sabato, 3 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La menzogna come verità. Il Consiglio d’Egitto
al Teatro Quirino
Pubblicato il 04-05-2016


consiglio d'egitooCapolavoro di Sciascia, pubblicato come romanzo nel 1963, il Consiglio d’Egitto è una sorta di grande allegoria che, partendo da fatti realmente accaduti in Sicilia tra il 1782 ed il 1795, narra le vicende parallele di Don Vella, cappellano e falsario, e dell’avvocato Di Blasi, giurista, intellettuale e patriota. Dal romanzo è stata realizzata una riduzione teatrale in due atti, diretta da Guglielmo Ferro, attualmente in scena al Teatro Quirino di Roma.

Don Vella è un cappellano dell’Ordine di Malta che sopravvive di espedienti e di cabala. Ma Don Vella è anche uno dei pochi a Palermo che mastichi la lingua araba. Il viceré lo manda così a chiamare per interloquire con un Ambasciatore marocchino che ha fatto naufragio a Palermo, mentre di ritorno da Napoli faceva vela verso il Marocco. Monsignor Airoldi, assiduo frequentatore di corte, nonché appassionato storico, venuto a conoscenza delle “competenze” linguistiche di Don Vella, gli affida il lavoro di traduzione di un testo in arabo. Monsignor Airoldi ritiene che quel libro sveli i retroscena della dominazione araba della Sicilia: in realtà altro non è che uno dei tanti libri in cui si racconta della vita di Maometto. Ma Don Vella, pur di ottenere il vitto, l’alloggio ed i soldi promessigli dal Monsignore, conferma che trattasi di un documento di valore storico ed inizia l’attività di traduzione, o meglio, di invenzione. Non pago, successivamente Don Vella fa ritenere di aver ricevuto dal notabile marocchino altri libri in arabo sulla storia della Sicilia, in cui si racconta delle origini delle proprietà dei nobili siciliani. Gli aristocratici locali, temendo di veder scoperte le loro usurpazioni, iniziano a corrompere il religioso-falsario e lo promuovono abate. Ma Don Vella ormai ha deciso: molte delle proprietà dei nobili siciliani ritorneranno al re! Una impostura bella e buona. Parallela alla vicenda di Don Vella vi è quella dell’avvocato Di Blasi, che, pur provenendo da una ricca famiglia siciliana, si schiera a favore dei più deboli. Di Blasi è un patriota che cerca di diffondere nell’isola gli ideali della rivoluzione francese e partecipa all’organizzazione di moti insurrezionali. Scoperto, è arrestato e condannato a morte. E quando Don Vella vedrà morire Di Blasi, un uomo giusto che aveva intuito e taciuto la sua impostura per il comune sentimento contro i nobili siciliani, comincerà ad avere qualche rimorso…

La commedia in due atti messa in scena al Teatro Quirino di Roma apre un grande affresco nel quale prendono corpo i sentimenti estremi della Sicilia del tempo. Verità tanto estreme da divenire menzogne, scissioni quasi ineluttabili di mondi apparentemente inconciliabili, ma che in realtà si sovrappongono in un unico, indissolubile, universo. Un universo nel quale tornano le antiche inquisizioni, gli antichi processi, senza più differenza o importanza tra un prima e un dopo, senza che cambi nulla, tranne la superficie delle cose, la loro crosta esteriore.

L’unico che prova a sovvertire quest’ordine immutabile è l’artefice della grande impostura, l’Abate Vella, il quale, mentendo, crea paradossalmente l’unica dimensione di verità. Così è la menzogna, è la “favola” che lo libera attraverso la creazione di una Storia diversa da quella scritta sui libri.

Don Vella ritaglia con l’accuratezza di un miniatore parti di un codice differente da quello reale, le fregia di sogni e di intuizioni, e chiuso in sé, nel suo antro di alchimista, dà vita al “Consiglio di Egitto”. Una magna opera, un fondamentum regni tramite cui Don Vella, da cabalista del popolo, si trasforma in svelatore di un sogno più grande, immenso e meraviglioso; qualcosa che mutando l’ordine costituito, ne mina le fragili fondamenta. Poco importa se questo troverà riscontri in ciò che accadrà, visto che, in ogni caso, qualcosa è cambiato.

Il personaggio di Don Vella è affidato al talento di Enrico Guarneri, che recita molto bene e senza alcuna esitazione. Bravi anche Vincenzo Volo, nei panni del frate assistente Camilleri, e Pietro Barbaro, nei panni di Monsignor Airoldi. Nel complesso su buoni livelli la recitazione di tutti gli undici attori presenti sulla scena.

Nell’allestimento del Quirino, la scenografia consente rapidi passaggi da un ambiente all’altro, in un susseguirsi di situazioni dal ritmo sostenuto. Luci e musiche sono marginali. Molto dell’opera si basa sui dialoghi e sulla dimensione storica e psicologica degli avvenimenti. Il linguaggio ha accenti siculi, ma è di sicura ed agevole comprensione.

Alla fine sono due i principali insegnamenti dell’opera: il primo è che la Storia non esiste perché scritta dai vincitori o, in questo caso, da chi detiene lo scettro del potere; il secondo è che colui che si schiera con il più forte, in questo caso Don Vella che si schiera con il re, sopravvive e migliora la sua posizione, mentre chi prende le parti dei più deboli spesso è votato ad un tragico destino. Uno spettacolo interessante, soprattutto per chi desideri riflettere sulle origini della nobiltà. Al Teatro Quirino di Roma fino al 8 maggio.

Al. Sia.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento