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Opinioni e commenti
 

Istat: una generazione bloccata, laureati e precari
Pubblicato il 20-05-2016


generazione-senzaNon è un Paese per giovani. A sottolinearlo è l’ultimo rapporto dell’Istat del 2016, dove il quadro che ne esce è allarmante, nonostante i reclame dell’Esecutivo sulla meritocrazia e il Jobs Act, l’Italia continua ad essere il Paese dove a scontare la crisi sono sempre le giovani leve.
“I Giovani tra i 15 e i 34 anni sono quelli che pagano effetti più pesanti della crisi”, è quanto ha dichiarato il presidente dell’Istat, Giovanni Alleva nel corso della presentazione del rapporto 2016 dell’istituto statistico. “Quella del millennio è una generazione molto istruita che sta ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro e paga pesantemente gli effetti della crisi – ha detto Alleva – Il principale fattore di spinta alla riprese dell’occupazione è stato rappresentato dalla de-contribuzione ma anche dagli interventi del Jobs Act”. Proprio dai recenti studi sembra che i primi effetti della decontribuzione firmata Jobs Act siano svaniti nel nulla.
Dai dati presentati risulta infatti che oltre un ragazzo su tre tra i 15 e i 34 anni è “sovraistruito”, troppo qualificato per il lavoro che svolge. La quota è 3 volte superiore a quella degli adulti (13%).
Tra i giovani inoltre è più diffuso il part time, soprattutto involontario (77,5% dei part timer giovani, contro il 57,2% degli adulti), “ad indicare un’ampia disponibilità di lavoro in termini di orario che rimane insoddisfatta. Inoltre anche il lavoro temporaneo – sottolinea l’Istat – è diffuso soprattutto tra i giovani: ha un lavoro a termine un giovane su 4 contro il 4,2% di chi ha 55-64 anni”. Capita quindi che le professioni più frequenti nell’approccio al mercato del lavoro siano quelle di commesso, cameriere, barista, addetti personali, cuoco, parrucchiere ed estetista. A tre anni dalla laurea solo il 53,2% dei laureati ha trovato un’occupazione ottimale, con un contratto standard, una durata medio-lunga e altamente qualificata. Dalle analisi del rapporto risulta come la produzione industriale stia crescendo, con manifattura e costruzioni in ripresa, ma l’occupazione cresce solo perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i 60 per via delle riforme pensionistiche, mentre il tasso di occupazione dei giovani cala drammaticamente.
Inoltre molti delle nuove leve continuano a istruirsi: rispetto a una ventina di anni fa sono quasi raddoppiati i giovani che a tre anni dalla laurea non cercano lavoro, la maggior parte perché ha deciso di continuare a studiare. A tre anni dal conseguimento del titolo, nel 1991 i laureati occupati erano il 77,1%. Questo valore è sceso al 72% nel 2015, anno nel quale non cerca lavoro circa il 12,5% dei giovani laureati, quasi il doppio di quelli del 1991 (6,6%). Quest’ultimo dato va letto – hanno spiegato i ricercatori – assieme al fenomeno della prosecuzione delle attività di formazione: nel 2015, infatti, il 78,7% di coloro che dichiarano di non cercare lavoro risultano impegnati in dottorati, master, stage o ulteriori corsi di laurea, quando nel 1991 la stessa quota era pari a 59,7%.
La mancanza di prospettive lavorative ha degli effetti anche sulla natalità: per il quinto anno consecutivo è diminuita la fecondità, solo 1,35 i figli per donna. Un Paese che continua ad invecchiare, nel 2015 le nascite sono state 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014.
L’Italia poi sembra non volersi soffermare sulla ricerca di prospettive reali per quanto riguarda il precariato e i giovani. Nonostante l’aumento dei contratti fissi, l’incidenza del lavoro standard sul totale degli occupati è scesa al 73,4% nel 2015 dal 77% del 2008 con 1,3 milioni di occupati in meno. A trainare le assunzioni, in particolare nelle imprese manifatturiere, sono stati in primis gli sgravi contributivi. Dopo le numerose denunce sul reale effetto del Jobs Act, le nuove forme di precariato si stanno sviluppando attraverso i voucher.
Ma l’Italia è anche il Paese comunitario con il Welfare tra i peggiori in Ue e la spesa per le le pensioni, anche se rallentata negli ultimi anni, è salita fino al 17,2% del PIL, peggio di noi solo la martoriata Grecia.
Ultimo dato da considerare è che l’ascensore della mobilità sociale infine resta bloccato non solo per le nuove leve rispetto ai redditi dei propri genitori, ma persiste nel nostro Paese una condizione di svantaggio per chi non proviene da una famiglia di medio reddito. La laurea fino a qualche decennio fa influiva sulla carriera, infatti il livello di istruzione dei genitori, invece, ha un effetto sul reddito dei figli variabile da Paese a Paese. In Italia il titolo di studio dei genitori è particolarmente discriminante e significativo: gli individui che a 14 anni avevano almeno un genitore con istruzione universitaria o secondaria superiore dispongono di un reddito del 29 e del 26 per cento più elevato rispetto a chi aveva i genitori con un livello di istruzione basso.
Dal modello è possibile anche ricavare l’effetto dello status socio-economico della famiglia
d’origine sul reddito attuale delle persone di età 30-39 anni.precari istat
Intanto lo stesso Istat che denuncia un quadro del Paese poco edificante mette ai margini i propri precari, dal comunicato diffuso ieri i lavoratori precari dell’Istat hanno fatto sapere che “l’usuale conferenza stampa, che precede la presentazione del Rapporto Annuale Istat sulla situazione del Paese, è stata cancellata”. “Le organizzazioni sindacali – si legge nel comunicato – di norma chiamate a presenziare in Parlamento che avevano messo a disposizione dei lavoratori i loro inviti sono state confinate in una sala secondaria lontane dalle alte cariche dello Stato. La paura che si manifesti il dissenso nei confronti della Riforma degli Enti Pubblici di Ricerca a firma Giannini, che distrugge il futuro della Ricerca, è evidentemente troppo grande”.
Per questo il comitato “EPR – Enti in piedi per la ricerca”, che riunisce i precari dell’Istituto italiano ha occupato il Centro Diffusione dati dell’Istituto e ha annunciato altre iniziative.

Maria Teresa Olivieri

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