mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Università, è ora di dire basta
ai test d’accesso
Pubblicato il 16-05-2016


Era il 1997 quando veniva instituito in Italia l’accesso programmato soprattutto per le facoltà di Ingegneria, Medicina, Veterinaria e Architettura. Un sistema che allora non mostrava le stesse criticità che mostra adesso, a 18 anni di distanza, per una serie di trasformazioni che hanno coinvolto la società nell’ultimo ventennio. Fu adottato il test universitario, un quiz secondo il modello anglosassone, mediante il quale si cercò di rendere omogenea l’occupazione nei vari settori scientifici, umanistici e professionali. Un intervento necessario anche per un Paese liberale per equilibrare i mestieri. Allo stesso tempo, però, l’accesso programmato ha mostrato di avere diverse criticità denunciate dalle migliaia di ricorsi vinti dagli studenti e dalla recente volontà che la Giannini – sin dal momento che ha guidato il MIUR – ha manifestato proponendo di uniformarsi al resto d’Europa. Qualche giorno fa a rinforzare la tesi della Ministra è intervenuto un funzionario del Miur.

Migliaia di studenti partecipano ogni anno alla selezione per i corsi universitari, specialmente per indirizzi scientifici diventati ormai l’unico orizzonte di possibilità lavorativa. Si trovano ad affrontare un test – dalla durata di 120 minuti – che decide il futuro delle nuove generazioni e di quelle che da queste dipendono. Una selezione ingiusta perché, quel giorno, migliaia di cose potrebbero impedire agli studenti di dimostrare le proprie qualità. Meritocrazia sì, ma coi metodi giusti.

Cosi facendo gli stessi studenti che non riescono a seguire il proprio sogno si riversano o in altre facoltà in settori già saturi, dove forse in età senile troveranno lavoro, o nel resto d’Europa, dove la maggior parte degli Stati consente allo studente di studiare e la selezione si verifica in modo del tutto naturale attraverso i vari esami. Ciò crea un’indotto economico che gioverebbe di certo all’economia italiana. Sono soprattutto gli studenti a far sviluppare il settore delle piccole e medie imprese frequentando e facendo vivere le città, oltre alle università stesse. È necessario uniformarsi al resto d’Europa anche perchè lo studente universitario, una volta ottenuta la laurea, nel 90 % dei casi sceglie di ritornare in patria, vicino la famiglia, per cercare lì lavoro. In questo modo ha solamente portato denaro all’estero per anni.

Ma pensiamo a chi non ha la capacità economica di sostenere gli studi all’estero. Rivolgiamo un pensiero anche a chi non può permettersi la preparazione costosissima senza la quale è altamenta improbabile superare i quiz. Preparazione, per chi può permettersela, che avviene durante il periodo scolastico in coincidenza con gli esami di Stato in un periodo critico della crescita psico-fisica. Vi è addirittura chi sceglie di stare fermo un anno per prepararsi a dovere. L’accesso programmato deve restare, ma che la selezione avvenga durante gli studi senza però far cadere nelle mani dei professori un potere che gli stessi avrebbero difficoltà a controllare a causa delle raccomandazioni. Il nostro è un Paese con troppi laureati. Pochi investimenti nell’industria, nell’agricoltura e nella formazione professionale. Ciò che precedentemente ho affermato dovrà infatti essere fiancheggiato nel tempo da un processo di sviluppo economico.

La ministra Giannini ha ogni anno rinviato la sooluzione, spero non perché influenzata dagli interessi di una moltitudine di società che ruotano attorno al mondo della preparazione agli esami e dell’editoria specializzata. I presupposti ci sono. Il nostro partito non ha scuse. Non siamo forti anche se la nostra ideologia dovrebbe da sola renderci autorevoli, ma non siamo deboli. Siamo al Governo. Dimostriamo che il nostro è un Paese liberale. Non era #lavoltabuona?

Flavio Principato

 

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