venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banca Svizzera, Euro
e svalutazione
Pubblicato il 20-06-2016


Accordo fiscale-Svizzera-ItaliaLa decisione presa nel gennaio 2015 dalla Banca Centrale Svizzera di uscire dal regime di sostegno all’Euro ha determinato una svalutazione dell’Euro sul Franco Svizzero di circa il 15% in un contesto di indebolimento anche rispetto al Dollaro USA.

Dalla nostra moneta quindi così svalutata rispetto a due valute così importanti (facenti capo rispettivamente al sesto mercato (la Svizzera) ed al terzo (gli USA) per le esportazioni italiane,  ci si aspettava quindi una decisiva spinta al rialzo della domanda estera di prodotti italiani, peraltro già in trend positivo da diversi anni, unico traino di un’economia che esce da anni di stagnazione.

Gli effetti sull’export italiano a livello mondiale
I dati sull’export italiano a consuntivo 2015 dimostrano però che nonostante il trend delle nostre esportazioni continui ad essere positivo queste non hanno subito uno shock positivo al rialzo come ci si sarebbe aspettati in seguito ad una svalutazione così improvvisa e sostanziale della moneta europea. Secondo i dati Istat, a livello globale le esportazioni italiane sono cresciute nel 2015 rispetto al 2014 del 3,7%  mentre l’anno precedente sul 2013 erano cresciute del 2,1%. L’accresciuto tasso non è tuttavia tale da indicare una correlazione diretta con la forte svalutazione della moneta.

Gli effetti sull’export italiano in Svizzera
I dati sull’andamento del nostro export sul mercato svizzero (che è stato quello più interessato dalle mutate ragioni di cambio) sono ancora più espliciti in questo senso.

L’Istat registra su questo mercato un aumento a consuntivo 2015 dello 0,97% sul 2014: mentre le statistiche svizzere (in valuta elvetica) parlano addirittura di una riduzione percentuale dell’8,7%.

Insomma non solo i volumi esportati hanno reagito in misura molto meno che proporzionale alla svalutazione della moneta, ma sul mercato svizzero l’aumento non è neanche stato tale da evitare una forte perdita di valore dell’export italiano in moneta locale (-8.7% appunto).

Analisi basate su vecchi pregiudizi
Schiere di analisti italiani ed europei prevedevano 18 mesi fa che questa svalutazione avrebbe portato ad un deciso balzo in avanti per l’economia italiana trainata dall’export, memori degli scossoni al rialzo e al ribasso che le oscillazioni della nostra moneta nazionale negli anni ‘80 generavano sull’economia reale (svalutazione equivaleva a pari aumento delle esportazioni, crescita del PIL e inflazione indotta da un eccesso di domanda in un sistema a bassa produttività e specializzato in produzioni a basso valore aggiunto, che prima o poi tornava ad erodere domanda interna e crescita).

Analisi superate dalla storia, così come quelle dei populisti nostrani che attribuiscono all’Euro ed alla moneta forte e stabile tutti i mali della nostra economia. Come dire che un tossicodipendente lasciato senza dose deve la sua dipendenza alla disciplina imposta da chi lo sta curando.

Un’immagine dell’economia italiana competitiva allora solo nei tanto decantati settori del made in Italy tradizionale (agroalimentare, moda e arredamento), tutti peraltro a basso valore aggiunto ed a scarsa intensità tecnologica.

Analisi che non fanno i conti con i cambiamenti drastici che il regime di cambio fisso dalla fine degli anni ’90 in poi e a seguire l’introduzione dell’Euro hanno imposto sull’industria esportatrice italiana; forse le riforme destinate a rendere il Sistema Italia più forte e competitivo non sono arrivate nella misura sperata ma l’industria (o parte di essa), spinta dalla necessità di restare sul mercato e soprattutto spaventata dal costante declino della domanda interna, ha dimostrato una grande capacità di adattamento al nuovo regime di cambio, facendo un salto di qualità basato sugli “hard factors” della competitività: tecnologia e produttività.

Non più solo Dolce Vita
Il valore dell’export italiano è passato dai 270 miliardi di Euro del 1998 (anno d’entrata dell’Italia in regime di cambio fisso) ai 470 del 2012: una crescita di 200 miliardi senza traccia di svalutazione alcuna.

La quota dell’export italiano sul totale esportato al Mondo, dopo un fisiologico arretramento nei primi anni 2000 dovuto all’entrata aggressiva sul mercato, di giganti come India, Cina e Corea o di concorrenti più vicini come la Spagna (soprattutto nei consumer goods a basso valore aggiunto ed intensità tecnologica), si è stabilizzata al 2,8%, facendo registrare addirittura una leggera crescita nel 2014.

Questo significa che l’Italia si sta gradualmente emancipando dalle “iniezioni di competitività “ artificiali costituite dal semplice valore della moneta. Come?

In estrema sintesi l’Euro ha imposto una rivoluzione nella specializzazione settoriale dell’export italiano: nel 2012 l’export alimentare italiano era leggermente superiore all’8% del totale e sommato ad altri prodotti di consumo non raggiungeva il 33% del totale. Mentre i beni strumentali sommati ai prodotti dell’High-Tech avevano un valore superiore al 67%.

Gli italiani insomma hanno imparato ad esportare in settori della media ed alta tecnologia ed insidiano più di ogni altro competitor internazionale le posizioni di leadership dei tedeschi in molti settori in cui gli effetti delle fluttuazioni del tasso di cambio non sono così rilevanti come in settori più tradizionali.

Se si analizzano i dati settoriali più nel dettaglio, all’incontrastata leadership mondiale nel campo dell’arredamento, della moda e dell’agroalimentare, settori nei quali i distretti hanno ripreso a giocare un ruolo centrale, come negli anni ’90, si aggiunge negli ultimi anni un forte progresso sul fronte delle macchine utensili, oltre che un nuovo boom del settore high-tech non più monopolizzato da grandi gruppi come FIAT, Olivetti o Finmeccanica , ma risultante dalla crescita di un vivace humus di start-up e acceleratori di innovazione.

L’Italia nel settore delle machine utensili genera il terzo surplus commerciale al Mondo dopo Germania e Giappone: 54 miliardi di Euro.

Stando al trade performance index dell‘ International Trade Center e dell’UNCTAD, nel 2014 la competitività italiana in questo settore è seconda solo a quella della Germania e superiore a quella svedese, belga, cinese, finlandese, svizzera e francese.

In questo settore le esportazioni italiane sono superiori a quelle tedesche in 179 differenti tipi di prodotto mentre tutti gli altri competitor inclusa la Cina superano la Germania sul fronte delle esportazioni in un numero inferiore di produzioni.

Macchine per la produzione e lavorazione di prodotti tessili, imballaggi, alimentari, plastiche e ceramiche, ma anche tecnologia legata all’estrazione di olio e gas sviluppatasi grazie agli investimenti dell’Eni ed al dinamismo delle tante PMI dell’indotto, sono comparti in cui l’Italia è leader assoluto a livello mondiale.

Lo sguardo va rivolto altrove
Se dunque l’Italia la sua sfida sul fronte dell’export la sta già vincendo puntando su produttività e tecnologia ed emancipandosi dalla vecchia arma della svalutazione, è illusorio pensare che il recente indebolimento della valuta oppure un ritorno alla sovranità monetaria come molti credono, possa dare grandi impulsi all’export.  Al contrario è pericoloso tornare ad un regime di indisciplina monetaria dopo anni di sacrifici e dolorose ristrutturazioni che hanno reso strutturalmente il nostro export tra i più vivaci tra i paesi sviluppati.

Lo sguardo degli economisti va a nostro parere rivolto invece a quella fetta dell’economia “non traded” (e cioè non esposta alla concorrenza interna ed internazionale) protetta da ombrelli di privilegio pubblico e delle professioni, appesantita dall’arretratezza delle regioni del Sud, da un numero sproporzionato di enti ed impiegati pubblici sul totale della forza lavoro, da un’amministrazione complicata, lenta e nemica soprattutto della parte attiva della popolazione, da anni di mancate liberalizzazioni e riforme fiscali, nonché da un tasso di evasione fiscale senza pari in Occidente.

L’attenzione al tasso di cambio che gli analisti continuano ad avere sembra non riconoscere l’origine del freno al nostro sviluppo che è strutturale e che è tutto interno al nostro sistema e non deriva (per lo meno in gran parte) dall’Euro o dalla disciplina fiscale imposta dalla Sig.ra Merkel.

Quasi un riflesso condizionato: scaricare su altri responsabilità che sono invece tutte italiane.

Fabrizio Macrì

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