venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Reddito minimo garantito
o reddito di cittadinanza?
Pubblicato il 24-05-2016


Nell’ultimo scorcio del secolo scorso, è avvenuto un mutamento profondo nel mercato della forza lavoro delle società industrializzate. Questo mutamento ha presentato una doppia natura: una di tipo quantitativo ed un’altra di tipo qualitativo. Dal punto di vista quantitativo, il mutamento è stato espresso dal fatto che la disoccupazione all’interno dei sistemi sociali industriali moderni si è espansa, e continua ad espandersi, col carattere della sua “persistenza”, ovvero della sua “irreversibilità”; dal punto di vista qualitativo, invece, il mutamento del mercato del lavoro è dipeso dal fatto che la fabbrica ha cessato di costituire il luogo della concentrazione dell’attività lavorativa e della produzione.

In conseguenza dei mutamenti indicati, la disoccupazione di massa si è trasformata da fenomeno congiunturale in fenomeno strutturale; contrariamente a quanto accadeva all’epoca in cui il lavoro salariato era posto a fondamento dell’organizzazione del processo produttivo, le nuove forme delle combinazioni produttive, realizzate attraverso tecnologie sempre più avanzate, hanno provocato una sostenuta contrazione del volume complessivo della forza lavoro necessaria alla produzione e una corrispettiva diminuzione del tempo di lavoro richiesto. Lo scenario che così è venuto a prospettarsi è quello di una società fondata, non più sull’eguaglianza dei cittadini rispetto al lavoro, ma sulla diversità della loro condizione sociale rispetto all’accesso al reddito, per via della loro diversa condizione lavorativa.

Da qualsiasi punto di vista si consideri oggi la questione del lavoro nelle società industriali avanzate, si è sempre ricondotti alla crisi del mercato del lavoro rispetto alle opportunità occupazionali offerte; mentre contro la disoccupazione irreversibile si è sempre fatto ricorso, da un lato, a normative obsolete volte a ricuperare una “società del lavoro”, ormai avviata al suo superamento, dall’altro lato, ai presunti caratteri taumaturgici del conflitto sociale, impedendo così di porre un limite alla precarizzazione di crescenti quote della forza lavoro. La società del lavoro, quindi, sta avviandosi al tramonto, senza che la società politica sia in grado di immaginare un suo possibile ordinato superamento.

La situazione che sta emergendo ha promosso da tempo la formulazione di proposte volte a favorire l’approdo ad una “società del non-lavoro”, intesa come società orientata a favorire la soddisfazione degli stati di bisogno e il libero sviluppo delle capacità umane, senza quei condizionamenti che possono originare dagli effetti indesiderati della crisi del marcato del lavoro tradizionale.

In questa prospettiva si collocano due articoli di Antonio Baldo, pubblicati il 4 e il 18 aprile sul “Blog” di riflessione economica e sociale “Sviluppo Felice”. In essi si sostiene come, malgrado il fenomeno della disoccupazione irreversibile, ancora persista una “pesante ideologia che considera il lavoro = occupazione retribuita come principale fattore di dignità/identità personale e di cittadinanza”; ideologia, questa, che “ha permesso – secondo Baldo – la convergenza delle visioni marxiana, cattolica e liberale sull’articolo 1 della nostra Costituzione”. Oggi però, un crescente numero di persone pensa che il lavoro, a causa delle profonde trasformazioni intervenute nell’organizzazione della società industriale e del suo mercato del lavoro, non possa più essere “fattore di dignità/identità personale”.

Poiché la quantità totale di lavoro richiesto dal mercato tende a diminuire, se si accetta l’idea di un’occupazione totale in diminuzione, il problema diventa il seguente: come garantire la sicurezza economica a tutti coloro che, volontariamente o indipendentemente dalla loro volontà, si troveranno ad essere fuori dal mercato del lavoro?

Secondo Baldo, esistono almeno tre categorie di persone cui sarà giocoforza pensare: la prima è costituita da tutti coloro che, per motivi diversi, non si dimostrano adatti al lavoro in generale e ai lavori del futuro in particolare; la seconda comprende chi, non aderendo all’ideologia del lavoro, accetta una “vita di sobrietà”; la terza ingloba quella parte dei tradizionali disoccupati che vogliano, però, “riciclarsi” attraverso il loro reinserimento nel mercato del lavoro.

Considerando le tre categorie composte da soggetti potenzialmente “senza reddito”, si può pensare – questa è la proposta di Baldo – di costruire un “sistema duale”, caratterizzato dalla presenza di due tipi di lavoratori: uno costituito da unità lavorative inserite a tempo pieno nel tradizionale processo produttivo; un altro comprendente la forza lavoro uscita, volontariamente o involontariamente, dallo status occupazionale stabile e duraturo. Questi due tipi di lavoratori darebbero origine a due situazioni tra loro compatibili e, per molti versi, complementari: il mantenimento dell’attuale mercato del lavoro e l’introduzione di un “reddito minimo garantito”, da precisare in quantità e composizione. Fondamentale, a tal fine, sarebbe, secondo Baldo, che fossero adottate regole precise per disciplinare il passaggio dall’una all’altra delle classi.

Riconoscere, però, come fa Baldo, che la transizione al “sistema duale” porta con sé inevitabilmente la formazione di due tipi di lavoratori, significa anche accettare la costruzione di un sistema sociale diviso in due grandi sottoinsiemi di attività e di soggetti differenti, anche se complementari: un primo sottoinsieme, costituito da lavoratori occupati nelle attività produttive innovative ed esposte alla competitività internazionale; l’altro sottoinsieme, costituito da lavoratori occupati in attività poco innovative e isolate da ogni forma di competizione, oppure occupati a soddisfare loro puri e semplici bisogni interiori. Nel primo caso, dunque, lavoratori moderni e “costretti” al continuo aggiornamento delle loro abilità professionali; nel secondo, lavoratori che rispondono all’esigenza di soddisfare stati di bisogno tradizionali, o di svolgere attività che, per quanto nobili e qualitativamente apprezzabili, possono solo consentire uno stile di via sobria e conviviale.

Inoltre, la permanenza all’interno della società di due categorie di percettori di reddito, comporterebbe anche la conservazione della struttura organizzativa tradizionale dello stato di protezione sociale (welfare); in altri termini, questa struttura continuerebbe a funzionare secondo i parametri propri del mercato del lavoro tradizionale, riducendosi il “reddito minimo garantito” a niente più che ad uno dei molti orpelli che nel tempo hanno concorso ad integrare il welfare State esistente.

Sennonché, se si vuole evitare la formazione di un sistema sociale duale fondato sull’esistenza di due classi di lavoratori con implicazioni discriminatorie, la crisi del mercato del lavoro tradizionale comporta, non solo la necessità di una sua riforma, ma anche la riforma del modello di produzione e consumo e quella del modello del welfare esistente, perché siano conformati alla soluzione del problema della disoccupazione irreversibile. Il welfare State, infatti, o tiene conto dell’inadeguatezza del sistema delle garanzie nato e consolidatosi all’interno del mercato del lavoro tradizionale, o si espone alle critiche neoliberiste che vogliono sottoporre tali garanzie a un drastico ridimensionamento, in quanto considerate causa della continua espansione della spesa pubblica e delle crisi cui sono soggette le società industriali moderne.

La riforma del welfare State, come molti osservano, deve rispondere, da un lato, alla necessità di garantire i diritti acquisiti dalle conquiste dei lavoratori del mercato del lavoro tradizionale e, dall’altro lato, all’urgenza di assicurare la funzionalità di garanzie adeguate a tutta la forza lavoro presente all’interno del mercato del lavoro attuale, caratterizzato, occorre ripeterlo, dalla formazione di una crescente disoccupazione irreversibile.

In questa prospettiva, più che un “reddito minimo garantito”, trova giustificazione l’introduzione di un “reddito di cittadinanza”, concesso a tutti in modo incondizionato, cioè senza vincoli di tempo e indipendentemente da altri redditi e da eventuali altre entrate originanti dai patrimoni dei riceventi; per la sua acquisizione, perciò, sarebbe necessario solo il requisito della cittadinanza.

A differenza del “reddito di cittadinanza, il “reddito minimo garantito” è una forma di sostegno economico limitata nel tempo, riservata a coloro che, per varie ragioni, hanno involontariamente perso il posto di lavoro, o che hanno deciso, almeno nella prospettiva di Baldo, di disinserirsi volontariamente dal tessuto lavorativo. Inoltre, il “reddito minimo garantito” è subordinato anche all’esercizio costante di controlli burocratici che, oltre ad essere motivo di discriminazioni, sono causa, come l’esperienza sta ad indicare, di sprechi di risorse per le molte inefficienze connesse alla complessità dei controlli.

Tenuto conto delle differenze che caratterizzano il “reddito di cittadinanza” rispetto al “reddito minimo garantito”, l’introduzione del primo appare decisamente più conveniente rispetto all’introduzione del secondo; basta pensare che con esso, da un lato, viene destrutturata la natura del lavoro come unico fattore produttivo di reddito e, dall’altro lato, viene trascinato progressivamente nel cambiamento il sistema di sicurezza sociale, ovvero il sistema generale di garanzie offerte alla forza lavoro nei periodi di impossibilità involontaria, o di impossibilità volontaria ad acquisire un reddito.

Il problema che può nascere con l’introduzione del “reddito di cittadinanza”, è lo stesso che può insorgere con il “reddito minimo garantito”. Al riguardo, può essere sufficiente ricordare che sarà necessario disciplinare il rapporto tra salario di mercato e livello del “reddito di cittadinanza”; il rapporto dovrà essere determinato al fine di evitare difficoltà di reperimento del lavoro di cui abbisognano le attività produttive. Sarà questo un aspetto importante della riforma del welfare State, nel senso che il livello del reddito di cittadinanza dovrà essere determinato in modo da salvaguardare il principio della “minior preferenza” (less liability). Il rispetto di tale principio servirà a conciliare l’esigenza di rendere sempre possibile per la forza lavoro che lo preferisce il reinserimento nel mercato del lavoro.

L’introduzione del “reddito di cittadinanza” permetterà, a differenza del “reddito minimo garantito”, di individuare una ristrutturazione della natura del lavoro compatibile con le modalità di funzionamento delle società industriali caratterizzate dal fenomeno della disoccupazione irreversibile, ma senza la formazione di due classi di lavoratori con implicazioni discriminatorie; la ristrutturazione della natura del lavoro, realizzata all’interno del welfare State riformato, non sarà caratterizzata dall’erogazione di un sussidio di mantenimento a tutti coloro che non lavorano, ma dall’assegnazione a priori a tutti i componenti il sistema sociale di un reddito per fare fronte agli esiti indesiderati del “sistema duale”, che si avrebbe con l’erogazione di un “reddito minimo garantito, secondo le forme proposte da Baldo.

L’impedimento, con il “reddito di cittadinanza”, degli esiti del “sistema duale” non sarebbe l’effetto di processi ridistributivi di natura caritatevole, propri del welfare esistente, ma il risultato della riorganizzazione delle società industriali moderne, al cui interno tutte le forze lavorative, al di là della frammentazione che subiscono per effetto dell’evoluzione del processo produttivo, possono giustificare l’accesso al reddito in virtù del rapporto di cittadinanza che le lega al sistema sociale di appartenenza.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Il ragionamento si basa su due assunti;
    – il “sistema sociale di appartenenza” e
    – la “riorganizzazione delle società industriali moderne”.
    Ecco, entrambi questi punti non sono variabili indipendenti e non si cambiano con un decreto-legge.
    Sono invece dentro il cuore del sistema. Un sistema che tende alla schiavizzazione del lavoro, insieme alla robottizzazione del processo produttivo.
    Ai tempi di Marx si parlava di “sussistenza” per il lavoro salariato, oggi, in un sistema sociale molto divaricato tra pochi ricchissimi e tantissimi schiacciati nel fondo, mi pare che si tenda ad allargare questo concetto a tutta l’umanità esclusa dal riparto del profitto. A patto che chi comanda, però, sia un “pochino” illuminato, sennò “ciccia”.

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