sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il referendum, l’Anpi
e Casa Pound
Pubblicato il 19-05-2016


“Venga, discutiamo di come vincere il referendum”, così Simone di Stefano, vice-presidente di Casa Pound, intervistato da Luca Telese su Libero di lunedì 16/05, si rivolge a Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi.
Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo originale accostamento tra un’organizzazione che si dichiara erede del fascismo e l’associazione nazionale dei partigiani. Non indifferenti e, di sicuro, legittimamente disorientati, se il dato è che l’Anpi, che sostiene il NO al referendum in nome di una questione democratica, si trova a condividere le posizioni di Casa Pound, che, in quanto organizzazione post fascista e contraria ai fondamenti della democrazia costituzionale, in base ai principi antifascisti professati dall’Anpi stessa, non dovrebbe avere ragione di esistere.

Non di meno, se il venire a capo di questa pesante e non apparente contraddizione spetta ai diretti interessati, tale vicenda può essere utile a svolgere più in generale alcune riflessioni in ordine allo qualità del dibattito che si sta sviluppando intorno al referendum costituzionale.

Una prima e più generale circa i modi e gli effetti dell’impegno diretto delle espressioni organizzate della società sui temi del dibattito pubblico e più propriamente politico.

Verrebbe anzitutto da chiedersi perché in Italia sia sempre così poco avvertita la dimensione del coinvolgimento e, soprattutto, del convincimento individuale delle persone e così sentita, invece, la regola per la quale ci sia sempre qualcuno e in ogni occasione, sia esso un prete oppure un sindacalista oppure un capoultrà, che si senta incaricato di spiegare al popolo cosa pensare e cosa decidere.

Ciò premesso, non è certo in discussione il diritto dell’Anpi, così come per qualsiasi altra associazione, di partecipare con la più piena libertà e autonomia al dibattito pubblico su questo o quel tema. Nella consapevolezza, tuttavia, che tale diritto si accompagna alla condizione irrinunciabile che con tutti gli attori di quel contesto, nel bene o nel male, piacciano o non piacciano, ci si debba misurare, senza sconti per nessuno e con tutti i rischi che possano prodursi alla propria reputazione. Lo si consideri prima per non indignarsi poi di fronte alle battute del ministro Boschi.

Legittimo, ovviamente, che ciascun soggetto, individuale o collettivo che sia, possa ritenere giustificabile mettere in gioco la propria autorevolezza per una prova che veda credibilmente in gioco l’affermazione di principi di rango superiore. Credibilmente in gioco, però. Perché che le riforme costituzionali in discussione, queste come qualsiasi altre, producano effetti sulla qualità, sul carattere e sui tipi della nostra democrazia, è finanche banale a dirsi e, altrimenti, non sarebbero riforme. E’ tuttavia possibile che, in Italia, qualsiasi ipotesi concreta di modifica delle istituzioni debba essere catalogata a prescindere e affrontata come un attacco al sistema democratico in sé? E’ mai possibile che, in queste materie, le voci dei contrari non riescano mai a disincagliarsi dalla monotonia delle accuse di deriva autoritaria, di rischio golpe, di regime imminente? E ciò, si badi, che si parli indistintamente di preferenze nella legge elettorale, di superamento del bicameralismo, di listini per i senatori, di abolizione delle province, di accorpamento di comuni da mille abitanti. Come a dire che l’unica riforma buona è quella che non si fa, con buona pace di un sano e costruttivo confronto di merito.

Non è una novità, d’altronde, che la ricetta del non fare sia tra le preferite di un certo numero di italiani, di indole conservatrice a destra come a sinistra, mossi da una combinazione di forte gelosia del presente proprio e spiccata irresponsabilità per il domani degli altri. L’esempio di Casa Pound, però, che questa vicenda ha illuminato, ci ricorda anche altro. Perché mai, infatti, un’organizzazione che si ispira ad una storia in oggettiva opposizione alla Costituzione si pone oggi come presidio attivo dell’intangibilità della stessa? Forse per la ragione semplice che come tutte le forze antisistema, che improntano la propria iniziativa alla regola aurea del “tanto peggio, tanto meglio”, i ragazzi di Di Stefano hanno bene inteso che non ci sia migliore carta da giocare sul tavolo del collasso del Paese che non quella di lasciare le cose come stanno.

Speriamo siano in tanti a capirlo e proprio per questo votino SÌ al prossimo referendum, facendo l’esatto contrario di quanto costoro propongono insieme all’Anpi, ma anche con Salvini, Grillo, Vendola, Fini e Berlusconi. Tanto per non fare torto ad alcuno di questa bella e larga compagnia.

Federico Parea

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Commenti all'articolo
  1. caro Parea chi vota SI è in compagnia di Verdini & co., non è questo il modo di porre la questione; forse vale la pena di parlare della legge elettorale che accompagna questa riforma e che produrrà un mostro o no?

  2. Questo sinallagma tra riforma costituzionale e italicum potrebbe portarci nelle mani di casa pound – dove non staremmo bene.
    Renzi l’Italia la vede nelle sue mani – alle dipendenze di altri, però – ma non si rende conto del rischio che corre. Con lui sappiamo che finiremmo in un regime sudamericano anni cinquanta, ma se per caso il giovanotto perde (è già successo, da Parma a Livorno) potremmo trovarci proprio nelle mani di amici di casa pound. Allora, occhio, perché si rischia molto.
    Meno male che casa pound vota no.

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