lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Qualche ragione per votare Sì
Pubblicato il 23-05-2016


Lasciamo volentieri alle (poche) anime belle ed ai (molti) saltimbanchi l’ipocrisia secondo la quale non si dovrebbe “politicizzare” il prossimo referendum sulla riforma costituzionale: se quella di cambiare la Costituzione non è una scelta eminentemente politica, non si sa più dove la politica stia di casa.

Anche per questo, del resto, la riforma della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai costituzionalisti. Il che non toglie che ci si debba confrontare anche con le obiezioni di alcuni di loro (non di tutti), che fondamentalmente riguardano tre questioni: la funzionalità del bicameralismo paritario; il rapporto governo-Parlamento; Il rapporto Stato-Regioni.

Sulla prima questione è facile replicare che il bicameralismo paritario non c’è da nessuna parte al mondo, e non c’era del tutto neanche nella Costituzione del ’48: che prevedeva se non altro una diversa durata delle legislature delle due Camere. Solo nel 1963 vennero parificate, e prima (nel 1953 e nel 1958) si provvide sciogliendo il Senato alla fine della legislatura della Camera.

Quanto all’alterazione del rapporto fra governo e Parlamento che la riforma determinerebbe a favore del primo, è paradossale che a paventarlo siano gli stessi che da tempo denunciano l’oggettivo indebolimento del nostro Parlamento (benché bicamerale) rispetto all’esecutivo: senza considerare, fra l’altro, che il potere fiduciario è un’arma a doppio taglio, e che da molto tempo è il governo ad impugnarla dal verso giusto per tagliare le prerogative del potere legislativo. Mentre, paradossalmente, il Senato senza potere fiduciario non potrà essere ricattato dal governo quando interverrà sulle materie di sua competenza.

Infine le correzioni al Titolo V. E’ interessante osservare, innanzitutto, che esse riprendono pari pari il testo di numerose sentenze della Corte costituzionale, spesso redatte dagli odierni oppositori della riforma. Inoltre il nuovo Senato porta alla luce del sole quello che finora è stato negoziato nelle segrete stanze della Conferenza Stato-Regioni, e responsabilizza amministratori regionali non sempre esemplari nell’uso delle risorse pubbliche. Infine offre l’occasione per dare ai legislatori regionali l’opportunità di intervenire nel procedimento legislativo nazionale senza bisogno di ricorrere a referendum velleitari (come da ultimo quello sulle trivelle).

Resta l’abolizione del Cnel, della quale ad onor del vero nessuno si lamenta, e che interrompe l’operoso silenzio con cui questo organismo ha accompagnato la programmazione economica negli anni ’60, lo Statuto dei lavoratori negli anni ’70, lo scontro sulla scala mobile negli anni ’80, la concertazione negli anni ’90, e via via fino al Jobs Act dell’anno scorso.

Ma i sostenitori del No si aggrappano soprattutto al “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale. Personalmente non sono entusiasta dell’Italicum, e ne ho chiesto più volte la correzione. Mi chiedo però dov’erano trent’anni fa quelli che oggi lamentano lo squilibrio fra l’esigenza rappresentatività e quella di governabilità.

Con la sola eccezione di Stefano Rodotà (che è sempre stato proporzionalista), erano tutti inginocchiati davanti all’altare del maggioritario: e fu così che ottennero la rottura di un sistema politico, instaurandone un altro fondato solo sui rapporti di forza, e non sulle regole che in democrazia governano i rapporti fra le forze.

E’ il maggioritario, bellezza”, si potrebbe dire. E si potrebbe anche osservare che in più di vent’anni non si è provveduto neanche alla semplice correzione dei quorum per l’elezione del Capo dello Stato e della Corte costituzionale (che non sono squilibrati solo ora, ma lo sono da quando, appunto, è stato introdotto il maggioritario).

Poi c’è un’altra categoria di oppositori, quella dei “benaltristi”. Sono il primo a sapere che ci vuole ben altro che la legge Boschi per completare la necessaria revisione della Costituzione. La legge Boschi è solo un primo passo. Ma è un passo. Ed è il primo passo da quasi quarant’anni a questa parte, come sappiamo specialmente noi, che nel lontano 1977 aprimmo la discussione su questi temi dalle colonne di Mondoperaio.

Ora è auspicabile che i molti passi che ci sono ancora da fare non siano condizionati da interessi di corto respiro come quelli che hanno caratterizzato l’iter di questa legge: e da questo punto di vista per me resta valida l’idea di eleggere un’Assemblea costituente. Ma se vince il No, la Costituente ce la sogniamo, e ci sogniamo anche interventi meno radicali.

Un’ultima considerazione: i sostenitori del No paventano pericoli per la democrazia. E questi pericoli ci sono. Ma non perché si abolisce il Cnel. Ci sono perché la catena di comando dell’Unione europea non coincide con quella degli Stati nazionali; perché la tradizionale forma partito è in crisi, ma per sostituirla finora non si è trovato di meglio che il partito/azienda (e non importa se l’azienda è quella di Berlusconi o quella di Casaleggio); perché la crisi finanziaria sta distruggendo il ceto medio; perché il popolo non trova più canali di partecipazione.

Su questo mi auguro che ci illuminino i tanti cervelli rubati all’accademia, lasciando a Brunetta e a Di Maio, a Salvini e alla De Petris, a La Russa e a Fassina il loro triste mestiere.

Luigi Covatta

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Commenti all'articolo
  1. E’ senz’altro comprensibile che si possa “politicizzare” un referendum costituzionale, ma il voler legare al suo esito le sorti del Governo in carica a me pare francamente una forzatura, da parte di chi sceglie questa opzione “tattica” o “strategica” che sia.

    Il referendum sul divorzio del maggio 1974 non era costituzionale, ma riguardava una materia sulla quale si era diviso il Paese, per dire della sua importanza, e nonostante ciò, salvo errori di memoria, le sue risultanze non ebbero ricadute immediate sull’Esecutivo, e neppure riflessi sulla tenuta delle alleanze politiche.

    Se adesso, diversamente da allora, si vuole invece caricare il prossimo referendum di forte valenza politica, al punto da abbinarvi il destino della compagine governativa, chi ha ritenuto di percorrere questa strada deve giocoforza aspettarsi che, per reazione o per specularità, faccia altrettanto anche la parte avversa.

    Paolo B. 26.05.2016

  2. caro Gigi, non ho ancora deciso cosa votare sul referendum ma sul legare l’esito to del referendum a quello della legislatura consiglio a tutti di leggere oggi una intervista di del Rio. A me in parte la riforma non piace perchè troppo centralista e mi fa specie che chi scrisse il titolo V della Costituzione oggi plaude ed è in prima fila a firmare per il si . delle due l’uno o non capì ieri cosa faceva o non lo capisce oggi. quanto al senato del modello bundsratt non ha nulla, non ne fanno parte neanche i presidenti dele regioni e i sindaci sono eletti dai consigli regionali. Ma l’ipotesi di un senato eletto dai consigli regionali in conformità alle scelte espresse dagli elettori mi pare un obbrobrio. meglio eliminarlo visto che sono state eliminate le materie concorrenti.
    Donato Robilotta

  3. non regge l’ipotesi dell’Assemblea costituente nel caso di approvazione della modifica di oltre 40 articoli…nè regge il resto. Si vuole fare il sindaco-presidente d’Italia (in linea con la riforma Tatarella x l’elezione diretta in Comuni e Regioni) senza osare contro l’impostazione rappresentativa della Repubblica: con la contorsione senatoriale e la nomina dei parlamentari dal Leader estratto da primarie “private e farlocche”.In discesa per i gruppi di potere!! E’ questo il punto e non lo puoi mascherare con Cnel e titolo V. Francamente sorpreso!

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