martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Mario Michele Pascale
Risposta ad Antun Blazevic
sulla questione Rom
Pubblicato il 06-05-2016


Antun Blazevic è un artista, mediatore culturale ed influente mebro della comunità Rom e Sinti romana


Caro Tony,
rispondo al tuo appello che chiedeva ragione ai candidati sia al consiglio comunale di Roma che alla carica di sindaco, del loro pensiero e delle loro intenzioni su Rom e Sinti. Non sono candidato alla carica di sindaco, bensì di consigliere, con la lista “Una rosa per Roma” a sostegno di Giachetti. Spero vada bene lo stesso.

Ci conosciamo da un po’. Abbiamo portato avanti insieme la battaglia per la proposta di legge per il riconoscimento di Rom e Sinti come minoranza culturale. Un atto a mio modo di vedere doveroso nei confronti di una comunità che, anche se non ha uno stato, è coerentemente “nazione”, dotata di una sua specificità culturale che va rispettata e tutelata. La mia partecipazione, in quanto gagè, quindi non Rom, non Sinti, fu una partecipazione da militante per i diritti civili, quale io sono.

Credo, però, che da quell’esperienza noi dobbiamo trarre insegnamento per comprendere come la questione Rom e Sinti debba essere interpretata all’interno di un disegno ampio di cittadinanza ed allontanata dalla ricerca ad ogni costo di un’alterità che non fa altro che allontanare le culture diverse. La questione Rom e Sinti ha carattere culturale, non etnica. Mantenere una differenza su base etnica, che in fondo è il “suolo e sangue” delle destre, vuol dire fare il gioco di chi, con o senza ruspe, vuole l’annullamento di una cultura millenaria.

Azzerare una cultura non vuol dire raderla al suolo e basta. La si può distruggere anche con le migliori intenzioni attraverso un’opera di “integrazione”. Integrare senza mantenere salde le radici culturali, la lingua, le tradizioni, vuol dire addestrare le nuove generazioni al modello dominante. Tradizioni, lingua e cultura si perderanno nel giro di pochi decenni, per avere persone omologate al ribasso.
L’integrazione, intesa come adesione alla cultura della maggioranza, è una forma di perversione.

Un’altra forma di perversione è rappresentata dall’assistenzialismo. Una certa parte dell’opinione pubblica, sia radical chic che cattolica, individua nei Rom un soggetto debole, esposto, una “creatura di dio”. Un popolo trattato alla stregua di eterni cuccioli, pieni di difetti, ma da accudire comunque. Io dico, invece, che Rom e Sinti devono essere protagonisti del loro futuro. L’assistenza è foriera di minorità e sottomissione e va scansata. Occorre un piano strategico che veda il decrescere dell’assistenzialismo ed il crescere delle forme di autonomia. Invece di fondi a pioggia, in genere gestiti in maniera vergognosa, bisogna promuovere la nascita di cooperative di lavoro o stimolare il micro credito per la creazione di micro imprese. E qui, accanto all’intervento pubblico, ci deve essere, forte, autorevole e concretamente udibile, la voce della comunità Rom, che deve far comprendere l’importanza di un nuovo modello basato sull’impegno anziché sull’assistenza, e deve isolare e tenere alla larga le sacche di illegalità.

Quanto ai campi, essi vanno superati. Li si supera dando alle persone la possibilità di scegliere, possibilità che è legata ad una capacità autonoma di sopravvivenza economica che derivi dal lavoro. La mia idea è far scegliere tra la stanzialità in edilizia residenziale pubblica, e una vita che non imponga una dimora fissa, lasciando ampia libertà di movimento, all’interno di una regolamentazione e strutturazione delle aree di sosta sul modello inglese.
Quello che dobbiamo evitare, ad ogni costo, sono il campo di concentramento e la carità pelosa.

Ma i campi, anche se sono al centro dell’attenzione mediatica, sono una percentuale esigua della popolazione Rom e Sinti italiana e romana. Molti di loro sono stanziali da generazioni e, pur coltivando privatamente la loro cultura, non si espongono pubblicamente per paura di essere considerati alla stregua di quanti commettono reati e mettono in cattiva luce tutto il gruppo. Parliamo di cittadini onesti, che si fanno onore in ogni ambito professionale e spesso sono punti fermi all’interno delle loro comunità, partecipando alla vita politica, culturale, economica e religiosa delle città dove dimorano. Dobbiamo mettere in condizione queste persone di essere fieri di rivendicare pubblicamente la loro cultura. La questione Rom e Sinti non è solo il campo nomadi.

Ripeto: approcciare correttamente la faccenda vuol dire porre il problema dei Rom e dei Sinti all’interno della cornice di un allargamento dei diritti individuali e collettivi. Farne il perno di una Roma migliore, solidale ed attenta alle particolarità culturali. Tenendo lontano il malaffare, i comportamenti criminali endogeni, e quei gagè che si arricchiscono sulla pelle di chi vive nei campi.

Io ci ho messo il mio impegno prima, ce lo metterò dopo delle elezioni. Se avrò voce in capitolo nelle future scelte del comune di Roma, andrò in questa direzione.

Spero, caro Tony, di aver risposto correttamente alla tua domanda. Resto a disposizione per continuare la discussione.

A presto,
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Presidente Associazione Spartaco

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