domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le non consolatorie ‘storie ferraresi’ di Bassani
Pubblicato il 13-06-2016


Sessant’anni fa la pubblicazione delle Cinque storie ferraresi. Con i suoi racconti Bassani, dopo la Ferrara letteraria di Carducci, D’Annunzio e Govoni, restituiva la sua città alla storia e ce ne dava un’immagine complessa e inquietante. Denunciava la fragilità dell’Italia democratica.

Giorgio BassaniSessant’anni fa, nel 1956, Giorgio Bassani pubblicava presso l’editore Giulio Einaudi le Cinque storie ferraresi e vinceva il premio Strega. Attraverso racconti composti tra il 1940 e il 1955, lo scrittore ritornava a Ferrara per rappresentare l’antropologia di una città durante gli anni del fascismo e dell’immediato secondo dopoguerra e approdare a una visione eretica della realtà nazionale. Nel racconto Lida Mantovani la protagonista è una ragazza povera, che, dopo una relazione con lo studente ebreo David, dal quale ha avuto un figlio, sposa un anziano legatore e accetta la vita mediocre e monotona della provincia, contro la quale il giovane israelita aveva manifestato la sua insofferenza. Ne La passeggiata prima di cena ritorna l’attrazione ambigua dell’ebreo, il dottor Elia Corcos, per una donna di umili origini, l’infermiera-contadina Gemma Brondi. Qui l’incomunicabilità che si viene a creare tra i due coniugi è la spia eloquente che il matrimonio, invece di annullare le distanze che separano ceti e culture differenti, è un legame crudele e mistificante, perché in maniera graduale trasforma Gemma in una “serva” del marito.
Come i cattolici proletari, frustrati nel loro desiderio di mobilità sociale ed emarginati in quanto considerati “diversi”, anche gli ebrei agiati vivono situazioni di sofferenza legate alle persecuzioni razziali. Scampato ai forni di Buchenwald, Geo Josz, il protagonista di Una lapide in via Mazzini, è il redivivo che, comparendo a Ferrara mentre viene murata una lapide che ricorda anche il suo nome, disorienta la borghesia che ha fretta di dimenticare la guerra e la sua connivenza con il fascismo. Impossibilitato a comunicare il senso della propria terribile esperienza, perché impedito da una ambigua fauna umana distratta dai primi divertimenti di massa e colpita da una inquietante perdita della memoria, Geo, ormai morto dentro e diventato altro rispetto al passato, scompare come a volere esorcizzare la disumanità circolante nel microcosmo ferrarese.
Ne Gli ultimi anni di Clelia Trotti, Bruno Lattes, appena tornato dall’America, assiste al funerale della “martire del socialismo” Clelia Trotti, che si svolge post mortem nel 1946, e rievoca i giorni dell’autunno del 1939, quando, isolato dalle leggi razziali, aveva frequentato l’anziana maestra che non si era mai piegata al fascismo. In una Ferrara dove, passata la guerra, la borghesia era ritornata alle sue abitudini e una giovane generazione ignara dell’antifascismo e della Resistenza faceva capolino, il funerale grottesco in onore di Clelia Trotti sconfessa il sacrificio della donna, che, a dispetto della sua cultura antiquata, aveva intuito la necessità di un pensiero socialista più moderno e adeguato al futuro che attendeva l’Italia e il mondo di là dalla guerra.
In Una notte del ’43, il farmacista paralitico Pino Barilari, che dalla finestra del suo appartamento, giorno e notte, spiava tutto, chiamato a testimoniare al processo celebrato nel dopoguerra contro i presunti autori della strage fascista che la notte del 15 dicembre costò la vita a undici inermi cittadini, scagiona gli accusati e in particolare il camerata Carlo Aretusi, con una sola parola: “Dormivo”. Tacendo su ciò che ha visto, Barilari è condizionato da vicende private (il tradimento della moglie che la notte dell’eccidio ritornava a casa da un incontro amoroso), ma il suo silenzio suona anche come protesta di una coscienza inquieta che a suo modo si ribella e sferza l’ipocrisia dei suoi concittadini, che cercano nel gerarca responsabile del massacro un capro espiatorio per autoassolversi e cancellare i cedimenti e le vergogne del passato. Con i suoi racconti non consolatori sugli infelici, gli ebrei, la guerra, la Repubblica di Salò, gli eccidi, l’antifascismo intransigente e quello ambiguo e compromissorio, Bassani, dopo la Ferrara letteraria delle pagine di Carducci, D’Annunzio e Govoni, restituiva la sua città alla storia e ce ne dava un’immagine complessa e inquietante. Ci faceva percepire la fragilità dell’Italia democratica. Dimostrava che a volte gli scrittori leggono la realtà meglio degli storici e che la letteratura è più lungimirante della politica.
In questo senso Bassani è un autore da cui non si può prescindere quando si studia la letteratura del secondo Novecento, perché aiuta i ragazzi a sviluppare un’adeguata consapevolezza rispetto al mondo in cui vivono, fornisce loro strumenti in grado di decodificare il presente.

Lorenzo Catania

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