martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia, perché
ci interessa solo la pace
Pubblicato il 17-05-2016


La Conferenza di Vienna sulla Libia ha confermato la volontà dell’amministrazione americana di mantenere una mano di protezione robusta sul neonato Governo guidato da Serraj.

Quest’ultimo forte dell’ampio sostegno della Comunità Internazionale ha invocato nuovamente la necessità di conferire al suo dicastero una fiducia più ampi ed i mezzi necessari per allargare quanto possibile la sfera della riconciliazione nazionale alle aree politiche e geografiche che oggi vistosamente non son sotto il suo controllo; Da qui la richiesta di un’ulteriore fornitura di armi e della conseguente formazione per fare fronte al terrorismo interno che è fonte di preoccupazione e di instabilità per tutta l’area, Europa compresa.

Fini qui gli esiti ufficiali dell’incontro nella capitale austriaca che replicava la conferenza romana promossa dagli Usa ed ospitata dal nostro Ministero degli Esteri attivo nella ricerca di una soluzione in Libia da diverso tempo, ma quello che resta al di fuori dell’ufficialità degli incontri e che rende la vicenda libica ancora intricata, sono gli attori fuoricampo che non hanno partecipato alla recita viennese o coloro che vi hanno partecipato mantenendo nel complesso un atteggiamento riservato o defilato.

Innanzitutto la conferma della linea statunitense di mantenere un’asse privilegiato con le aree che fanno capo ai fratelli musulmani ed alla Turchia di Erdogan provoca irritazione in Egitto ed in Arabia Saudita che, infatti, assieme a Francia ed Inghilterra sono fra i maggiori sponsor economici e militari del Generale Haftar. Questi controlla la Tripolitania, si appresta ad un’offensiva finale verso Sirte caduta sotto le insegne dell’ISIS in realtà mai perduta dagli ex –gheddafiani e non cede per il momento al riconoscimento del Governo di Tripoli sino a che non vi sarà una simmetrica legittimità nel riconoscimento del ruolo che egli esercita.

Gli egiziani premono affinché la Cirenaica venga assicurata alla loro influenza diretta e in questo senso si spiega la rigidità acuitasi negli ultimi mesi con l’Italia (con lo sfondo del caso Regeni), mentre non diversamente eserciti “irregolari” guidati da contractors occidentali e costituiti da truppe perlopiù africane fanno la guardia ai pozzi assicurandone il funzionamento ed il commercio del greggio senza certamente rendere conto ad alcuna autorità governativa centrale.

Questo è uno dei capisaldi della questione. È più conveniente avere un’Autorità Centrale riconosciuta con un esercito regolare capace di rioccupare il territorio e porre fine alle illegalità commerciali, al traffico degli esseri umani e della droga oppure è più conveniente prosperare nel caos e nell’illegalità ormai consolidatasi negli anni del dopo-Gheddafi di scontro aperto e di guerra civile, ma anche di spartizioni fra diversi signori della guerra del territorio e delle sue risorse?

Le Autorità Internazionali hanno giocato la fiche del Governo Sarraj sperando di non ritrovarsi nuovamente di fronte ad un Kharzai mediterraneo, gli americani in tutte le situazioni nelle quali hanno impresso un’accelerazione del “regime change” hanno generato soltanto instabilità, incertezze ed hanno aperto le strade a terrorismi che oramai sono diventati assai più insidiosi della sola rete di Al Qaeda. In controtendenza nel Magreb si è stabilizzata la sola piccola Tunisia che però poteva contare sulla propria antica identità e sulle fondamenta di uno Stato forte e laico, il lascito maggiore degli anni della sua indipendenza. La Libia invece nasce divisa e fragile, non cambia sotto la dittatura di Gheddafi e non è destinata a cambiare a colpi di Conferenze e di investimenti bellici, tuttavia questa è la strada, forse l’unica che si possa allo stato perseguire lavorando per il massimo dell’unità territoriale ed il massimo della convergenza fra gli attori in campo senza prescegliere un favorito. L’Italia ha solo un grande interesse : quello di vivere in un’area mediterranea pacificata dove l’interscambio sia equo e vantaggioso per tutti. Penso si debba continuare a lavorare in questa direzione incoraggiando tutti gli sforzi possibili, ma non rinunciando ad una condotta duttile, da stabilre a Roma però e non a Washington.

Bobo Craxi

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