenza delle periferie si unisce a quella dei quartieri storici di Catania, afflitti dallo spaccio di droga e dalla prostituzione. Una condizione di marginalità, dove piazze architettose si uniscono a un degrado sociale spaventoso in una città cresciuta in modo disordinato e disorganico.

Nunzio Dell’Erba

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