sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

LA SCOMMESSA LIBICA
Pubblicato il 16-05-2016


Bandiera Libia

“La comunità internazionale deve sostenere il governo Sarraj, l’unico legittimo della Libia che ora deve iniziare a lavorare”. “Appoggeremo il consiglio di presidenza – ha detto il segretario di Stato Usa John Kerry, nella conferenza stampa congiunta al termine del vertice di Vienna con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il premier designato libico Fayez al Sarraj – e cercheremo di revocare l’embargo (delle armi, ndr)e fornire gli strumenti necessari per contrattaccare Daesh”, per una “urgente soluzione della situazione”.

“Cercheremo di rafforzare l’accordo politico, per combattere contro l’Isis, incluso il generale Haftar, ma – gli ha fatto eco il titolare della Farnesina – serve il riconoscimento pieno” del governo di unità nazionale e ha aggiunto che l’Italia è pronta “ad addestrare ed equipaggiare le forze militari libiche come ci chiede il governo Sarraj”.

È l’ultima scommessa della comunità internazionale quella di oggi. La ‘fase 2’ della stabilizzazione della Libia passa per Vienna. L’impulso a costruire un futuro nuovo per il Paese a quasi cinque anni dalla fine del regime di Gheddafi, arriva dalla capitale austriaca, dal vertice sulla Libia fortemente voluto da Italia e Stati Uniti per ristabilire l’unità del Paese e decidere una strategia condivisa nella guerra all’Isis.
Due obbiettvi ambiziosi, ma altrettanto irrinunciabili per le conseguenze che l’instabilità libica e la permeabilità al terrorismo di Daesh che ha per tutta la comunità internazionale e innanziutto per l’Italia, l’altra sponda della Libia nel Mediterraneo.

A presiedere l’incontro c’erano stamane il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il segretario di Stato Usa, John Kerry. Al tavolo il premier libico designato Fayez al Sarraj, l’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, la responsabile della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, i ministri di Gran Bretagna, Francia, Egitto e di altri Paesi del ‘formato Roma’ ovvero i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, alcuni Paesi europei e della regione, Organizzazioni Internazionali e regionali), allargato a Malta, Ciad, Niger e Sudan.

La conferenza di Vienna si era aperta virtualmente con le parole del premier Fayez al-Sarraj, da poco alla guida del governo libico di unità nazionale più o meno fortemente sostenuto dai Paesi occidentali, Italia in testa, assai meno da alcuni importanti player regionali, Egitto soprattutto. Oltre a un rinnovato sostegno al consiglio presidenziale di Fayez al Sarraj, dal vertice è tornato l’invito a muoversi dando vita politica al governo di unità nazionale senza attendere il via libera di Tobruk, ovvero senza aspettare un accordo col Cairo per il ruolo da dare al generale Haftar.

Vertice Vienna Libia“L’Occidente ha il dovere di aiutare la Libia”, aveva ripertuto ieri in un’intervista al quotidiano britannico Daily Telegraph, al-Sarraj che aveva sottolinenato come il Paese si sentisse abbandonato dalla comunità internazionale dopo l’intervento militare per rovesciare il regime del colonnello Gheddafi. Il nemico peggiore – ha ammesso al-Sarraj – non è rappresentato dall’Isis, ma dalle divisioni nel Paese e che solo l’unità nazionale permetterà di uscire da anni di difficoltà. “Non vogliamo truppe occidentali” per combattere Daesh, piuttosto l’Occidente potrebbe addestrare le truppe di Tripoli e mettere fine all’embargo sulle armi. “I terroristi – ha aggiunto – saranno sconfitti dalle nostre forze armate e non da milizie rivali”.

Sempre alla vigilia del vertice, la Farnesina in una nota aveva precisato che “l’unità e la stabilizzazione della Libia rimangono un obiettivo prioritario per l’Italia”, ma quanto a inviare subito unità combattenti, non se ne parla e proprio per le ragioni che lo stesso al-Sarraj ammette, ovvero per le divisioni che caratterizzano tutto il panorama politico e militare del Paese, diviso, anzi sarebbe giusto dire frammentato, in tre capitali, Tobruk, Tripoli e Misurata, con eserciti e milizie distinte e spesso contrapposte, due Parlamenti che tutt’ora non si parlano e un nemico saldamente insediato a Sirte che vuole allargare a tutta la Libia il sedicente califfato di al-Bagdadi.
I Governi occidentali, Italia compresa, dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk nell’agosto 2014, hanno cercato di allargare l’accordo a Tripoli con il vertice che si tenne a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre 2015, che ha aperto la strada al governo di unità nazionale di al-Serraj. Il tutto però in una situazione di assoluta confusione in cui, come spiegava un diplomatico al Corriere dell Sera, non si riesce neppure a individuare il fronte col nemico e in cui si rischia, almeno per ora, solo di vedere crescere le gelosie e le divisioni tra la Cirenaica, custode del forziere petrolifero (70% di risorse) e la Tripolitania.

Intanto si è capito che almeno per quanto concerne la sicurezza dell’Onu nel Paese nordafricano, sarà il Nepal a inviare un contingente militare mentre non è previsto, per ora, che ne arrivi uno dall’Italia ferma a una presenza di una cinquantina di uomini.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi continua a privilegiare la ricerca di un’intesa diplomatica prima di qualunque passo militare e – scriveva oggi il Corriere della Sera – per questa ragione «di fronte alle pressioni per andare in Libia abbiamo scelto una strada diversa». Questa settimana dovrà essere approvato il decreto di finanziamento delle missioni all’estero e naturalmente le spese per una missione impegnativa come quella che si prefigura con la Libia, avrebbero un impatto consistente sui conti pubblici. Le informative dei servizi confermano la forte instabilità locale e l’alta probabilità che soldati provenienti da Europa e Stati Uniti, anche in una cornice voluta dall’Onu, potrebbero essere visti come veri e propri invasori, o almeno fatti passare come tali da Daesh e quindi esposti a pericoli aggiuntivi. Dunque per quanto riguarda missioni di vigilanza armata per i siti ‘sensibili’ – politici ed economici – e quelle di addestramento, la decisione rimane in sospeso mentre non si può escludere l’uso di uomini in missioni segrete e continua l’impegno umanitario. L’Italia continua a puntare sul comando della missione militare una volta che si decidesse di farla iniziare, un obbiettivo che rischia però di fallire prima ancora che ci si possa muovere perché Stati Uniti e Francia hanno già parecchi uomini schierati in Libia e i due governi potrebbero valutare differentemente da Roma i costi di un’attesa troppo lunga, scegliendo di avviare subito un’iniziativa armata contro Daesh, ovviamente al di fuori di una quadro di accordo completo con Roma. Una partita diplomatica complessa, dove entra in gioco perfino l’ambizione italiana di avere un seggio nel Consiglio di Sicurezza non permanente dell’Onu, oltre agli interessi nazionali – vedi questione migranti e presenza dell’Eni – in un confronto con gli altri Paesi interessati a cominciare da quelli della regione che vogliono avere una voce in capitolo nella ricostruzione della Libia dopo Gheddafi.
Armando Marchio

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