giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Celso Vassalini:
lo Statuto dei lavoratori
nella realtà che cambia
Pubblicato il 02-05-2016


Cortese Direttore,
la festa del 1° maggio, Festa del lavoro, viene da lontano nel tempo, ha attraversato spazi e stagioni culturali e sociali molto diverse, e giunge a noi nel bel mezzo di trasformazioni radicali nel mondo del lavoro e negli equilibri internazionali sia dal punto di vista politico che economicosociale. Da un lato si approfondiscono le differenze tra le diverse aree geografiche così come al loro interno, dall’altro avviene una specie di trasformazione antropologica nel mondo dei lavoratori. Restano vecchie distinzioni, legate ai diversi settori della produzione, diminuisce la percezione della distanza segnata dai ruoli ricoperti, spesso purtroppo accomunata da una sensazione diffusa di precarietà e incertezza. Ad oggi, manca il coraggio di una grande riforma sindacale che rompe radicalmente con il passato, con gli usi ed anche con la vecchia presunzione di immaginare le Confederazioni sindacali eterne e non riformabili. Verso il nuovo statuto dei lavori «Liberare il lavoro per liberare i lavori».
Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono «tanti» ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a «produrre lavori di qualità», non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo «antropologia positiva» che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta delle organizzazioni Sindacali e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche empirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di «meno Stato, più società».
È comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attitudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorché incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per «more jobs, better jobs». Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. Un’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono «tanti» ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.
Quell’accordo rappresenta senza dubbio una svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S. Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, «non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti». Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento. Insomma, se il Governo resiste, dovrebbe arrivare il tanto atteso Statuto dei lavori (dopo tanti rinvii il condizionale è d’obbligo). Avanti, avanti con le Riforme.
Celso Vassalini
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Commenti all'articolo
  1. Non mi pare di trovare gran che di ispirazione socialista in questo articolo. “Meno stato, pìù società”: che senso ha quando le leve della “società” sono nelle mani del capitalismo finanziario (una volta c’erano “i padroni”, ora non c’è più niente, il capitalismo viene, compra, poi scappa portando altrove la produzione, perché così gli conviene).
    Oggi più che mai “il riscatto del lavoro, dei suoi figli opra sarà”…,

  2. sì infatti. Molte frasi fatte e poca sostanza. Peraltro dimenticando che se è indubbiamente vero che la struttura del lavoro dipendente è cambiata, è altrettanto vero che il “conflitto” capitale-lavoro permane sempre. Perché non di conflitto etico si tratta ma di conflitto tra interessi economici (a parità di ricchezza prodotta, la distribuzione tra profitto e salario è per forza di cose inversamente proporzionale). La negazione del conflitto o il tentativo di risolverlo una volta per tutte storicamente porta a regimi autoritari e tirannici. Da quelli militari ai fascismi vari fino al “socialismo reale”. La grande intuizione del socialismo democratico e riformista non è nella negazione del conflitto ma nella comprensione che la democrazia è lo strumento principe della sua composizione e nella ricerca continua dell’equilibrio di volta in volta possibile . Anche considerando che capitale e lavoro, conflittuali nella distribuzione della ricchezza prodotta sono invece “alleati” nella produzione della ricchezza.
    Trascurare le ragioni del lavoro e considerare come “oggettive” le ragioni del capitale significa abbandonarsi ad una forma di massimalismo che, benché di segno opposto al massimalismo d’un temp, non ha nulla a che fare col socialismo riformista.
    Peraltro la prepotente (ri)comparsa sulla scena della rendita finanziaria (parassitaria come tutte le forme di rendita) impone nuove riflessioni e nuove analisi al socialismo essendo ormai evidente che essa (la rendita finanziaria) è nemica (mortale) tanto del capitale produttivo che del lavoro.

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