mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

M5s, democrazia
con data di scadenza
Pubblicato il 30-05-2016


Se la cosa non fosse tremendamente seria riguardando un principio fondamentale della democrazia, cioè l’espressione della sovranità popolare attraverso il voto, la si potrebbe anche buttare sulla battuta cosa che al Movimento 5 stelle dovrebbe essere piuttosto gradita essendo guidata da un cabarettista. Alcuni giorni fa, a proposito del “contratto” che lega la candidata al Campidoglio, Virginia Raggi, all’Associazione M5s che fa capo a Beppe Grillo e alla Casaleggio Associati, Matteo Renzi parlò di sindaco co.co.pro. Ma se il rapporto tra il sindaco e la città è organizzato in base a quel tipo di “rapporto”, inevitabilmente gli assessori non possono che essere a tempo determinato. Terminologia utilizzata anche da Luigi Di Maio che ha illustrato la “bella pensata” parlando di Jobs Act della politica.

A parte il fatto che almeno nelle intenzioni sbandierate (un po’ meno nelle realizzazioni), quella legge doveva servire per disboscare la giunta dei contratti e spingere i rapporti di lavoro verso il tempo indeterminato, sinceramente non si riesce a capire come una grande città possa essere governata da persone con la data di scadenza come il latte della centrale. L’intento ufficiale può anche essere positivo, evitare l’ attaccamento eccessivo alla poltrona, ma non spetta a Di Maio o a Grillo o agli anonimi esponenti dello staff della Casaleggio Associati decidere quando e come il rapporto con quella che chiamiamo volgarmente gestione del potere ma che sarebbe più giusto (e anche nobile) definire esercizio dell’attività di governo, deve cessare.

Questo è un compito che spetta ai cittadini, non a un vice-presidente della Camera per quanto simpatico e autorevole, né a un cabarettista impegnato periodicamente in tour per intrattenere il suo pubblico, né agli “anonimi” della Casaleggio Associati che sono i dipendenti di una azienda che avendo un rapporto contrattuale con il Movimento 5 stelle hanno come precipuo obiettivo la realizzazione di un utile di esercizio non quello della gestione di una città come Roma, a distanza e non avendo alcuna investitura. Peraltro in democrazia tutto è (o dovrebbe essere) a tempo determinato: le legislature, i governi legati a un voto di sfiducia o fiducia. Ma sono regole indicate nella Costituzione. I partiti, a loro volta, possono decidere di inserire nel proprio statuto un limite ai mandati o fissare le incompatibilità ma non possono imporre autonomamente la durata dei governi, o dei sindaci, o degli assessori, perché comportamenti del genere non avrebbero proprio nulla di democratico.

Il fatto è che se gli intenti sono nobili, le conseguenze di una simile idea sono di tutt’altro tipo. In primo luogo, sembrano tradire una certa scarsa fiducia dei vertici (ufficiali e occulti) del partito nella candidata, un copione andato già in scena a Milano con il cambio di “cavallo” in corsa, un cambio sollecitato da uno dei “padri nobili”, cioè Dario Fo, e da uno dei fondatori, Gianroberto Casaleggio. Come è a tutti ampiamente noto, prima di provvedere all’investitura della Raggi, si era parlato molto intensamente di una candidatura di Alessandro Di Battista che nel ruolo di sindaco-ombra rispunterebbe ora in qualità di “consulente” visto che all’amministrazione della Capitale dovrebbero collaborare i parlamentari eletti nella zona.

Ma la proposta getta nuove e ancora più robuste ombre sul famoso “contratto” che prevede, peraltro, anche forti penalizzazioni economiche per chi non si allinea alle indicazioni del partito. Già la Raggi con la pubblica affermazione di essere pronta ad abbandonare la carica di sindaco allo schioccar di dita di Grillo, aveva inferto un duro colpo al principio della sovranità popolare (cosa, peraltro, poco consona per una persona di legge come lei), unico punto di riferimento tanto nell’ascesa a un ruolo di rappresentanza e governo quanto nella “discesa”.

Ma la storia degli “assessori a tempo” sembra fornire una interpretazione decisamente poco confortante delle intenzioni alla base di quel contratto. Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che la gestione di un qualsiasi aspetto della vita collettiva di una città obbliga a una continuità di lavoro: non può esistere (come dice Di Maio) un progetto da seguire e da ultimare nel giro di pochi mesi realizzato il quale poi si va a casa perché la realtà di una grande città (ma anche di una piccola) è così complessa e articolata che quel progetto si lega inevitabilmente ad altri progetti. Qualcuno, dunque, quella continuità dovrà garantirla. Qualcuno, evidentemente, non eletto dai cittadini romani che andranno alle urne domenica prossima.

E qui torna in ballo il contratto nelle parti in cui si dice che le scelte strategiche del sindaco devono essere preventivamente valutate e condivise dal vertice del partito, dallo staff, cioè da Grillo e dalla Casaleggio Associati. E’ evidente che il rischio della violazione del principio della sovranità popolare è serissimo. Certo, in tanti lo hanno violato con pratiche di potere disinvolte, con attività corruttive, facendo a brandelli regole penali, amministrative e morali. Ma questa è la democrazia e nemmeno il cittadino-elettore, a sua volta, è esente da colpe nel momento in cui compie delle scelte o si astiene dalle scelte o per un tornaconto personale replica scelte già fatte e che sa in partenza essere sbagliate. Ma i cittadini che vanno alle urne hanno tutti raggiunto la maggiore età e meritano di avere un governo di gente adulta e non di impiegati a tempo determinato che un gruppo di “maestrini” estranei alle indicazioni dirette del corpo elettorale, semmai acquartierati in città lontane, decide di utilizzare a piacimento, secondo gli estri del momento. Questa è la via che porta al caos. Se non a qualcosa di peggio.

Antonio Maglie
dal blog della Fondazione Nenni

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