mercoledì, 22 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

“Terza missione” dell’università
e sviluppo locale
Pubblicato il 03-05-2016


Il costo degli studi universitari preoccupa non poco le famiglie italiane; giustamente in un articolo di Elisa Leuteri, pubblicato su questo giornale, si sottolinea la necessità che il caro-studi debba costringere la classe politica italiana ad una profonda riflessione sull’argomento, per studiare il modo in cui risolvere, almeno in parte, il problema della riduzione del costo degli studi terziari, attraverso il miglioramento del rapporto tra università e mondo esterno.
Nell’articolo “La terza missione dell’università”, pubblicato sul n. 2/2015 di “Scuola Democratica”, Stefano Boffo e Roberto Moscati, traendo spunto dal progetto denominato “E3M”- Indicators and Ranking Methodology for University’s Third Mission”, finanziato dal “Lifelong Learning Programme” della Commissione Europea e coordinato dall’Universidad Politécnica de Valencia, affrontano il problema del rapporto tra università e mondo esterno. “Nel corso degli ultimi anni – affermano gli autori – le università sono state oggetto, in modo sempre più evidente, di nuove richieste provenienti dall’economia e dalla società”. Il diffondersi del fenomeno ha comportato una spinta alla sempre più larga apertura delle università verso il mondo esterno, ma anche alla necessità di una sua regolazione.
Secondo gli autori, in termini generali, il fenomeno è da considerarsi una conseguenza della globalizzazione, che ha determinato l’importanza, per i sistemi economici, della produzione e della trasmissione della conoscenza necessaria a consentire alle attività produttive di affrontare la competizione internazionale. La pressione politico-sociale-economica che è venuta via via a pesare sulle università ha spesso indotto queste ultime ad orientare la propria attività ai risultati che esse possono conseguire nel breve termine, a scapito però di quelli conseguibili nel medio-lungo periodo, quali la formazione di base a la “ricerca pura”, che sono poi le funzioni originarie delle università.
L’apertura delle università al mondo esterno comporta, con ogni evidenza, delle trasformazioni profonde del loro “carattere identitario”; le trasformazioni hanno però trovato in molti casi, come in quello dell’Italia, strutture dell’istruzione terziaria non del tutto idonee a realizzare la loro apertura verso l’esterno, evidenziando una crescente inadeguatezza delle risorse disponibili ed aggravando le insufficienze palesatesi in occasione della trasformazione dell’università di élite in quella di massa. In questo modo, secondo gli autori, sarebbe nato un approccio al problema dell’apertura dell’università al mondo esterno, che a livello europeo e mondiale ha comportato la riorganizzazione delle strutture accademiche secondo un modello cui i diversi Paesi sono stati invitati più o meno direttamente, ad allinearsi, sulla base di una pressione politica ed economica generale che si è manifestata in modi simili nei diversi contesti. Tutto ciò ha comportato una crescente intensificazione delle interazioni tra le istituzioni accademiche e quelle politiche, nel tentativo di dare risposte univoche ai problemi posti dallo svolgimento dell’insieme delle attività che si suole definire di “Terza Missione”.
Il progetto “E3M”, al quale fanno riferimento Boffo e Moscati, ha identificato nel “Technological Transfert and Innovation” o Trasferimento Tecnologico e Innovazione (TTI), nella “Continuing Education” o Educazione Permanente (CE) e nel “Social Engagement” o Impegno Sociale (SE) le tre dimensioni sulla cui base definire la “Terza Missione”. Si tratta, quindi di attività connesse alla ricerca (TTI), alla didattica (CE) e ad un insieme di altre attività riassunte nell’impegno sociale (SE), quali possono essere i servizi alla comunità e, più in generale, l’impegno volto a “contribuire al bene pubblico e al rafforzamento dei valori democratici e dell’avanzamento civile”, atto quest’ultimo a rafforzare il senso di responsabilità nei cittadini.
Sinora, tuttavia, l’esercizio delle attività proprie della “Terza Missione” si è espanso senza la disponibilità di indicatori e di opportune procedure per la valutazione della qualità dei loro risultati; ciò si è verificato soprattutto in Italia, dove le attività terze delle strutture universitarie si sono affermate in ritardo rispetto ad altri Paesi. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), nell’ambito del suo “Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013”, ha fatto uso di alcuni indicatori che, secondo gli autori, limitano l’attenzione alla sola considerazione della dimensione economica delle attività svolte, trascurando quelle relative all’impegno culturale e sociale; nel senso che nulla viene detto riguardo all’impegno delle università rispetto alle attività dell’”Educazione Permanente” e dell’”Impegno Sociale”. Più di recente, però, la stessa ANVUR ha elaborato un “Manuale per la valutazione della Terza Missione nelle università italiane”, dove sono state considerate anche le attività originariamente trascurate.
Nonostante la crescente attenzione riservata alla ricerca di un’uniforme regolamentazione delle attività della “Terza Missione, il progetto “E3M” ha evidenziato come ancora esistano profonde differenze tra i diversi Paesi, nel senso che in alcuni di essi e in alcuni settori universitari si è proceduto più celermente che in altri. La ricerca dell’uniforme regolazione ha consentito di accertare l’esistenza di diversi modelli organizzativi di eccellenza delle nuove università, quali, ad esempio, quello del “Dublin Institute of Technology” o quello dell’”University of Cambridge”. Il primo prevede lo sviluppo sia di programmi di educazione degli adulti, che di programmi di impegno sociale, mentre il secondo prevede l’organizzazione delle attività di trasferimento tecnologico e di innovazione, attraverso istituti autonomi quali il “Cambridge Enterprise”, il “Cambridge Research Office”, l’”Institute of Continuing Education” e, per il sostegno di attività culturali e sociali, il “Cambridge Office of External Affairs and Communication”.

Il modello organizzativo dell’”University of Cambride”, basandosi sulla separazione delle diverse attività accademiche in strutture autonome, in larga misura autofinanziate, è visto e considerato come forma di “università a rete”, che da più parti è indicato come modello ideale di riferimento rispetto al quale uniformare la regolazione dell’organizzazione delle nuove università.

In Italia, lo sviluppo delle attività della “Terza Missione” è iniziato molto in ritardo rispetto ad altri Paesi ed appare, oggi, come il risultato di logiche territoriali, piuttosto che come conseguenza dell’attuazione di una politica universitaria adottata a livello nazionale. Lo spontaneismo della risposta alle sollecitazioni del mondo esterno sta producendo, e continua a produrre, conseguenze negative a livello di sistema-Paese. Infatti, laddove la realtà economica è sviluppata, come nelle regioni del Centro-Nord, si è espansa una domanda di consulenze e ricerche nell’area del trasferimento tecnologico e dell’innovazione, mentre dove la realtà economica è ancora arretrata, come nelle regioni meridionali, la domanda di consulenze e ricerche stenta a manifestarsi, nonostante l’evidente vantaggio che la sua espansione potrebbe assicurare all’intero Mezzogiorno sul piano della crescita e dello sviluppo.
Da quest’ultimo punto di vista non si può non rilevare come una politica universitaria volta a rafforzare il ruolo delle istituzioni accademiche verso l’esterno, soprattutto nelle regioni, come quelle meridionali dell’Italia, ancora fortemente caratterizzate da una diffusa arretratezza, possa contribuire a promuovere ed a sorreggere lo sviluppo locale. Non va dimenticato che, in un Paese come l’Italia dove, dall’Unità politica ad oggi, non si è riusciti ad eliminare un dualismo territoriale che, anziché attenuarsi, ha assunto nel tempo dimensioni sempre più profonde, le strutture universitarie appaiono lo strumento utile per concorrere a realizzare le condizioni autonome per la crescita e lo sviluppo dei territori meridionali.

Infatti, non può sfuggire alla riflessione il fatto che le università per le regioni meridionali possono rappresentare un’offerta diretta di risorse sufficienti a compensare la diminuzione di quelle di origine statale. Ciò ovviamente non significa che le università in sé saranno lo strumento sufficiente a porre rimedio ai deficit civili ed istituzionali che da sempre condizionano la vita politica ed economica dei territori meridionali; significa, però, che le università, attraverso l’intera gamma delle loro attività verso l’esterno, di trasferimento tecnologico, di educazione continua e di impegno civile, possono rappresentare una risorsa della quale mai in passato si sono considerate le potenzialità positive, rispetto al superamento dell’arretratezza civile ed economica e rispetto al miglioramento della qualità delle strutture didattiche, nonché all’allargamento del numero delle borse di studio messe a disposizione degli studenti su basi meritorie. Al riguardo, l’esperienza di altre realtà politiche e sociali dovrebbe costituire per l’Italia un valido parametro di riferimento, ai fini della formulazione delle politiche pubbliche volte al potenziamento del sistema universitario nazionale.

Gianfranco Sabattini

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