sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le ragioni del “NO!”
alla ‘Deforma’ della Costituzione
Pubblicato il 10-05-2016


Il n. 3/2016 di “Micromega” dedica una sezione del volume per illustrare, “a più voci”, le ragioni del “No!” alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, di recente approvata dal Parlamento; in vista della chiamata ad Ottobre dei cittadini a dire “si” o “no” alla riforma, “Micromega” ha chiesto a diversi esperti ed opinion-maker di dare risposte motivate sul perché la riforma dovrebbe essere bocciata. Fra le domande formulate, la più pregnante sul piano politico sembra quella che invita gli interpellati (Lorenza Caldassare, Angelo D’orsi, Carlo Galli, Curzio Maltese, Piergiorgio Odifreddi, Moni Ovaia, Nadia Urbinati e Gianni Vattimo) ad esprimersi sugli “aspetti più pericolosi e scellerati della controriforma di Renzi”.

Tutte le risposte contengono valide ed appropriate ragioni per bocciare ad ottobre la riforma Renzi-Boschi e tutte sottolineano come l’espressione del “no” serva a salvare la democrazia costituzionale, i diritti e i valori repubblicani, che il metodo prescelto dal governo per l’approvazione della riforma è valso a calpestare. Alcune risposte, tuttavia, colpiscono nel segno più della altre, perché “spurgate” dalle ragioni più direttamente rilevanti sul piano politico contingente e più maggiormente orientate ad illustrare le ragioni più generali del perché la “Deforma” di Renzi-Boschi deve essere respinta.

Piergiorgio Odifreddi, ad esempio, coglie nel segno, quando afferma che le ragioni del “no” devono essere trovate nel fatto che la riforma costituzionale offende i cittadini “su tre piani diversi: per il ‘chi’, il ‘come’ e il ‘cosa’”. Il ‘chi’ si riferisce alla parte della società politica che ha “voluto, stilato e votato la riforma”. I personaggi che ne fanno parte hanno ignorato la procedura, autenticamente democratica, in base alla quale è stata approvata la Carta costituzionale repubblicana; essa è stata il risultato del lavoro, durato un anno e mezzo, di un’Assemblea costituente, espressa dall’89% dei cittadini aventi diritto su basi puramente proporzionali.

E’ questo forse l’aspetto più tragico della riforma varata ad iniziativa dell’attuale governo, il quale, agendo su basi leaderistiche, ha ignorato che una Carta costituzionale, per essere tale, deve essere espressa su basi rigidamente democratiche. Ciò, in considerazione del fatto che, trattandosi della legge fondamentale in base alla quale viene disciplinata la dialettica politica e sociale, deve garantire la partecipazione del popolo, attraverso i partiti, alle decisioni collettive; una riforma costituzionale, quindi, non può essere il risultato di mercanteggiamenti veriticistici delle forze politiche che siedono in un Parlamento; soprattutto se questo, come nel caso italiano, è eletto grazie ad una legge elettorale (il Porecellum) della quale la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’abnorme premio di maggioranza da essa previsto.

Tutto ciò, però, non ha impedito a Renzi di cambiare la Costituzione repubblicana approvata da un’Assemblea costituente “carta geografica”, secondo l’espressione cui Togliatti ha fatto riferimento, citando a supporto identiche espressioni di uomini che non erano di parte democratica o liberale, in occasione della discussione del disegno di legge convertito poi nella legge elettorale maggioritaria del 1953, passata alla storia con l’appellativo di “legge truffa”, proprio perché modificava la legge proporzionale pura vigente dal 1946, introducendo un premio di maggioranza. Premio, questo, che avrebbe impedito alle assemblee elettive di stare all’intera cittadinanza nella stessa relazione in cui deve stare una carta geografica al paese che rappresenta. Come le carte geografiche si fanno secondo date proporzioni, così le assemblee elettive (e a maggior ragione le assemblee costituenti) dovrebbero potersi dire il ritratto fotografico della nazione, dei suoi interessi, delle sue opinioni e dei suoi sentimenti, in una data proporzione del numero dei rappresentanti rispetto al numero degli elettori. Di questo principio Renzi e la sua maggioranza ne ha fatto strame.

Rispetto al ‘come’, la riforma costituzionale è stata pensata e scritta in modo autoritario, non solo perché non è stata realizzata da un’apposita Assemblea costituente, ma anche per l’esautoramento del Parlamento dal proprio ruolo di organo rappresentativo, per quanto eletto su basi maggioritarie. Inoltre, durante l’iter procedurale privilegiato per pensare e scrivere la riforma, Renzi non si è avvalso dell’apporto delle idee degli esperti in materia costituzionale ed in altre discipline sociali per fare emergere con chiarezza il “progetto sociale” che la “sua” riforma avrebbe dovuto consentire di perseguire; egli ha preferito avvalersi degli apporti delle “sue” ministre che, portando in dote la loro inesperienza, come qualcuna di loro ha affermato, si è illuso di poter contrapporre la sua attività riformatrice ai suggerimenti dei suoi critici, liquidati tutti, sbrigativamente, come conservatori.

Infine, rispetto al ‘cosa’, la riforma di Renzi è offensiva nei confronti dei cittadini per via delle giustificazioni addotte; speciosa e stravolgente quella formulata a sostegno della trasformazione del Parlamento con la riduzione del ruolo del Senato, al fine di ridurre i tempi di approvazione delle leggi. In realtà, la riforma del Senato risponde in pieno alla visione dirigistica della vita nazionale che Renzi vuole imporre al Paese, considerato che l’alterazione dell’equilibrio dei poteri previsti dalla Costituzione repubblicana risponde all’intento, come osserva Nadia Urbinati, a spostare il baricentro del processo decisionale politico “dal Parlamento al governo, al suo leader e (vista la legge di riforma elettorale che marcia insieme a questa modifica), al suo partito (il quale, poiché liquefatto sta a un gradino più basso del suo segretario”. Lo spostamento del baricentro decisionale avrà l’effetto, continua la Urbinati, di rendere la “nostra Repubblica mono-archica, dunque meno democratica, e attenta essenzialmente solo alla maggioranza di chi vota: esposta pericolosamente al volere di un capo e dei suoi amici”.

Con il “no” ad ottobre, insieme alla riforma Renzi-Boschi, gli italiani dovrebbero bocciare anche la legge elettorale (l’Italicum), che ne è parte integrante. La sostanza politica su cui i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi, secondo Carlo Galli, sarà infatti “il ‘combinato disposto’ delle due riforme, ovvero, nel complesso, il modello di democrazia del nostro Paese”. La posta in palio, a parere di Galli, non è solo la forma di governo, ma la forma della democrazia, la quale dalla “polifonia di una società politicamente pluralista”, passerà ad una “democrazia decidente” con un uomo solo al comando.

Tra l’altro, la riforma costituzionale di Renzi-Boschi, sebbene lasci inalterati i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, in realtà ne stravolge il senso e ne vanifica il significato. Per giudicare una costituzione, occorre esplicitare il progetto sociale su cui si basa ed i valori ideali che la giustificano. Della Carta repubblicana originaria si può dire che il progetto che la sorregge riguarda la piena democratizzazione dello Stato, attraverso la dialettica dei partiti in cui si articola la società; mentre i valori ideali che la ispirano concernono l’impegno dello Stato volto ad assicurare una condivisa giustizia distributiva, a garanzia di tutti i diritti e di tutte le libertà che presidiano alla piena valorizzazione dei cittadini.

Della Carta futura, per contro, se ad ottobre non sarà bocciata, si può dire che il progetto che la sottende e i valori ideali che la giustificano sono l’esatto opposto del progetto e dei valori propri della Carta repubblicana originaria; infatti, nel nome dei falsi valori della stabilità e della governabilità, essa si riduce ad essere la conformizzazione della struttura istituzionale italiana alle istituzioni sovrannazionali plasmate dalla logica del neoliberismo, che richiede agli Stati riforme appropriate, unicamente per garantire la funzionalità dei mercati; ovvero, osserva Galli, riforme volte “sistematicamente ad aumentare il peso degli esecutivi e a verticalizzarne l’azione, con una svalutazione della mediazione politica, sociale e istituzionale, parallela e consonante rispetto alla svalutazione del lavoro e alla depressione del pluralismo, della partecipazione e dei diritti sociali”.

Si tratta di riforme la cui attuazione vede coinvolte sia forze di destra, che di sinistra, con lo scopo di assecondare la deregolamentazione dei mercati a spese della dimensione sociale e partecipativa della politica; in altre parole, esse hanno lo scopo di consentire la soluzione dei problemi sociali, non più attraverso i partiti e lo Stato, ma attraverso le direttive delle istituzioni economiche internazionali che governano il modo di funzionare del capitalismo neoliberista.

In conclusione, se la riforma voluta da Renzi non sarà bocciata dal referendum, la nuova democrazia sarà solo formale, ma priva – come sostiene Galli – della “sostanza partecipativa” del vero potere democratico. Votare “no” al referendum servirà anche a denunciare la gravità della procedura riformatrice privilegiata dal governo in carica, ovvero d’aver trascurato che il consenso necessario per una riforma costituzionale non si limita a quello di una maggioranza di governo; questa, se sufficiente per approvare una legge ordinaria, non lo è più quando si tratta di rivedere, e soprattutto di riformare, una costituzione vigente.

Il consenso per riformare o approvare una costituzione deve essere il più ampio possibile, al limite unanime; non deve rispondere alle sole esigenze di calcolo degli operatori economici, ma a quelle di realizzare uno Stato di diritto autenticamente democratico, volto a garantire una giustizia sociale condivisa all’interno di un sistema sociale funzionante nella stabilità e in presenza di condizioni esistenziali percepite eque da tutti.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Ci sono alcuni punti che rendono il NO pressoché obbligatorio per chi ha ben presente cosa significa democrazia. Nel comma 2 dell’art. 1 la nostra Costituzione ne fornisce una definizione quasi etimologica: la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non può esservi dubbio che il potere costituente sia la massima espressione della sovranità. Da questo punto di vista un Parlamento “generato” da legge elettorale che, secondo quanto sta scritto nella sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, ha distorto (premio di maggioranza irragionevole) e negato (assenza di preferenze) la volontà del “sovrano” non ha alcuna legittimità né politica né etica ad esercitare il potere costituente.
    Si tenga presente infatti che il rapporto tra il “sovrano” e i rappresentanti attraverso i quali il sovrano esercita la sovranità non è meramente formale ma sostanziale. Ovvero non soltanto giuridico ma prima di tutto politico nel senso alto del termine.
    Purtroppo il fatto che la Corte abbia dovuto “arrampicarsi sugli specchi” per non creare una crisi statuale senza precedenti ha ingenerato l’equivoco che il Parlamento sia “pienamente legittimo”, locuzione peraltro mai utilizzata dalla Corte nella sentenza 1/2014,come da varie parti si sente dire (non ultimo l’ineffabile presidente della Repubblica Napolitano. Ovviamente non lo è e la Corte non ha mai inteso legittimare la continuità della legislatura, ma solamente salvare l’attività dei precedenti Parlamenti e quella del Parlamento attuale “sino all’insediamento delle nuove Camere”. Non poteva andare oltre essendo il potere di scioglimento prerogativa esclusiva del presidente della Repubblica, il quale sorprendentemente (per non dire di peggio) non lo ha esercitato, evitando di ripristinare la legalità costituzionale compromessa. E dunque se il rapporto sostanziale tra Sovrano e suoi rappresentanti è irrimediabilmente compromesso dalla incostituzionalità della legge elettorale allora è evidente che l’esercizio del potere costituente (quantomeno del potere costituente) dovrebbe essere precluso a questo Parlamento. Che ci piacciano o meno le riforme proposte.
    Nel merito delle quali c’è da sollevare innanzitutto una questione fondamentale che trascende la contingenza: si abolisce la elezione a suffragio universale e diretto di una delle due Camere, sostituendola con una elezione a suffragio ristretto. Ebbene, se si introduce il principio che possa eliminarsi, attraverso le procedure del 138, l’elezione a suffragio universale e diretto di una Camera, deve necessariamente ammettersi che, con le medesime procedure, si possa eliminare la elezione a suffragio universale e diretto anche dell’altra Camera, basta che si trovi una acconcia maggioranza in Parlamento. Non è questione dell’oggi, ma nessuno può assicurare che in un futuro magari lontano non possano realizzarsene le condizioni. Il Parlamento aveva il preciso dovere di introdurre una clausola di salvaguardia del tipo “almeno una delle due Camere deve essere eletta a suffragio universale e diretto. La presente norma non è soggetta a revisione costituzionale.”, a somiglianza di quanto stabilito nell’art. 139 a proposito della forma repubblicana dello Stato.
    Basta, a mio avviso, questo punto di merito per rendere indigeribile l’intero complesso delle riforme sottoposto a referendum (pure se vi sono aspetti interessanti e meritevoli di essere comunque riproposti). Indigeribile perché foriero di pericoli per la democrazia, non immediati e certamente non ascrivibili alle intenzioni di questo Governo ma pur sempre evidenti. E siccome le norme costituzionali debbono essere pensate per il lungo periodo, non per la contingenza, il NO diventa obbligatorio.

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