sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Israele- Palestina, approccio regionale per cercare la pace
Pubblicato il 24-05-2016


Dibattito Due popoli una pace

I negoziati bilaterali per mettere fine al conflitto israelo-palestinese fino ad oggi hanno fallito, per questo è necessario un approccio regionale che coinvolga i Paesi arabi, dalla Giordania, all’Egitto, all’Arabia Saudita. E’ quanto è emerso nel corso del seminario “Due popoli una pace”, che si è svolto presso l’Auletta dei gruppi parlamentari della Camera. “L’obiettivo di questo seminario – ha detto Pia Locatelli nel corso del suo intervento – è quello di riportare la questione israelo-palestinese nel dibattito parlamentare dopo un anno di assenza. La proposta dell’approccio regionale è una strada innovativa che potrebbe sbloccare la situazione e dare ad Israele garanzie sulla sua sicurezza. Il coinvolgimento del mondo arabo, inoltre, servirebbe a proteggere un eventuale accordo dai suoi sabotatori”.
Il seminario, promosso da Jcall Italia, Mondoperaio e il Ponte, ha visto le relazioni di Stefano Levi della Torre (Jcall Italia), Koby Huberman (Israeli peace initiative), Gidon Bromberg (Ecopeace Middle East) e i commenti  di Ugo Tramballi (Il Sole-24 ore), Umberto De Giovannangeli (l’Unità), Michele Achilli (I.C.E.I.),  e dell’ex ambasciatore Roberto Toscano .


“Due popoli una pace”: il titolo volutamente generico del convegno-seminario tenutosi a Roma il 16 maggio, con la presenza e sotto il patrocinio di autorevoli promotori del processo di pace, israeliani e italiani e con il contributo di giornalisti ed esperti di questioni mediorientali, potrebbe far pensare alla ennesima riedizione di un dialogo a due diventato, nel corso del tempo, sempre più asfittico e inconcludente.
L’ottica in cui si muovono i protagonisti della “Iniziativa di pace israeliana” e, assieme a loro, gli operatori di progetti di collaborazione che coinvolgono, in un quadro più ampio, i due popoli è allora, non a caso, del tutto diversa.
In premessa, la constatazione che la formula “due popoli due Stati”rimane, di fatto, l’unica praticabile. Ma che israeliani e palestinesi non sono in grado di fare la pace da soli; fino al punto di perdere essi stessi fiducia nell’esercizio. Oggi come oggi, come ci è stato ricordato, un qualsiasi “accordo definitivo” implicherebbe per Israele una serie di concessioni, ma senza alcuna contropartita in termini di sicurezza e, per i palestinesi, una serie di rinunce che ridurrebbero a zero il già scarso credito di cui dispone l’Anp presso i suoi cittadini.
A completare il quadro, poi, il progressivo venir meno del ruolo degli Stati Uniti. Al tempo di Bush padre, la loro “political suasion” contribuì a determinare la svolta che portò agli accordi di Oslo. Oggi, in un quadro di generale disimpegno dal Medioriente e di profonde spaccature interne, a puntare sul “regime change” – e nel modo più sfacciato possibile – è Netanyahu, in aperta combutta con i suoi amici della destra repubblicana; e con la pretesa di rappresentare l’intero Paese. Mentre, a smentirlo, almeno in apparenza, non c’è più la sinistra pacifista che riempiva le piazze e parlava con il mondo, ma un gruppo di intellettuali intenti a rappresentare il loro pessimismo sul futuro stesso della democrazia israeliana, di fronte a platee ostili o distratte.
Un quadro che induce al pessimismo; un sentimento, non a caso, espresso da quasi tutti gli esperti e politici italiani intervenuti al convegno, ma anche fortemente contestato dai promotori israeliani della nuova iniziativa di pace. Non a caso espressione bipartisan (dai moderati del Likud, sino ai gruppi di opposizione) di forze largamente presenti nei luoghi alti della società e del potere (più significativi tra tutti, gli apparati di sicurezza).
Essi ci invitano a considerare il fatto che, forse per la prima volta nella sua storia, lo Stato ebraico è visto, non più come propaggine dell’occidente, ma come componente importante e riconosciuta del sistema regionale. Valutazione senz’altro corretta: si è parlato dei rapporti sempre più stretti di alleanza con il blocco sunnita (Egitto, Arabia saudita, Stati del Golfo); si potrebbero aggiungere la trasformazione di vecchi nemici – come l’Urss – in partner strategici e la progressiva “neutralizzazione” – dal punto di vista politico e/o militare – di nemici più recenti, come l’Iran. Mentre, ancora per la prima volta, il problema palestinese è relegato, anche formalmemte, in una posizione marginale tra i problemi da risolvere e, contestualmente, Israele non è più visto come il nemico principale all’interno del grande scontro di tutti contro tutti.
Esistono dunque tutte le condizioni perchè Gerusalemme – oramai libera da condizionamenti e pressioni esterne – diventi la protagonista di un disegno di pace che coinvolga, insieme, il mondo arabo e la controparte palestinese. In vista di un accordo in cui le concessioni e le rinunce che i due contendenti dovessero essere portati ad accettare potrebbero essere garantite e ampiamente compensate – in termini insieme politici, economici e di sicurezza – nel nuovo contesto regionale.
A Netanyahu, allora, il ruolo già assunto da Nixon come da Begin, da Reagan come da De Gaulle: nell’esperienza storica, le guerre sono assai spesso iniziate dalla sinistra ma, a porvi termine, è quasi sempre la destra.
Forse, o senza forse, uno schema che può apparire velleitario, perchè la finestra di opportunità esiste, ma il premier israeliano si è ben guardato dall’aprirla (anche solo per promuovere progetti di cooperazione come quelli sull’acqua, che migliorerebbero, qui ed ora, le condizioni di vita dei palestinesi). Muovendosi, invece, assieme, al Cairo e a Ryad in una logica di repressione interna e di conflitto esterno (in particolare contro il blocco sciita e in contrasto con la politica americana).
Ma anche, forse o senza forse, l’unico schema praticabile. Perchè è su questo e in questi giorni che il Paese si va spaccando a metà. E intorno alla natura stessa del proprio progetto nazionale.
Da una parte il sionismo, vecchio e nuovo, da sempre fedele allo Stato ebraico come Stato democratico; dall’altra una nuova destra che il fior fiore dei centristi e dei moderati non esita a definire fascista.
Uno scontro da cui, come democratici europei, non possiamo più chiamarci. fuori.
Lorenzo Mattei


Il dibattito è stato registrato da Radio Radicale

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