domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

The Voice of Italy.
Il grande flop per un talent senza originalità
Pubblicato il 25-05-2016


the voiceIl fatto che la quarta edizione di The Voice of Italy si sia conclusa e che probabilmente non ce ne sarà un’altra non può che essere un sollievo. Non c’è pace per la seconda rete di casa Rai dopo l’addio ad X-Factor nel 2011, poi giustamente passato nelle più diligenti (e facoltose) mani di Sky, e del successivo flop di Star Academy. The Voice avrebbe dovuto rappresentare la svolta per il canale più giovane della Rai e in un certo senso sembrava essere partito bene; il format, ideato dal brillante imprenditore olandese John De Mol (Endemol e Grande Fratello vi dicono nulla?), parte da un’intuizione deliziosa: per la prima volta in un talent, i giudici non guardano in faccia i concorrenti ma li ascoltano girati di spalle, in modo da non lasciarsi condizionare dall’aspetto fisico degli stessi, concentrandosi, dunque, soltanto sulle competenze canore.

Ma la storia di The Voice in Italia è la storia di un progressivo e interminabile logoramento: se con la ridicola vittoria di suor Cristina Scuccia nel 2014 (peraltro contro Giacomo Voli, uno dei pochi nomi rimasti nell’immaginario del programma grazie alla sua incredibile vocalità) sembrava che il programma avesse toccato il fondo, evidentemente ancora non avevamo idea di cosa fosse realmente il fondo. L’abbiamo scoperto quest’anno, era sufficiente accendere la TV e guardare cinque minuti di programma, per trovarsi davanti ad un finto talent noioso, volgare e grossolano. I (troppi) talenti non sono stati minimamente tutelati ma al contrario finivano abbandonati a se stessi, mentre i soli beneficiari di questa esposizione mediatica sono stati i giudici, che hanno occupato quella sedia per mera vanità personale. A questo proposito, tante, troppe cose potrebbero essere dette su Dolcenera, che per la prima volta ha ricoperto tal ruolo quest’anno: una presenza che ha contribuito notevolmente ad innalzare il livello di trashume presente nel programma, grazie ai suoi monologhi prolissi, inutili e sgrammaticati, lungaggini infantili e vanagloriose, all’ipocrisia imperante nei suoi atteggiamenti e nei suoi discorsi, nell’avidità di certi discorsi improntati verso un egoismo sordo e cieco. Ha invaso i pensieri dei ragazzi della sua squadra con illusioni e false speranze, infarcite di promesse, come “io non ti abbandono”, “ti aiuterò”, “farai grande cose”, “sei la migliore”, “tu sei La Voce”, e così via, per poi trovarsi a sentirsi dire, per esempio, da una ragazza delusa e frustrata, nel momento della sua eliminazione: “io ci avevo creduto nel tuo ‘io non ti abbandono'”. Fumo negli occhi, come sempre.

Come volevasi dimostrare, a vincere è stata proprio una ragazza del suo team, Alice Paba. Che la vittoria sarebbe toccata a lei, poi, lo si era capito da un bel po’ di tempo. La giovanissima Paba, che nel 2014 partecipò anche ad Amici, non riuscendo però ad avere accesso al serale (il che già la dice lunga), per tutta la durata del programma si è calata nella parte della stralunata, della svampita, della ragazzina fintamente pazzerella e ingenua. Una novella Arisa. All’inizio il pubblico sembrava rispondere bene al suo personaggio, soprattutto in virtù del fatto che alle audizioni (la fase delle “blind”), si presentò con una versione di “Toxic” di Britney Spears rallentata e con accenni country, ricalcata calligraficamente da quella con cui Melanie Martinez, ormai star del pop internazionale, si presentò alle audizioni di The Voice of America. Quando si dice l’originalità…
Dopo di che il vuoto cosmico: voce sentita e risentita, banale, che tende ad emularne altre (basti ascoltare il suo singolo, in cui sembra Nina Zilli, oppure nei duetti con Giusy Ferreri e la Michielin) ma, soprattutto, un personaggio costruito, che risulta artificioso, ipocrita e antipatico, poiché tutto proiettato verso l’esteriorità. Stando infatti ai commenti sui social network, viene spontaneo chiedersi chi mai abbia votato questa ragazzina avida di fama se nessuno – a parte i soliti sedicenti critici da bar di paese – pare essere appagato della sua vittoria. Tutt’altro.

Al secondo posto si è piazzato il più amato Charles Kaplan (team Killa), per solo una manciata di voti – così ci fanno sapere dai piani alti del programma. Il ragazzo, originario della Costa D’Avorio, aveva tutte le carte in regola per una crescita considerevole, ma The Voice a quanto pare è anche l’unico talent in cui i concorrenti regrediscono anziché migliorare. Mentre ad X-Factor è possibile assistere alla crescita delle capacità dei talenti in gara, che vengono seguiti da un’intera squadra di professionisti tra vocal coach, autori, musicisti e anche consulenti d’immagine, a The Voice rimangono tutti così come sono entrati e anzi tendono a peggiorare.

Per onor di cronaca diciamo anche che al terzo posto si è classificato Elya Zambolin (team Pezzali), detto anche Elya Cremonin per via dell’innegabile piglio emulativo nei confronti del cantautore bolognese (nel singolo portato in finale la cosa è particolarmente evidente, sin dal titolo) e al quarto posto Tanya Borgese, priva di carisma e tecnica vocale e non a caso concorrente della squadra della Carrà. Una Raffaella Carrà visibilmente stanca e fuori contesto. Durante le audizioni si è coperta di ridicolo con le sue esternazioni circa la forma fisica e l’aspetto esteriore dei concorrenti e le loro abilità nella danza, dimenticandosi che The Voice è un talent canoro e non Forte Forte Forte, che si è in cerca di un cantante, non di una soubrette. Per non parlare delle innumerevoli gaffe, come quando ha asserito che Bob Dylan è morto. O del dilettantismo musicale, che l’ha portata ad esclamare, dopo l’esibizione di un ragazzo (Lorenzo Lepore) che aveva portato un brano di Niccolò Fabi, “ma lui era di Roma, no? E ma poteva portare un pezzo di Venditti!”.

Gli altri due coach non pervenuti: Emis Killa ha giocato a fare il furbetto per tutto il tempo, sempre attentissimo a soddisfare pedissequamente il volere del pubblico, ha parlato rappando e ha battibeccato sporadicamente con Dolcenera, secondo un’idiosincrasia evidentemente costruita a tavolino. Sarebbe impossibile dire qualcosa di negativo su Max Pezzali come persona, sempre gentile e pacato, ma è più probabile che sia un esperto di astrofisica piuttosto che di musica.
Con questa giuria, così patetica e male assortita, i creatori del programma avrebbero desiderato attirare tutte le fasce d’età: la Carrà per gli adulti, Max Pezzali per gli over 30, Emis Killa per i più giovani. La presenza di Dolcenera, come già detto, rimane ancora un mistero tale che, a confronto, Noemi, giudice delle scorse edizioni, pareva una gemma di raro ed elegante ingegno.

È chiaro, dunque, che un programma TV dove tutto è sbagliato, dai tempi televisivi, agli arrangiamenti musicali, agli stessi protagonisti (è parso più svogliato persino il presentatore Federico Russo), non può avere ragione d’esistere. Durante la puntata finale, gli ospiti si sono esibiti dopo la mezzanotte (la bravissima Michielin intorno a mezzanotte e dieci, gli One Republic a mezzanotte e mezza), per dirne una. Per non parlare di tutti quei concorrenti che avrebbero meritato di essere ascoltati e invece sono stati eliminati per far posto ad altri scandalosamente peggiori, dalla pianista Cristina di Pietro a Giuseppe Citarelli. O, ancora, William Prestigiacomo, già quarto a The Voice of Poland e non il primo di una lista di talenti che ha tentato la fortuna altrove, come Daniela Pedali, che nel 2014 partecipò a The Voice of Mexico, nella squadra di Ricky Martin, o Andrea Faustini, di cui si è tanto parlato dopo il suo terzo posto a The Voice of UK.
C’è da dire, inoltre, che con tutti questi concorrenti, viene a mancare il tempo per conoscerli, affezionarcisi, sentirne i progressi e le sperimentazioni, e quelle laconiche e incalzanti esibizioni non sono certo d’aiuto, cadere nel dimenticatoio è troppo facile, tant’è vero che si finisce ben presto per associare ogni coach ad un singolo concorrente e non a più d’uno. Consideriamo, infatti, che al termine della fase delle audizioni, i concorrenti in gara sono in tutto 64, ossia sedici per ciascun coach. Per farvi capire, al termine della audizioni di X-Factor, i concorrenti in gara sono 12, ossia tre per giudice.
Il format di The Voice è difficile e contorto e bisogna saperlo gestire, evitando discrasie e sbrodolamenti. Eppure in altri Paesi funziona: basti pensare a The Voice of USA, che vede o ha visto come protagonisti coach quali Christina Aguilera, Adam Levine, Pharell e Gwen Stefani, e qualche talento l’ha pure sfornato, come la già citata Melanie Martinez, ora popstar internazionale. The Voice of Italy è da sempre, invece, l’unico talent senza talenti.

Tutto da rifare, dunque, per Rai 2, che deve rimettersi in piedi dopo il flop dell’edizione più stomachevole e imbarazzante di The Voice, nonché la meno seguita (appena due milioni di spettatori per la lunghissima e altrettanto noiosa finale).
Forse sarebbe il caso di costruire un talent show ex-novo e non l’ennesima parodia di X-Factor. O forse sarebbe meglio lasciar perdere e far posto a un programma di cucina.

Giulia Quaranta

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