sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tommaso Fiore,
un socialista inquieto
Pubblicato il 23-05-2016


Tommaso FioreTommaso Fiore (1884-1973) ha assunto un ruolo importante nella Sinistra italiana e nel dibattito culturale che ha investito il suo percorso dal primo conflitto mondiale all’avvento della dittatura fascista, e poi dalla Resistenza alla Repubblica italiana. Egli può essere considerato tra gli intellettuali più attivi nella difesa dei principi democratici dell’Italia contemporanea. La ristampa del volume Dal paese di Utopia (Stilo editrice, Bari 2015, pp. 313), pubblicato per la prima volta nel 1958, ha dato spunto a Marco Caratozzolo e a Daniele Maria Pegorari di rivisitare la sua vicenda culturale e politica, che dall’esperienza giornalistica nella stampa pugliese si snoda fino al suo viaggio in Unione Sovietica e alla simpatia verso il Psi.

Vicino all’interventismo democratico all’inizio del Primo conflitto mondiale, Fiore si arruola volontario nell’esercito italiano e compie la tragica esperienza della guerra, che lo porta a una ferma scelta antibellicista, raccontata nei due volumetti Uccidi. (Taccuino di una recluta) ed Eroe svegliato, asceta perfetto, entrambi pubblicati nel 1924 da Piero Gobetti. Nonostante che non chiarisca il suo iniziale interventismo, il racconto riguarda la descrizione dei sentimenti elementari, che si manifestano nell’orrore del sangue e nell’assurdità della guerra. Dalla drammatica vita della trincea e dalle durezze della prigionia, Fiore passa a combattere la nuova guerra e si trasforma da “soldato dell’Intesa” a “soldato dell’Utopia”. Gli anni postbellici sono i più attivi nella sua vita politica, che è incentrata su numerose e concrete iniziative volte a difendere le misere condizioni dei contadini e la loro “fame di terra”. Così, abbandonata la letteratura greca e latina, egli si lascia coinvolgere nel movimento dei reduci e dei combattenti, con cui compie l’esperienza di consigliere provinciale di Bari e di sindaco di Altamura dal 1920 al 1922. Su invito di Piero Gobetti organizza in Puglia i Gruppi liberali, continuando ad interessarsi dei concreti problemi della sua regione, come se il fascismo non si sia impadronito del potere politico. Così collabora ai periodici «La Rivoluzione Liberale» di Gobetti, a «Conscientia» di Giuseppe Gangale e a «Critica Politica» di Oliviero Zuccarini. L’omicidio Matteotti (1924) lo convince ad aderire al Psu, di cui condivide il rifiuto della dittatura del proletariato e il giudizio non sempre positivo sull’Unione Sovietica. Gli articoli, apparsi sul periodico “Il Quarto Stato” di Pietro Nenni e di Carlo Rosselli, sono in linea con questo indirizzo e presentano la questione meridionale in un quadro nuovo che viene ripreso da Antonio Gramsci nelle sue Note.

Nella ricerca della «regione dell’Utopia», Fiore avvia un’intensa attività culturale, che trova un’ascendenza culturale nel pensiero di Carlo Cattaneo e nella sua proposta di autonomia regionale, unico antidoto per ridurre i rischi autoritari del centralismo statale e via privilegiata per alimentare la formazione di una nuova classe politica alternativa prima a quella fascista e poi democristiana. Su questo sfondo, non sempre lineare, si collocano le scelte di Fiore, che durante la dittatura fascista si dedica agli studi classici e affianca la sua opera di latinista a quella di militante del movimento giellista. Un’esperienza che lo porta a costituire il gruppo barese dei liberalsocialisti, insieme a Fabrizio Canfora e a Guido De Ruggiero, e dare un contributo teorico con il programma dei «I tredici punti di via Simeto» del 1939 e del «Decalogo liberalsocialista» dell’anno successivo. Per questa sua attività, Fiore conosce il carcere a Bari e il confino a Ventotene, dove per quasi due anni approfondisce i classici europei del pensiero utopistico rinascimentale, traducendo dal latino e commentando L’Utopia (1942) di Tommaso Moro e L’Elogio della pazzia (1943) di Erasmo da Rotterdam.

Scarcerato il 28 luglio 1943, Fiore subisce lo stesso giorno la perdita del figlio Graziano, ucciso dalla polizia durante una manifestazione per la liberazione dei prigionieri politici. Il profondo dolore non lo isola dalla vita politica, a cui contribuisce con la sua partecipazione al Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale, tenuto a Bari il 28 e il 29 gennaio 1944. La sua relazione che tiene in quella occasione è emblematica per comprendere il suo pensiero politico, caratterizzato da un profondo anelito ai valori della libertà di stampa e a una ferma denuncia della collusione della monarchia con il fascismo. Come provveditore agli studi di Bari, nominato dal ministro Adolfo Omodeo, Fiore avvia un processo di rinnovamento e di defascistizzazione della scuola contro il disegno autaritario del governo Badoglio. Come promotore del liberalsocialismo egli intrattiene relazioni culturali con Norberto Bobbio, Aldo Capitini e Guido Calogero, ma la sua analisi – volta a trovare un filo rosso con il programma del «Quarto Stato» di Pietro Nenni e Carlo Rosselli – non è gradita negli ambienti del Pd’A e, prima della conclusione della sua parabola politica, manifesta una viva simpatia verso il Psi.

Negli anni Cinquanta Fiore denuncia lo sfruttamento della classe lavoratrice pugliese, come si ricava dall’edizione di Un popolo di formiche (1951) e da quella Il cafone all’inferno (1955), incentrata sul bilancio dei primi tre anni della riforma agraria. Egli raccoglie anche le sue osservazioni di viaggio in alcuni volumi come I corvi scherzano a Varsavia (1954), Al paese dell’Utopia (1958), Sull’altra sponda (1960), dedicati alla Polonia, all’Urss e all’Albania. Tra questi il più documentato è quello dedicato all’Urss, di cui Caratazzolo illustra la genesi del viaggio a Mosca e l’entusiasmo con cui Fiore vi si reca nell’estate del 1957. La città gli appare come un grande formicaio per l’imponente presenza di gru, simbolo del lavoro umano, che si impone accanto alle bellezze del Cremlino, della Cattedrale di San Basilio, di piazza Dzeržinskij e di altri luoghi. Tra gli spettacoli più affascinanti Fiore pone invece la rappresentazione teatrale Romeo e Giulietta di Prokof’ev al Bol’soj, ma nel prosieguo del racconto coglie la semplicità delle donne russe, verso le quali ha parole di elogio per la serietà dei costumi. Il vissuto quotidiano dei cittadini sovietici lo attrae per l’impegno profuso nella costruzione del socialismo. La loro vita, sottoposta a rigidi controlli durante l’epoca staliniana, sembra ora avvolta in un clima di libertà, che permette di muoversi con tranquillità.

Lo spirito di tolleranza segna il definitivo tramonto della dittatura staliniana, che è inaugurato dal romanzo Il disgelo di Il’ja Erenburg, con cui Fiore consolida l’amicizia allacciata al Primo congresso della Pace tenuto a Wroclaw nel 1948. La sua curiosità non è soddisfatta dallo scrittore russo, ancora guardingo nel rispondere alle domande del suo interlocutore, desideroso di approfondire il tema dell’autonomia operaia, quello della libertà religiosa e di altri aspetti della realtà sovietica. Il ritorno in Italia apre un periodo nuovo nella vita culturale di Tommaso Fiore, che riprende i suoi studi sulla narrativa di Čechov e di altri scrittori come Adamov, Majakoskij, Nekrasov, Pasternak: un insieme di studi accennati dal curatore, ma meritevoli di essere ripubblicati per conoscere meglio la poliedrica personalità dello scrittore pugliese.

Nunzio Dell’Erba

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