venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’89, la storia, gli appuntamenti mancati (dopo lo scritto di Biagio De Giovanni su L’Unità)
Pubblicato il 16-05-2016


Ringrazio L’Unità per la pubblicazione, nell’edizione di ieri, del mio scritto che riproduco qui sull’Avanti:

“Che l’89 non segnasse la fine della storia, come con una visione millenaristica qualcuno aveva pronosticato, era francamente prevedibile. Che segnasse la fine di una storia, quella degli equilibri consolidati dal dopoguerra nello scenario internazionale, europeo e nazionale, era invece di più semplice lettura. Questo soprattutto in Italia, dove i contrasti internazionali erano più marcati per la collocazione geografica del nostro paese, al confine dei due mondi, e per la presenza, sottolineata anche da Biagio De Giovanni come una anomalia, del più forte partito comunista d’Occidente. Certo diverso dagli altri già con Togliatti, per l’accettazione della via democratica e parlamentare nel 1945, sia pur coniugata con un filosovietismo acritico, e ancor di più con Berlinguer, per lo strappo con Mosca del 1981, sia pur innescato nell’assurda ricerca di una terza via tra socialdemocrazia e comunismo.

Il tutto, però, in continuità storica e nominale con il percorso avviato nel 1921, ma in realtà già presente nello stesso Psi a partire dal congresso precedente, quello del 1919, quando tutto il partito, con le perplessità dei soli riformisti, accettò l’adesione all’internazionale di Mosca. Anzi possiamo senz’altro affermare che, anche causa del primo dopoguerra, del fascismo, della guerra di Spagna, della Resistenza, le tendenze filosovietiche furono largamente maggioritarie nella sinistra italiana dal 1918, e fino al 1956 furono addirittura totalizzanti. Solo l’Ungheria aprì gli occhi alla maggioranza del Psi e Nenni si convertì all’autonomismo e alla riunificazione col partito di Saragat. Che il 1956 sia stata la grande occasione persa dal Pci togliattiano è oggi ricordato da molti storici di estrazione comunista e ammesso da Veltroni e Petruccioli in scritti e dichiarazioni. Se il Pci avesse assunto nel 1956 almeno la posizione del 1968 su Praga forse anche i destini della sinistra italiana sarebbero stati diversi.

L’anomalia in effetti durò fino al 1989, e consentì l’altra assurda anomalia di rimbalzo, e cioè la mummificazione di un partito, la Dc, sempre al governo. Il merito di Craxi fu quello di contestare, accettando e anzi sfruttando quei confini, l’egemonia democristiana e di favorire un’alternanza, che non era però l’alternativa di stampo mitterandiano (ma Marchais era cosa diversa e più confinata nel recinto di un settarismo ancien regime, quindi più facilmente aggirabile, aggredibile, conquistabile). Craxi non arrivò mai a proporre l’alternativa mitterandiana ai comunisti, che peraltro erano sempre più storicamente propensi all’accordo con la Dc, perché Psi e Pci non esprimevano dimensioni equilibrate a svantaggio del Psi (per la verità, anche i socialisti francesi, alla fine degli anni sessanta, erano meno forti dei comunisti), ma anche perché soverchiante era ancora il peso del fronte popolare del 1948 e ancora presente il significato della svolta autonomista nenniana del dopo 1956.

Se Occhetto fece la Bolognina e con essa la svolta, Craxi propose l’unità socialista. Quale altro poteva essere lo sbocco logico e corretto della fine del Pci, se non il suo ritorno nell’alveo del vecchio partito? Occhetto ideò il confuso motto dell’andare oltre. Craxi confinò l’unità socialista nei meandri di un orizzonte temporale lontano. Intanto preferì perseguire ancora, e incomprensibilmente, la vecchia politica che poteva riportarlo a Palazzo Chigi. Così il Psi finì per non capire il senso dell’89 (Martelli, io e Raffaelli eravamo presi da quella svolta e non riuscivamo a comprendere le ragioni dei silenzi di Craxi) e l’ex Pci finì per deformarne i giusti effetti e rivolgersi altrove, approfittando della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, e anzi cavalcandola, per cambiare i verdetti della storia. Che fosse la fine di quella storia, che non era solo quella del comunismo, ma anche quella del suo contrario, del contrasto storico che animò la politica italiana ancor più di quella degli altri paesi europei, lo compresero Occhetto, nel novembre di quell’anno, e Cossiga, che mutò da quell’anno perfino il suo linguaggio oltre al carattere che da introverso e silenzioso divenne invadente e debordante. E anche Mario Segni, che lanciò i referendum sul maggioritario e capì forse solo l’89 e quasi nulla del dopo.

Occhetto comprese che la caduta del Muro sarebbe divenuta anche la definitiva eclissi del nome comunista che il suo partito si ostinava a portare, ma finì con l’accreditare in pieno la tesi secondo la quale la fine del Pci fosse proprio da equiparare alla fine dei partiti comunisti che nell’Est finirono per trasformarsi in partiti socialisti, primo quello ungherese. Per questo forse cercò un’altra soluzione. Ricordo invece, alla Camera, il presidente del Consiglio Andreotti che proprio nel 1989 uscì con questa affermazione ironica e auto compiacente, ma che si rivelerà infausta: “Come è bello assistere alle travolgenti novità in casa d’altri”. Incauto, perché di lì a poco i rivolgimenti si sarebbero fatti sentire anche in Italia, molto più in Italia che negli altri paesi europei occidentali.

Ma torniamo alla fine di una storia, di quella che esplose coi calcinacci del Muro e che segnò l’inizio di un’altra storia, che ancora ci accompagna, e che è stata segnata da un multipluralismo disgregante sul versante internazionale, caratterizzato da guerre incontrollate di stampo etnico, come quelle dell’ex Jugoslavia, e a sfondo religioso, come quelle ispirate dall’estremismo islamico, da un tentativo finora fallito di unità europea, anche a seguito della riunificazione tedesca, dal trionfo ovunque della finanza che indebolisce l’economia dei singoli paesi, dalla crisi della politica che ovunque latita e si immerge nell’illusione benefica delle imitazioni americane, dallo sviluppo di un movimento di massa di contestazione localistica, anti europeista, antimigratoria, dalla nascita e oggi dalla crisi di un sistema politico in Italia privo di identità e di partecipazione. Questo ha configurato il parto di una nuova anomalia italiana.

Solo in Italia, infatti, a seguito dell’89, e sulla scia, prima dell’affermazione leghista, e poi di Mani pulite, è stato sotterrato un intero sistema di partiti e ne è nato uno nuovo. E dei vecchi partiti quelli che hanno avuto continuità nei nuovi sono proprio il Pci e la Dc, cioè le fonti della prima anomalia. Questo determina un paradosso storico. E ciò che mentre il Pd, che riassume gran parte di entrambe le tradizioni, oggi è socialista in Europa, non può dichiararsi tale in Italia. Anzi per salvare le sue tradizioni, continua a esaltare Berlinguer e Moro, cioè i leader dei partiti della vecchia anomalia, e non Turati, Nenni e Saragat, i pionieri del socialismo europeo e italiano. Così la storia socialista italiana, dimenticata da un partito socialista europeo, diventa quella comunista e democristiana. Perfino De Gasperi e Togliatti, i grandi nemici di un tempo, vengono oggi ricordati e commemorati dagli esponenti dello stesso partito, che sceglie l’Unità e non il mio Avanti come suo organo di stampa.

Verrebbe oggi voglia di rimpiangere la vecchia storia e magari anche di riscriverla, ma indietro non si torna. E allora, semmai, bisognerebbe oggi porsi il problema, da un lato, di come leggerla correttamente e dall’altro di come costruirne una nuova, di come voltare pagina rispetto a quella che dal 1989 abbiamo vissuto. In generale penso che il problema di fondo sia quello di rilanciare una politica credibile, di affermare una visione liberale e sociale dell’Europa che ci consenta anche di sostenere con maggiore convinzione la sfida dell’oscurantismo islamista e di prospettare un suo assetto fondato non su vincoli ma su opportunità. La sfida della politica alla finanza, il suo ragionevole controllo, il rilancio di una presenza dello stato ma anche del privato a fini sociali e di un sistema misto che valorizzi forme autenticamente cooperativo e di terzo settore, un riformismo ambientale che ci consenta di costruire un futuro sostenibile liberando spazi di nuova occupazione, questo e altro può formare una nuova identità della sinistra socialista e liberale. Ma si dovrebbe discutere di questo. Dove? C’è voglia e tempo in un Pd così propenso a considerare molto la politica fatta di concretezza e di sport della vittoria per approfondire il tema della storia e dell’identità?”.

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Commenti all'articolo
  1. l’89 distrusse il comunismo, ma non fece risplendere il socialismo. E c’è una ragione: i socialisti democratici erano contro la presa violenta del potere e per la società democratica. Ma la base era comune e nella sua caduta il comunismo ha sgretolato anche molte ragioni del gradualismo socialista.
    Allora vinse il capitalismo – quello che i socialisti avevano ammorbidito con il welfare – e passò l’idea dell’arricchimento individuale, lasciando il ristorno sul sociale alla magnanimità dei forti e dei ricchi. il lavoro non è più il nucleo essenziale della vita e della società ed i lavoratori non hanno più voce, lasciati a pietire un posto o una elemosina.
    La sinistra socialista e liberale – in queste condizioni – rischia di manifestarsi come fenomeno elitario, emarginato dalla feroce vendetta liberista.

  2. Analisi approfondita e giusta quella fatta da Mauro Del Bue. Ma per l’oggi, può questo PD rappresentare la nuova identità della sinistra socialista e liberale come si chiede il nostro direttore? Io dubito molto che il PD di Renzi possa e voglia rappresentare questo passaggio storico per la nuova Italia. Ma il nostro Partito oggi si rende conto in quale direzione intende andare la politica di Renzi o anche della minoranza del PD? Personalmente sono convinto che il Partito Socialista dovrebbe porsi questo problema e, in piena autonomia e unità di tutti i socialisti, portare avanti una politica che si pone proprio l’obbiettivo concreto di una sinistra socialista e liberale, così come egregiamente indicataci dal direttore.

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