domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pensioni. Poletti assicura: “Nessun intervento
sulla reversibilità”
Pubblicato il 16-05-2016


Pensioni
POLETTI: NESSUN INTERVENTO SULLE REVERSIBILITÀ
Nel ddl povertà non ci sarà nessun intervento di razionalizzazione delle prestazioni di natura previdenziale, a partire dalle pensioni di reversibilità. Lo ha recentemente affermato il Ministero del Lavoro spiegando che il Governo “ha predisposto uno specifico emendamento al ddl contenente norme relative al contrasto della povertà”. L’emendamento predisposto dal Governo propone la soppressione del riferimento alla razionalizzazione “di altre prestazioni anche di natura previdenziale, sottoposte alla prova dei mezzi”.
In proposito, giova opportunamente segnalare, che la spesa pubblica per le pensioni di reversibilità, gli assegni ai superstiti, nel 2015 supera i 43 miliardi, passando precisamente da 42,674 a 43,006 miliardi di euro. Il rialzo è stato quindi pari a 332 milioni di euro (+0,8%). È quanto emerge dalle tavole dell’Istat sui conti della protezione sociale in Italia.Il resto delle uscite previdenziali della P.A. si è invece diviso tra i 208,890 miliardi del capitolo vecchiaia (inclusa l’anzianità), i 5,742 miliardi della voce relativa all’invalidità su lavoro e i 1,632 miliardi dei prepensionamenti.

Boom di centenari in Italia
MA DIMINUISCE L’ASPETTATIVA DI VITA
Italiani, ma soprattutto italiane, sempre più longevi. In 13 anni sono più che triplicati i centenari. Un vero e proprio boom che ha segnato l’inizio del nuovo millennio, con un trend in aumento di anno in anno: si è passati dalle 5.650 persone che avevano raggiunto o superato i 100 anni nel 2002, a oltre 19.000 nel 2015. E sono le donne a battere il record della longevità, visto che la componente femminile è più numerosa: nel 2015 le donne rappresentano l’83,8% del totale degli ultracentenari. È il dato rilevato dal Rapporto Osservasalute 2015, presentato recentemente all’università Cattolica di Roma. La popolazione ultracentenaria, dunque, continua ad aumentare. In termini relativi, nel 2002 quasi uno ogni 10.000 residenti era ultracentenario, mentre nel 2015 oltre 3 ogni 10.000. Se si considera il solo contingente femminile, negli stessi anni si è passati da 1,6 a 5,1 ultracentenarie ogni 10.000 residenti. Gli ultracentenari uomini sono passati da 0,3 a 1,1 ogni 10.000 residenti. In particolare, nell’ultimo anno di calendario, considerando sia gli uomini sia le donne, si è registrato un incremento di ben 1.211 unità, per una crescita annua pari al 6,8%. E aumentano, ovviamente, anche i grandi anziani (75-84 anni): sono oltre 4,7 milioni e rappresentano il 7,8% del totale della popolazione (nella scorsa edizione del Rapporto erano circa 4 milioni, il 7,6% del totale popolazione). Con qualche differenza geografica: in Liguria il ‘contingente’ rappresenta ben il 10,5% del totale, mentre in Campania il 6,1%. Se però si considera la popolazione dei residenti stranieri, le percentuali cambiano molto: gli anziani sono l’8,5% degli italiani, contro lo 0,7% dei residenti stranieri. Ma è anche un altro dato a colpire. All’aumento dei centenari, infatti, non corrisponde l’aumento dell’aspettativa di vita media per gli italiani, che nel 2015 si attesta 80,1 anni per gli uomini e 84,7 per le donne (dati Istat più recenti). Nel 2014 però era più alta: 80,3 per gli uomini e 85 per le donne. Una diminuzione non rilevante, ma è la prima volta che in Italia si registra questa inversione di tendenza.

Randstad
I DIPENDENTI ITALIANI SONO TECNO-ENTUSISTI
I lavoratori italiani sono tecno-entusiasti. Sono convinti, infatti, che la tecnologia rappresenti prima di tutto un’opportunità utile per creare produttività ed efficienza, per offrire nuovi strumenti di comunicazione e collaborazione, per superare barriere e vincoli che rendono più onerose le attività quotidiane. Ma l’introduzione del digitale nel mondo lavoro non è senza conseguenze: richiede aggiornamento costante, solleva un senso di inadeguatezza tra chi non conosce adeguatamente gli strumenti informatici, elimina alcune interazioni faccia a faccia con i colleghi e clienti. Solo pochi dipendenti, in ogni caso, ritengono che tutto questo renda la società ‘meno umana’ e gli italiani appaiono tra i più tecno-entusiasti al mondo. È quanto emerge dal RandstadWorkmonitor, l’indagine realizzata in 34 Paesi nel mondo da Randstad, secondo player al mondo nei servizi per le risorse umane, che nel primo trimestre 2016 è stata dedicata all’impatto della tecnologia nel mondo del lavoro. La popolazione di riferimento dello studio è costituita dalle persone con età compresa tra i 18 e i 65 anni che lavorano per almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività (minimo 400 interviste per ciascun Paese, in Italia sono state intervistati 405 lavoratori). Dalla ricerca affiora innanzitutto come anche gli italiani non si possono esimere dalla rivoluzione tecnologica in atto: il 90% dei lavoratori pensa che la tecnologia e la digitalizzazione abbiamo oggi un maggiore impatto sul loro lavoro rispetto al passato. L’Italia si colloca all’ottavo posto nel mondo, ben sopra la media globale (81%) e non troppo lontano da Messico (96%) e India (95) che guidano la classifica mondiale. La stragrande maggioranza dei dipendenti italiani – il 90% – giudica il crescente impatto della tecnologia sul proprio lavoro un’opportunità: in questa classifica l’Italia si colloca al 4° posto nel mondo, appena dopo India, Messico (primi al 96%) e Cile (95%), ben sopra la media globale pari al 79%, al primo posto in Europa. L’88% dei lavoratori del nostro Paese ritiene, però, di avere bisogno di più formazione per tenere il passo con gli sviluppi della tecnologia: in graduatoria siamo al terzo posto al mondo, dopo Malesia e India (69%).
“Dal Workmonitor emerge l’impegno dei lavoratori nel voler conciliare pro e contro della tecnologia nel mondo del lavoro – ha affermato Marco Ceresa, ad di Randstad Italia – a partire dalla consapevolezza che la convivenza sia imprescindibile, perché l’impatto della digitalizzazione sul lavoro è notevole per quasi tutti. Questo non è sufficiente però a nascondere anche il senso di inadeguatezza che richiede una preparazione permanente: un segnale di vulnerabilità, ma anche un desiderio di apprendimento che l’impresa e il mercato del lavoro devono raccogliere fornendo strumenti e adeguata formazione”. La tecnologia consente opportunità di comunicazione e collaborazione a distanza, ma muta la componente relazionale nel mondo del lavoro. Con una premessa: ben il 94% dei dipendenti italiani crede che un incontro faccia a faccia costituisca il modo migliore di interagire con le persone. Con questa percentuale, siamo il primo Paese al mondo tra i 34 oggetto di indagine. Il rischio di sostituire le tradizionali relazioni personali con strumenti informatici è sentito dagli italiani, ma senza eccessiva preoccupazione. Il 47% dei lavoratori (in linea con la media globale) ritiene che l’onnipresenza della tecnologia nel lavoro di fatto li faccia essere meno in contatto con i loro collaboratori, il 50% lo evidenzia anche con le altre persone nel mondo reale (meno della media). Solo il 52% dei lavoratori (una delle percentuali più basse nel mondo) evidenzia che a causa della tecnologia le relazioni faccia a faccia con i contatti di lavoro si sono ridotte. E solo per il 42% riscontra meno interazioni anche con gli stessi i colleghi. Più in generale, il 44% dei dipendenti italiani ritiene che la tecnologia renda la società meno umana – siamo l’ultimo Paese al mondo – contro una media globale del 59%. Al contrario, il 65% la ritiene in grado di creare una società più umana (59% di media). “L’approccio degli italiani verso il possibile conflitto con una tecnologia ‘disumanizzante’ – ha affermato Marco Ceresa – è quello giusto. Gli strumenti digitali costituiscono oggi un’opportunità per liberare tempo, energie e produttività tra i lavoratori, ma non possono e non devono sostituire completamente la relazione faccia a faccia, mentre al contrario la presenza fisica non può essere la regola in tutte le situazioni. Il giusto mix di innovazione tecnologica e relazioni ‘tradizionali’, in un equilibrio stabilito sulla base delle attività proprie di ciascun profilo, è in grado di garantire il necessario ‘tocco umano’ anche a interazioni che diventano sempre più digitali”.

Carlo Pareto

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