lunedì, 5 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il vantaggio di riscoprire
l’ideale europeo
Pubblicato il 17-05-2016


 

L’idea che gli Stati nazionali europei si trovassero di fronte alla scelta se “federarsi o perire” è stata ampiamente presente nel pensiero politico italiano e di molti altri pensatori europei, sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento. Un aspetto importante, riguardo al modo in cui realizzare il federalismo, è stato espresso dalla connessione che si è stabilita nel pensiero e nell’azione “di intellettuali e politici italiani tra l’unità e l’identità italiana e il processo di unificazione europea”.

Sul finire del XIX secolo, negli scritti di esponenti politici di primo piano, come Cattaneo e Mazzini, tale connessione è stata poi lasciata in eredità di quanti nel XX secolo, soprattutto all’inizio della seconda guerra mondiale, hanno riproposto con forza l’idea di un’Europa federata. Un excursus dell’evoluzione del pensiero federalista italiano è offerto da Corrado Malandrino nell’articolo “’Manifesti’ federalisti ed europeisti (1900-1945), per l’analisi e il superamento della crisi nazionale europea mondiale”, pubblicato sui nn. 1-2/2015 della “Rivista di Storia delle Idee Politiche e Sociali”.

In Europa, nella prima metà del XX secolo, a fronte delle crisi dovute alla debolezza della forma dello Stato nazionale, all’instaurazione di numerose dittature e alle “convulsioni” che hanno spinto alcuni dei Paesi economicamente più avanzati a un continuo confronto militare, sono stati elaborati e pubblicati “scritti federalisti, pensati come soluzioni di tali crisi e che, nella loro essenza letteraria – afferma Malandrino – si possono qualificare come ‘manifesti’, rivolti a un pubblico italiano, europeo e mondiale”.

Il Novecento, secondo l’autore, è cominciato con l’“applicazione di accomodamenti federali” ai problemi che sorgevano dalla necessità di ridefinire l’organizzazione dell’impero britannico, mentre la riflessione teorica sul federalismo ha trovato nei lavori di Lord Acton e di John Robert Seeley, storici e saggisti britannici, due fonti importanti d’ispirazione. Il loro pensiero è valso a diffondere in Europa, sotto l’influenza del “Federalist” (una raccolta di articoli o saggi scritti dai padri fondatori degli Stati Uniti d’America a sostegno della natura federale della Costituzione adottata) il tema dell’“americanizzazione” del mondo, per via del fatto che gli USA, grazie alla natura della loro organizzazione istituzionale, stavano diventando un modello perfetto della regolazione a livello mondiale della vita attiva degli Stati.

Per i suoi estimatori, il federalismo americano doveva il suo successo alla capacità degli Stati federati di operare e di cooperare istituzionalmente, per risolvere i loro conflitti “secondo il diritto e non secondo l’arbitrio e la forza”; ma soprattutto l’apprezzamento dell’opzione federalista americana era ricondotta al fatto che essa significava anche “capacità di razionalizzare e organizzare democraticamente le relazioni sovrastatali sottraendole a una dialettica disordinatamente anarchica”; possibilità, questa, che era preclusa completamente all’Europa. L’ordine europeo, fondato sull’equilibrio anarchico dei rapporti di forza tra gli Stati nazionali, motivava la loro propensione a spartirsi le risorse del mondo, attraverso l’imperialismo e il sostegno di un sempre più espanso protezionismo; tutto ciò, agli albori del XX secolo, non costituiva nel Vecchio Continente l’ambiente adatto per propagandare e affermare l’idea degli Stati Uniti d’Europa.

Tuttavia, secondo l’autore, l’opposizione liberista, attraverso gli scritti di Luigi Einaudi, Attilio Cabiati, Gaetano Salvemini e Antonio De Viti De Marco, ha concorso a creare in Italia un humus culturale che è valso a favorire la formazione, sia in campo liberale, che in quello socialista, di un orientamento favorevole alla diffusione di un movimento federalista europeo. D’altro canto, i risultati dell’analisi della teoria economica, che rinveniva nella libertà dei commerci il presupposto essenziale per l’espansione dell’economia capitalistica, hanno condotto al radicarsi dell’idea che qualsiasi ostacolo al movimento internazionale delle merci rappresentasse, sempre, una distruzione di ricchezza per la collettività. Pertanto, questi sviluppi dell’analisi economica hanno concorso a far sì che l’opposizione al protezionismo e il sostegno della cooperazione nel coordinamento delle relazioni internazionali giustificassero la realizzazione di una maggiore unità e integrazione tra gli Stati europei.

Nel complesso, secondo Malandrino, la lotta al protezionismo è stata l’occasione “per forgiare un lessico politico-economico, una palestra di retorica (in senso positivo), per sostenere ancora una volta la tesi della necessità di una integrazione economica e istituzionale europea tendenzialmente federale, avendo a mente l’esempio federale statunitense che era riuscito ad imbrigliare la conflittualità economica tra gli Stati in un’organizzazione democratica capace di giuridicizzare e spoliticizzare la soluzione dei conflitti, e di eliminare alla radice la necessità di proteggere col peso della sovranità statale i vested intersts (interessi esclusivi) dei grandi trusts”. Il collegamento del “comune sentire liberista alla base di un orientamento ’europeista’” al problema dell’unità europea è rimasto però “in sottofondo” sino allo scoppio della Grande Guerra nel 1914.

È stato il dibattito suscitato dal primo conflitto mondiale ad offrire “l’occasione per far venire in superficie il discorso europeista”, ancora una volta per iniziativa di intellettuali liberali e socialisti, precedentemente uniti nella critica e nell’opposizione al protezionismo. In particolare, è stato l’impegno dei socialisti Filippo Turati, Claudio Treves e Giuseppe Modiglioni che, attraverso la rivista “Critica Sociale”, hanno sostenuto l’ideale europeo; impegno che trova conferma nella pubblicazione sull’”Avanti!”, da parte di Modiglioni, dell’articolo “Gli Stati Uniti d’Europa. In difesa di un’utopia”.

Anche Gaetano Salvemini, sulla rivista “L’Unità”, contro la guerra auspicava la costituzione di una lega di nazioni, nonché l’effettuazione di “un grande esperimento pratico” che sarebbe dovuto consistere nella “federazione dei popoli”, in grado di sostituire la pratica tradizionale delle “alleanze offensive e difensive” per il governo delle relazioni tra gli Stati; alla posizione di Salvemini, sempre dalle colonne delle rivista “L’Unità”, si sono associati economisti, come Einaudi, Cabiati e De Viti De Marco, giuristi, come Pietro Bonfante, e filosofi, come Alessandro Levi.

Tutte le posizioni in favore della pace e della cooperazione tra gli Stati e gli auspici che esse esprimevano, mancavano però di contenere specifici contributi riguardo alla spiegazione degli “aspetti politici e istituzionali propriamente federalisti delle futura unione sopranazionale”. Il fatto che ha attratto l’impegno e l’attenzione degli europeisti italiani è stata la proposta, avanzata sul finire della Grande Guerra dal Presidente degli USA, Woodrow Wilson, di costituire una Società delle Nazioni, giustificata sulla base dell’idea che, per porre fine a nuovi conflitti, non bastasse la sconfitta della Triplice (alleanza tra Germania, Austria e Italia, poi ridotta a Duplice, dopo il passaggio, nel 1915, dell’Italia a fare parte dell’Intesa, l’alleanza tra Gran Bretagna, Francia e Impero Russo, cui si sono associati, nel 1917, anche gli Stati Uniti d’America); secondo Wilson era necessario costituire, “non un equilibrio, ma una comunità di forze; non delle rivalità organizzate, ma un’organizzazione della pace comune”.

L’impatto del wilsonismo in Italia ha riscosso un immediato consenso presso le forze liberali, democratiche e socialiste, da sempre schierate in favore di una soluzione dei problemi che insorgevano nelle relazioni tra gli Stati europei attraverso la cooperazione. A parere di Malandrino, con la proposta di Wilson, ai federalisti europei era sembrato fosse “finalmente giunto il momento della realizzazione del sogno che aveva unito tanti precursori, da Saint-Pierre a Kant, da Saint-Simon a Mazzini e Cattaneo; la nascita degli Stati Uniti d’Europa al termine di un processo di consociazione tra le nazioni uscite dalla guerra”.

L’ostracismo che Francia e Regno Unito hanno riservato alla sopravvivenza della Società delle Nazioni, unitamente alla mancanza di una serrata critica della sovranità assoluta dello Stato nazionale e all’indisponibilità di una precisa conoscenza della struttura operativa dello Stato federale, hanno impedito che ai Paesi europei fosse offerta la prospettiva reale di addivenire ad un unificazione giuridica, economica e sociale. Ciò perché, sin tanto che fosse prevalsa, in particolare, la sovranità assoluta degli Stati, a parere degli europeisti italiani, nessuna “istanza superiore, per quanto nobile e sacra”, avrebbe potuto essere raccolta come obiettivo da perseguire da qualsiasi organizzazione internazionale, in quanto, “priva di sostegno e di legittimazione popolare, nonché di finanze e di esercito propri, sarebbe stata in grado di imporre i suoi verdetti”.

Il periodo tra le due guerre risulterà decisivo ai fini della lievitazione dei fermenti europeisti in coloro che si opponevano soprattutto ai totalitarismi affermatisi in molti Paesi; nell’ambito del movimento europeista italiano, i nuovi fermenti hanno avuto modo di svilupparsi ad opera di alcuni protagonisti antifascisti (Carlo Rosselli, in primis; ma anche Silvio Trentin, Carlo Levi ed Emilio Lussu), i quali, dal loro esilio in Francia, coi loro scritti su “Giustizia e Libertà”, hanno influenzato il ruolo del futuro Partito d’Azione; “Giustizia e Libertà”, tra le due guerre, a partire dagli anni Trenta, è divenuto “il luogo – afferma Malandrino – dell’elaborazione non solo di un federalismo sopranazionale di tipo territoriale, ma di un più completo federalismo integrale, ossia culturale e socioeconomico”.

In particolare, Carlo Rosselli ha sviluppato una serrata critica contro la sacralità dello Stato nazionale, proponendo una visione nuova e un diverso concetto di statualità e scrivendo un “‘manifesto politico’ per un federalismo plurimo, istituzionale e sociale, infranazionale e sopranazionale, italiano ed europeo, che andava ben oltre i limiti meschini di un ristretto ‘federalismo territoriale’”. La proposta del manifesto di Carlo Rosselli era imperniata sulla “convergenza tra liberalismo e socialismo, tramite la democrazia federalista e autonomista”, per un “umanesimo libertario” e un “socialismo federalista liberale”.

A parere di Malandrino, il “momento cruciale” che ha visto l’affermazione di una concezione teorica del federalismo europeo è dato dalla fondazione a Milano, nel 1943, ad opera di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi, del Movimento Federalista Europeo e del suo periodico, vicino al Partito d’Azione, “L’Unità Europea”. Spinelli e Rossi, da posizioni socialdemocratiche, durante il confino a Ventotene, avevano avuto modo di sviluppare nel famoso “Manifesto di Ventotene” una serrata critica del “dogma della sovranità assoluta degli Stati”, ritenuta causa di contrapposizioni irrisolvibili.

L’idea centrale del “Manifesto” è, infatti, l’affermazione che gli “Stati sovrani, geograficamente, economicamente e militarmente individuati”, considerano sempre gli altri Stati come concorrenti e potenzialmente nemici, creando una condizione in cui gli uni e altri vivono una “situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”. Di qui, la presentazione della proposta federalista da realizzarsi a livello europeo, per la “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani”, al fine di sostituire la divisione con un nuovo ordinamento statuale, col quale assicurare ad ogni singolo Stato la possibilità di “sviluppare la sua vita nazionale”, però a sovranità limitata, per di sottrargli i mezzi che potevano essere utilizzati per la soddisfazione di particolarismi egoistici.

L’impegno di quanti hanno contribuito in Italia all’evoluzione del pensiero politico europeista si è concretizzato nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, col quale è stata istituita la Comunità Economica Europea (CEE), poi evoluta, col Trattato di Maastricht del 1992, in Comunità Economica (CE) e, infine, in Unione Europea (UE), impegnata a realizzare in prospettiva l’unità politica su basi federalistiche tra tutti gli Stati che sono entrati a farne parte. Ironia della sorte, il crollo del Muro di Berlino e lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008 hanno originato non poche disaffezioni all’idea di un’Europa politicamente unita.

Al presente, a rilanciare il processo di unificazione politica dell’Europa dovrebbero essere, in Italia, quei partiti che in passato annoveravano tra i propri militanti uomini e personalità cui molto si deve nell’elaborazione e nell’affermazione del pensiero federalista. Il rilancio dell’idea liberal-socialista in chiave internazionalista, fondato sulla ripresa del pensiero di questi militanti del passato potrebbe offrire al Partito Socialista Italiano l’occasione per aumentare la credibilità della propria azione e il proprio prestigio tra le prevalenti forze politiche nazionali, normalmente impegnate a risolvere, spesso senza successo, problemi di breve respiro.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Dopo la bocciatura del Trattato costituzionale europeo, tutti hanno finto che non fosse successo niente. Gli stati erano restii a cedere ulteriori poteri sovrani per costituire in Europa una base politica unitaria, in grado di dar vita a qualcosa che sapesse di stato federale. Si credeva di poter continuare come se nulla fosse.
    Così non è stato e le scelte successive sono state addirittura più devastanti. Se si lavora su problemi di piccolo cabotaggio non si riesce a capire quello di più ampio, e più pericoloso, accade intorno a noi. All’Unione europea è successo proprio questo.
    Il cammino ora è veramente molto difficile e la prospettiva di smembramento è palese.
    C’è un nucleo di paesi che potrebbero decidere di agire per uno stato federale, mettendo risorse e debiti a comune. Dal Mediterraneo al Mar del Nord ci sono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Benelux e Germania, che potrebbero essere il nucleo fondamentale per condividere un’opzione del genere, avviandosi celermente a costituire gli Stati Uniti d’Europa. Gli altri potrebbero, per ora, restare in ”fascia B”, in una sorta di area unionista, come quella oggi in vigore.

  2. Sì, il partito socialista dovrebbe concentrare tutte le residue forze al progetto europeo. Obiettivo unico. (Tanto, quel che pensano i socialisti italiani sugli altri argomenti lo sanno solo i lettori di questo Avanti!.) Si potrebbe iniziare dagli stati proposti da M. Bucci. Credo che il grande ostacolo psicologico sia l’enorme debito pubblico. Soprattutto quello italiano. Bisognerà avere il coraggio di far capire che i debiti contratti dagli Stati, non saranno mai ripagati. Nemmeno quello tedesco. I singoli Stati pagheranno i loro interessi e cercheranno di evitare di aumentare il proprio debito. I nuovi prestiti li farà la nuova federazione, la nuova banca centrale avrà i poteri necessari. Come fare?

Lascia un commento