sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Turchia. Crisi al vertice, Davutoglu molla Erdogan
Pubblicato il 05-05-2016


Ahmet Davutoglu,

Ahmet Davutoglu,

Ai ferri corti da un po’ con il presidente Recep Tayyip Erdogan, il premier turco Ahmet Davutoglu ha annunciato oggi le sue dimissioni e la decisione di non ricandidarsi in futuro.

La crisi politica ha raggiunto l’acme dopo che i vertici del partito avevano tolto a Davutoglu il potere di nominare i leader provinciali. Ora l’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi) cercherà di sciogliere i nodi in un congresso straordinario che si terrà il 22 maggio e che servirà ad aprire la strada al successore di Davutoglu.
Nel corso della conferenza stampa, il premier dimissionario ha evitato accuratamente di parlare dei contrasti con Erdogan, ribadendo la sua lealtà politica al presidente che è ormai il capo indiscusso e assoluto dell’Akp e, in parte, anche del Paese.

Dietro la crisi secondo gli analisti si intravede lo scontro con Erdogan che accusa Davutoglu di non essere abbastanza allineato e obbediente, con posizioni non abbastanza ‘lealiste’, specie sul presidenzialismo, i diritti civili e il dialogo con i curdi.

Recentemente il premier aveva mostrato, ad esempio, una disponibilità a tornare a negoziati di pace con il PKK, il Partito comunista curdo, per mettere fine all’interminabile conflitto armato che oppone il Governo turco all’irredentismo del Kurdistan. Una linea che è stata apertamente bocciata da Erdogan che anzi in questi ultimi due anni ha accentuato la stretta militare contro i curdi utilizzando a suo favore gli attentati e gli scontri di confine per proporsi come argine e baluardo al ‘terrorismo’ che vuole distruggere l’unità nazionale del Paese.

Distanti tra i due anche le posizioni in materia economica dove Davutoglu si è speso a favore dell’indipendenza della Banca Centrale, così come avviene in tutti i Paesi democratici, al contrario di Erdogan che ha bisogno di un ruolo subalterno dell’istituto di emissione per sostenere una politica di bassi tassi di interesse per ridare fiato a un’economia col fiato cortissimo.

“Lei non potrà mai sentirmi dire cose negative sul presidente”, ha risposto Davutoglu a una domanda nel corso della conferenza stampa, ma è opinione diffusa che il contrasto riguardi anche la svolta autoritaria che Erdogan sta imprimendo alla politica turca, tanto da essere stato soprannominato, ‘il Sultano’ mentre la spaccatura nell’Akp potrebbe alla lunga rivelarsi più seria di quanto lo stesso Erdogan non immagini.
Un passaggio delicato dunque, perché il Paese è alle prese non solo con lo stillicidio di scontri e attentati legati all’irredentismo curdo, ma anche col terrorismo islamico targato Isis divenuto improvvisamente attivo in Turchia dopo quella che sembrava una sorta di ‘non belligeranza’ di fatto nel quadro dei rispettivi interessi strategici regionali. Su tutto poi il problema drammatico e crescente dei milioni di profughi in fuga dalla Siria, con il ruolo di gigantesco campo profughi che la Turchia si è assegnato in cambio di una sostanziosa contropartita economica e politica da parte della Ue.
Le dimissioni di Davutoglu che verranno formalizzate il 22 maggio, consentiranno a Erdogan, che è il presidente della Repubblica, di nominare un nuovo Primo Ministro, scelto in base alla sua ‘fedeltà’ perché sarà chiamato essenzialmente a portare avanti la ‘sua’ agenda politica.
“Anche con una persona affidabile come Davutoglu, il rapporto non ha funzionato”, ha detto Sinan Ulgen, un ex diplomatico turco, presidente di un centro di ricerca di Economia e politica estera perché sebbene in pubblico Davutoglu abbia cercato soprattutto di svolgere il ruolo di leale uomo di partito, le differenze tra i due sono abbastanza profonde. Sembra infatti che Davutoglu abbia opposto una certa resistenza proprio all’ambizione di Erdogan di riscrivere la Costituzione dandogli un profilo autocratico. Ma anche con un altro premier non gli sarà facile cambiare la Carta a suo piacimento perché l’Akp non ha seggi a sufficienza per farlo. Anche tentare la strada del referendum sarebbe rischioso perché secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione ai turchi il sistema presidenziale proposto da Erdogan proprio non piace.

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