venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riforme tutt’altro che perfette, ma comunque un passo avanti
Pubblicato il 17-05-2016


Molti interventi qualificati a favore del “no” al quesito referendario sulla legge di revisione costituzionale, che si terrà nel mese di ottobre, si richiamano al contesto politico in cui operò l’Assemblea Costituente nel 1947: grande coesione tra i partiti, senza rinnegare i rispettivi valori fondanti.

Se è doveroso, nel momento in cui ci si accinge a cambiare una parte di quel testo (Parte II titolo I: Ordinamento della Repubblica – Il Parlamento), ricordarne il particolarissimo momento storico della nascita, è altrettanto dovuta una riflessione se non sarebbe una forzatura fare di quell’esaltante esperienza un modello assoluto di riferimento, nella situazione politica contingente, contrassegnata da tensioni e incapacità di individuare obiettivi comuni su cui confrontarsi apertamente e poi approntare e approvare leggi non più rinviabili.

Due richiami bastano a dimostrare che oggi, sulla base dei rapporti di forza tra i partiti che hanno una loro rappresentanza parlamentare, non solo siamo lontani anni luce dal clima dell’Assemblea Costituente ma, al contrario, assistiamo giorno dopo giorno alla sostituzione del confronto democratico con lo scontro di “tutti contro tutti”.

Il primo richiamo è alla vicenda della recente approvazione della legge sulle unioni civili. In none dell’esigenza di garantire la governabilità del Paese in un momento di difficoltà sia sul piano economico sia sociale, è stata varata una norma monca sulla pelle, è il caso di dirlo, dei bambini che ancora sono costretti a vivere negli orfanatrofi, quando fuori si manifesta grande disponibilità all’adozione.

Il secondo richiamo è proprio alla legge di revisione costituzionale, oggetto della consultazione referendaria del mese di ottobre prossimo. Gli aspetti positive della riforma si accompagnano a scelte indubbiamente discutibili, ma il dibattito parlamentare si è svolto in un clima opposto a quello in cui operarono i padri costituenti.

In tale contesto era quasi inevitabile che l’iniziativa di revisione venisse presa dal governo in carica, invece che dal Parlamento, come sarebbe d’obbligo in un regime democratico.

Il risultato (il ddl Boschi approvato dal Parlamento) non risponde completamente alle legittime aspettative di molti cittadini, ma è la rappresentazione di quanto si poteva ottenere nella situazione attuale dei rapporti di forza tra i partiti di governo e tra questi e le opposizioni. Su questa base l’auspicio è che un’ampia maggioranza di elettori si rechi alle urne ed esprima comunque un voto. Molto meglio se verrà sostenuta la bontà di una legge indubbiamente molto sofferta e tutt’altro che perfetta, ma pur sempre uno dei tanti passi avanti che il nostro Paese deve ancora compiere per mettere alle spalle anni di colpevole inerzia legislativa, che lo condannano spesso ad occupare gli ultimi posti nelle graduatorie europee e mondiali.

Giancarlo Volpari
Responsabile scuola PSI

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Commenti all'articolo
  1. Ecco perché il nostro NO alle de-forme renziane.
    La nuova Costituzione targata Renzi-Alfano-Verdini cambia per oltre il 40% il testo del 1947 ed è stata ottenuta con un Parlamento debole condizionato da forzature e canguri… Intanto non è vero che non si fosse fatto nulla sinora: egli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche. Essa necessitava perciò di un normale lavoro di ‘manutenzione’ e di ‘riequilibrio’ ma non di un ribaltone (tra l’altro linguisticamente farraginoso). Come sostengono i 56 costituzionalisti per il NO (www.iovotono.it) se confermata dal referendum la nuova Costituzione nascerebbe purtroppo su presupposti sbagliati, figli di una concezione semipresidenziale ‘occulta’ e pasticciata. E viene presentata dal governo con molte ambiguità, tentando addirittura di farne una specie di ’ordalia’ sul governo. A noi interessa la democrazia, non Renzi.
    a) Bicameralismo e velocità legislativa. Anche ammettendo fosse necessario superare il ‘bicameralismo paritario’, intanto il Senato non scompare, anche se depotenziato. Inoltre per la reclamata velocità decisionale il governo ha già i decreti legge (di cui si fa abuso da molti anni) –ricordando peraltro che la velocità non sempre è buona consigliera (quante leggi corrette ex post..). Per la cronaca la media dei tempi di approvazione con le due camere ‘paritarie’ era nell’ultima legislatura di 110 gg. complessivi. Un tempo del tutto normale in Europa. E quando il vituperato Parlamento bicamerale aveva voluto, si sono fatte leggi anche in 10 gg. Servono meno leggi nuove ma ben fatte.
    b) I costi della politica. Balla colossale. A parte il rischio biecamente populistico della materia, ma il Senato elettivo costava circa 500 milioni/anno di cui solo 60 riguardavano le indennità dei senatori. E poi i nuovi 100 senatori ‘regionali’ anche se privi di stipendio avranno comunque dei costi…(e –a parte la questione incerta delle tutele- manca ancora la legge che ne disciplini l’ambigua elezione diretta/indiretta).
    c) Governo e Parlamento. Con il testo Boschi-Renzi il governo avrebbe un crescente controllo sul Parlamento monocamerale. Se si accetta questo, allora occorrono correttivi e certo non va bene Italicum. Ricordiamo peraltro che questa della eccessiva prevalenza del governo fu proprio la principale critica che il centro-sinistra di Prodi mosse al progetto Berlusconi-Calderoli e che poi bocciammo al referendum nel 2006 (61% di NO).
    d) Senato regionale e rapporti Stato /Regioni. Dopo l’errore del CSX sul Titolo V nel 2001 (devoluzione acritica di funzioni e approvata con tre soli voti di maggioranza..) e dopo le varie difformità emerse tra regioni migliori e peggiori, era opportuno riequilibrare il sistema. Ma non a discapito del decentramento ‘intelligente’. Purtroppo nel nuovo ‘Senato delle autonomie’ restano molte ombre sugli effettivi compiti dello Stato rispetto alle regioni, peraltro sicuramente depotenziate e perciò con contrasti potenziali. Ad es. chi fa cosa nel governo dei territori? Chi fa cosa per sostenere il made in Italy? ecc. Ulivo 2006 e Bersani 2013 parlavano di Senato su base regionale ma non ne specificavano il sistema elettorale. Esempi europei? Il senato renziano dei 95 + 5 non ha nulla anche vedere ad es. col Bundesrat tedesco (sostanzialmente un’assemblea periodica dei ministri dei laender coadiuvati da esperti) e pare un ibrido rispetto ad altri paesi.
    e) Una così profonda revisione costituzionale dovrebbe essere approvata da un Parlamento eletto su base proporzionale, come in tutta Europa è avvenuto. Se poi aggiungiamo la bruttura dell’Italicum (assai peggio della legge truffa 1953) diremo perciò un grande NO complessivo, per difendere lo spirito costituzionale nato con la Resistenza.
    f) C’erano alternative? Sì, ad es. la bozza di V.Chiti (PD) che dimezzava i 1000 parlamentari mantenendo elettivi i senatori su base regionale ma senza voto di fiducia né sul bilancio. O addirittura c’era chi proponeva l’eliminazione sic et simpliciter del Senato (ma allora per la Camera serviva un’altra legge elettorale, auspicabilmente il doppio turno alla francese che il PD prerenziano proponeva nel 2013).
    P.S. sarebbe stato bene ‘spacchettare’ i quesiti. Ma intanto continuiamo a lavorare alla raccolta di firme contro le de-forme costituzionali e contro Italicum. (Carlo Baldassi).

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