lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un ‘piacione’ dopo il Cavaliere
Pubblicato il 03-05-2016


Guardatelo in faccia. Guardate come si muove e come parla. È il ritorno del Piacione. “Naturalmente piacione” rispetto a Rutelli, personagggio costruito a tavolino. “Diversamente piacione” rispetto a Veltroni che era riuscito a sedurre sia il vecchio popolo di sinistra che la nuova borghesia sensibile e sentimentale; ma il cui appeal non si estendeva al di là dei limiti, vecchi e nuovi, del Pd. “Arfio”, invece può essere calce per i cultori di nuove e succose combinazioni affaristiche e martello per chi vede in lui il “liberatore”dal sistema dei partiti; ed è a suo agio sia a Tor Bella Monaca che nei vari circoli canottieri.
Un piacione già in grado, appena dopo l’annuncio del ritiro dello sciagurato Bertolaso, di balzare al 20% nei sondaggi, dopo la Raggi e la Meloni, ma già avanti rispetto a Giachetti (anche se un più recente sondaggio lo dà leggermente al di sotto).
Il candidato ideale, comunque, per misurarsi con i Cinque stelle al ballottaggio con qualche speranza di batterli; per non dire l’unico che possa nutrire fondate speranze in proposito. La Raggi è, infatti, in grado di contrapporre con successo a chiunque la sua, diciamo così, assenza di responsabilità nel disastro romano di questi anni mentre sarà anche per lei difficile avere la meglio su di un avversario inafferrabile.
Risulta, allora, difficilmente comprensibile la  valutazione che, della scelta di Berlusconi, hanno dato gli ambienti  dell’opposizione, di sinistra ma anche di destra. Secondo loro questa sarebbe una specie di assist a favore di Giachettti e, quindi di Renzi. Una specie di riedizione al ribasso del ‘Patto del Nazareno’: favori politici in cambio di favori personali/aziendali.
Ma, se l’intento del Cavaliere fosse stato quello di aprire la strada al vicepresidente della Camera, il modo più sicuro era quello di mantenere in lizza Bertolaso  e non tanto per farlo arrivare al ballottaggio, ma per impedire alla Meloni di arrivarci, aprendo così la strada al candidato del Pd. Al contrario, oggi, il riiro dell”uomo delle emergenze’, apre la strada non già a Giachetti, ma proprio a Marchini.
Del resto, il nostro presidente del consiglio, ha già messo in preventivo la sconfitta a Roma e a Napoli al punto di sminuire preventivamente il significato politico di questa tornata elettorale. Dirà, allora, in pubblico quello che già sta dicendo in privato: che la sconfitta non è da addebitare a lui, ma ai vari Pd locali, esempi clamorosi del vecchio modo di governare e di fare.
Il tutto in vista del padre di tutti i referendum: quello sulla riforma costituzionale in cui si esibirà nella veste che gli è più congeniale: quella di eroe del cambiamento in lotta contro le forze che incarnano l’immobilismo e il passato, ivi compreso, naturalmente, il partito di cui è leader…
Qualcuno potrebbe naturalmente domandarsi come si possa conciliare il ruolo di segretario del Pd con l’ambizione dichiarata di soggiogarlo e/o di distruggerlo, ma siccome tutto il reale è razionale, dobbiamo ammettere che questo esercizio acrobatico si è svolto, almeno sinora,senza apparenti danni  per il premier.

Scontrandosi, però, con due limiti oggettivi. A sinistra, nel senso che la rivoluzione renziana ha rottamato sì gran parte del “sistema”passato (istituzioni, valori parametri di riferimento, gruppi dirigenti) senza essere però in grado di costruirne uno nuovo. Mentre sull’altro fronte la caratterizzazione privatista-liberista della politica di Renzi non è ancora riuscita a fare breccia nell’elettorato di centro-destra.
Si dirà che questo si presenta oggi sempre più diviso a fronte della compattezza del blocco renziano. Ed è vero. Ma qual è la natura di questa divisione? Gli osservatori esterni ci invitano ad interpretarla in termini politici: estremisti contro moderati, sovranisti contro europeisti o, addirittura, democratici contro fascisti. Ma non è così (Storace è, generazionalmente e temperamentalmente molto più “fascista” della Meloni eppure Alfio l’ha imbarcato nella sua coalizione senza problemi, caricandosi pure donna Assunta e, all’insegna del pago uno porto tre, la Mussolini e l’appoggio di Alemanno…). E non è così perchè la divisione è personale e riguarda, essenzialmente, la leadership.
Il Cavaliere (torniamo finalmente a lui) queste cose le ha capite benissimo. Da grande animale politico qual è,  sente che è in gioco la sua leadership e, con essa, la sua sopravvivenza politica; e non solo. Per un pò ha fatto finta – con la grande capacità che hanno i mentitori seriali di imbrogliare anche se stessi – che nessuno contestasse il suo nuovo ruolo di garante – mediatore di ultima istanza, ma poi, dopo le intemerate di Salvini, ha sentito che la finzione non reggeva più.
Ma, in questo disastro c’erano ancora due elementi che potevano giocare a suo favore: il fatto che nè Salvini nè la Meloni potessero sostituirlo in questo ruolo; e che non fossero nemmeno in grado di designare il suo eventuale successore.
Ed è qui che si inserisce l’ultimo colpo d’ala del Nostro. Da qualche anno Berlusconi proclama come suo successore questo o quel personaggio, salvo a ricredersi ben presto sul suo conto. Ora, forse, avrebbe trovato – in Marchini, ma anche in Parisi – l’idealtipo giusto. Una personalità con le sue caratteristiche – imprenditore, società civile con gli annessi e connessi – ma senza i suoi punti deboli. E forse una personalità di questo tipo servirebbe come il pane ad un “centrodestra di governo”. A condizione, naturalmente, che superi con successo l’appuntamento del 5-19 giugno.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Sulle ragioni che hanno indotto il Cavaliere a questa ultima “mossa” noi possiamo soltanto avanzare ipotesi e interpretazioni varie, che seppure utili per comprendere meglio quanto sta avvenendo sono semmai lontane dal vero, ma ciò non impedisce comunque di azzardare un qualche ragionamento politico dai contorni più generali e che può riguardare il fronte socialista.

    Stando a quanto abbiamo appreso in queste settimane, il Cavaliere sarebbe ritornato sul candidato della “prima ora”, il quale, allora, era stato verosimilmente considerato come la figura che poteva rappresentare la componente moderata dei votanti romani, ma anche la candidatura successiva pareva concepita sulla stessa lunghezza d’onda – almeno guardando le cose da lontano – ossia per dar voce a quella medesima fascia di elettorato (che non vuole andare a sinistra).

    Sui motivi della conclusione, che ha visto un passo indietro di uno dei due candidati, possiamo soltanto fare supposizioni, come dicevo, ma dall’insieme degli avvenimenti sembra in ogni caso uscire abbastanza chiaro il fatto che il Cavaliere puntasse fin da subito a privilegiare l’area moderata, pur se la parte sostanzialmente diversa da quella orientata a sinistra.

    A fronte di ciò, mi chiedo perché mai in questi mesi il PSI non abbia ritenuto di “aprire” alla eventualità che localmente, e non solo nella Capitale, in vista del voto di giugno, si potessero ricercare o sperimentare pure accordi con Forza Italia, vista appunto la sua “vocazione” moderata, una volta verificata la convergenza sui programmi (mi scuso se questo fosse invece avvenuto e io non ne fossi a conoscenza).

    Paolo B. 04.05.2016

  2. A me pare che Salvini, a Roma, abbia tentato di dare la spallata a Berlusconi, mettendolo da parte definitivamente. La mossa a favore di Marchini ridimensiona le aspettative della Lega (“di secessione e di governo”, si potrebbe dire). comunque vada a finire tutto riparte da Renzi, col quale Berlusconi continua ad avere un filo, anche se sottile, di rapporto e collegamento.

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