domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’immigrazione, la risposta
al declino demografico
Pubblicato il 31-05-2016


Immigrazione6071_imgIl demografo Massimo Livi Bacci ripropone il problema del possibile contributo dell’immigrazione al rimedio delle conseguenze negative subite dai Paesi caratterizzati da un declino della popolazione. Il punto di partenza dell’analisi di Livi Bacci sono le affermazioni contenute in un discorso tenuto da John Maynard Keynes presso la Eugenetics Society negli anni Trenta del secolo scorso. In quell’occasione, il grande economista inglese, parlando delle conseguenze economiche di un declino della popolazione (“Some Economic Consequences of a Declining Population”), affermava che quando una popolazione cresce, aumenta la domanda di capitale quasi in proporzione alla popolazione, al netto di quella imputabile al progresso tecnologico ed all’aumento del livello del benessere.

La spiegazione sta nel fatto che l’aumento della popolazione tende a promuovere l’ottimismo degli imprenditori, dato che l’aumento della domanda finale del sistema economico per beni di consumo tende a superare le loro aspettative attuali. Il contrario avviene quando la popolazione diminuisce: una domanda declinante, delude le aspettative, contribuendo a diffondere il pessimismo, per via delle difficoltà che gli imprenditori incontrano nella correzione, in tempi rapidi, dell’eccesso di offerta che con la diminuzione della popolazione viene a determinarsi. Keynes osservava ancora che il primo effetto di una popolazione in declino può originare una recessione del sistema economico, in quanto, secondo Livi Bacci, per Keynes, e in generale per i keynesiani, avrebbe lo stesso effetto oggi imputabile alla deflazione in recessione, a causa del rinvio degli acquisti da parte dei consumatori, del calo degli investimenti da parte delle imprese, dell’arresto o dell’inversione del segno della crescita e così via.

Sulla base della premessa kynesiana, Livi Bacci passa a chiedersi se il futuro della popolazione dell’Europa (di tutta l’Europa, inclusa la Federazione russa) sia davvero in declino. La risposta che il demografo formula, sulla base dei dati del World Population Prospects del 2015 delle Nazioni Unite, non è univoca, in quanto è funzione dei fattori di base considerati nell’effettuazione delle proiezioni; in altre parole, la risposta è destinata ad essere diversa, a seconda che si considerino solo i “fattori intrinseci” che determinano la dinamica della popolazione” (natalità, mortalità, riproduttività e sopravvivenza), oppure anche quelli “estrinseci”, legati alle entrate e alle uscite, cioè “all’immigrazione e all’emigrazione”.

Se si considerano solo i fattori intrinseci e “si immagina un’Europa a porte chiuse”, la prospettiva demografica europea è il declino. Da qui al 2050 – afferma Livi Bacci – la popolazione subirebbe una diminuzione del 10%, articolato in un -22% per la popolazione in età attiva tra i 20 e i 70 anni e in un +62% per quella più anziana, con gli ottantenni, dopo il 2050, molto più numerosi dei giovani con meno di 20 anni; fatto, questo, che porterà sicuramente con sé non pochi problemi di natura economica e sociale.

Se invece si considerano anche i fattori estrinseci (emigrazione e immigrazione) e si presumono flussi in uscita e in entrata paragonabili a quelli occorsi nell’ultimo decennio, il declino demografico europeo sarebbe più contenuto: -4% per il totale, -16% per la popolazione attiva, con un fortissimo aumento delle persone anziane (+64%). Queste variazioni valgono però solo per l’Europa intera, ma non per tutti i Paesi che la compongono. Al netto dell’immigrazione, è previsto un aumento demografico per la Francia, il Regno Unito, la Svezia, la Norvegia e l’Irlanda, mentre tutti i restanti Paesi europei dovrebbero subire un declino accelerato nel tempo.

La prospettiva demografica europea dipende quindi, secondo Livi Bacci, dai ritmi dell’immigrazione, una variabile di difficile impiego nell’effettuazione delle previsioni, perché fortemente influenzata dalle politiche adottate per l’immigrazione dai vari Paesi.

Queste ultime considerazioni valgono soprattutto per l’Unione Europea, al cui interno la “questione migratoria” è all’origine di divisioni circa le politiche da adottare. Una parte dei Paesi dell’Unione, come la Francia, il Regno Unito e i Paesi nordici, non ritengono l’immigrazione essenziale alla loro crescita, in ragione della loro dinamica demografica equilibrata; in questi Paesi l’immigrazione è considerata vantaggiosa solo se “ricca di capitale umano”, cioè quando è professionalizzata e propensa ad integrarsi con facilità e prontezza; si ritiene, infatti, che l’invecchiamento, seppure sostenuto, possa essere compensato nei suoi effetti negativi da politiche appropriate di “invecchiamento attivo”, migliorando lo stato di salute degli anziani e riformando il mercato del lavoro, in modo da tener conto dello “smaterializzarsi” dei processi produttivi, i cui addetti sono esposti a una sempre più contenuta usura fisica, divenendo adatti per essere occupati nei comparti produttivi avanzati.

Molto diverse, secondo Livi bacci, sono le posizioni dei Paesi la cui dinamica demografica appare orientata, come accade per l’Italia, in senso negativo; in questi casi, essendo difficile pensare a un ricupero verso l’alto del tasso di natalità e a un contenimento del processo d’invecchiamento, anche perché in momenti di crisi come quello attuale le politiche per la famiglia e di invecchiamento attivo sono molto onerose per i bilanci pubblici, la necessità dei flussi migratori diventa evidente; eppure, non tutti concordano sulla necessità di compensare la dinamica demografica poco equilibrata con flussi di immigrati. Al riguardo, criticamente, si può osservare come non vi sia ragione di ritenere che una dinamica demografica poco equilibrata possa essere causa di “impoverimento” o di “un arresto della crescita”.

Questa posizione, però, secondo Livi Bacci, è difficile da sostenere, per due motivi: intanto, perché un Paese in crescita demografica ed economica acquista maggior credito a livello internazionale; in secondo luogo, perché una popolazione in declino, un processo di invecchiamento progressivo e una conseguente possibile diminuzione del livello del benessere possono concorrere a determinare una contrazione della produttività della forza lavoro. Ciò rende importante, per un Paese la cui dinamica demografica sia poco equilibrata, valutare quale sia l’andamento futuro “della produttività nel ciclo di vita di ogni persona”.

Inoltre, tenendo nella debita considerazione il fatto che il progressivo processo di invecchiamento a fronte di una popolazione in declino, anche se di poco, la produttività della forza lavoro tende anch’essa a declinare oltre una certa età dei lavoratori, e che gli anziani fanno pesare sull’economia il costo di un maggiore assenteismo e dell’esposizione a più frequenti malattie invalidanti, la conclusione è, secondo Livi Bacci, che l’insieme delle conseguenze descritte di una poco equilibrata dinamica demografica, sebbene non costituisca un ostacolo assoluto all’ulteriore crescita economica di un Paese, certamente non rappresenta una rosea prospettiva del suo futuro; soprattutto se si tiene conto del fatto che il progressivo invecchiamento di una popolazione in declino tende anche a deprimere la propensione all’innovazione e all’assunzione del rischio imprenditoriale; prerogative, queste, che sono proprie della forza lavoro giovane, quindi esposte a un rapido affievolimento, con l’avanzare dell’età.

Inoltre, sempre secondo il demografo, nei prossimi decenni, proprio per via di tutti gli aspetti della dinamica demografica descritti, l’Europa sarà ridimensionata a livello globale, con tenui differenze a livello di singoli Paesi, che assumeranno dimensioni più ampie in Italia. In linea di principio, le criticità potranno essere affrontate con politiche economiche adeguate nel settore della formazione del capitale umano, ma soprattutto con politiche sociali appropriate, finalizzate ad incentivare l’aumento del tasso di natalità ed a regolare razionalmente i flussi migratori. Per Livi Bacci, occorrerà puntare, nei limiti delle disponibilità, “su quelle politiche e su quei movimenti sociali che favoriscano una maggior partecipazione delle donne nel mercato del lavoro; che attenuino o cancellino le asimmetrie di genere nelle attività domestiche nella cura dei figli; che invertano il forte ritardo accumulato dai giovani nel divenire autonomi e quindi capaci di fare scelte riproduttive”.

I Paesi dell’Unione Europea che da tempo si sono impegnati in tal senso sono quelli che hanno realizzato un miglioramento della natalità, come la Francia, il Regno Unito e i Paesi nordici. Nei Paesi che invece hanno trascurato il problema e presentano e presentano una popolazione in declino, come l’Italia, l’avvio ora di politiche volte a sostenere la natalità produrrebbe effetti solo nel lungo periodo; nel breve periodo, occorrerebbe pensare con maggiore razionalità al governo dei flussi immigratori, che l’incuria dell’intera Unione ha reso impossibile. L’inazione dell’Unione è attualmente giustificata dalla crisi mediorientale, ma anche da ragioni ideologiche, politiche ed economiche: ideologiche, perché l’immigrazione è considerata un pericolo per la coesione sociale e culturale; politiche, perché l’intera Unione non stata in grado di dotarsi di una politica regolatrice dei flussi d’immigrazione; economiche, perché è radicata l’idea che gli effetti del declino demografico e dell’invecchiamento della popolazione possano essere contrastati senza la necessità dell’apporto degli immigrati.

Livi Bacci conclude la sua analisi, quasi in modo consolatorio, osservando che, malgrado tutte le ragioni che vengono opposte all’immigrazione, l’intera Europa ha fruito di un saldo netto immigrati/emigranti, “pari a 4 milioni negli anni Ottanta, 9 milioni negli anni Novanta e 18 milioni nel primo decennio di questo secolo. Non sarebbe sorprendente se, passata la crisi, il fenomeno si rafforzasse ancora”.

Si può concordare con l’auspicio di Livi Bacci; ma il perdurare della crisi dei Paesi del Medio Oriente e delle altre aree calde del mondo non lascia intravedere il superamento a breve termine dell’attuale situazione; anzi, è molto probabile che la mancata realizzazione di una situazione di pace generalizzata possa concorrere a peggiorare l’ingovernabilità dei flussi migratori verso i Paesi della vecchia Europa. Ciò spinge a pensare che, oltre ad attendere il superamento della recessione globale in corso, perché diventi possibile rilanciare la crescita a livello mondiale, sarebbe opportuno considerare a livello globale anche il problema della migrazione dei popoli, la cui soluzione riguardi, non solo la realizzazione di un’equilibrata dinamica demografica in Europa, ma pure la creazione, unitamente ad una situazione di pace generalizzata, delle condizioni economiche minime per azzerare la propensione dei popoli ad abbandonare le loro terre d’origine.

Gianfranco Sabattini

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