martedì, 28 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Brexit, forti con Atene…
deboli con Londra
Pubblicato il 30-06-2016


 

Quando l’altro ieri 24 giugno il telegiornale televisivo del mattino ha dato la notizia che in Inghilterra il referendum era stato vinto dal Leave (NO Europa ) non credevo alle mie orecchie anche se dei segnali sospetti circolavano di recente negli ambienti bancari: la banca Barclays inglese ha ceduto tutte le sue agenzie aperte in Italia al gruppo bancario “Che Banca” che ne prenderà possesso nel prossimo mese di luglio, la Deutsch Bank, la banca britannica HSBC e JP Morgan preparavano già da tempo piani per il trasferimento del personale a Dublino o in Francia o a Francoforte.

Fino al giorno prima del referendum tutti erano convinti della vittoria Remain (SÍ Europa ) tanto che persino i mercati finanziari pronosticavano una percentuale del 78% di consensi sulla permanenza dell’Inghilterra dentro l’Unione Europea. Il voto ha purtroppo sconfitto i pronostici e i mercati finanziari sono impazziti al punto che Milano il 24 giugno ha chiuso l’attività della borsa per evitare danni finanziari incalcolabili. Leave non ha vinto a Londra, ma nei territori dell’Inghilterra reale rappresentata dai piccoli centri, da Oxford al nord britannico.

Al contrario i politici dell’UE non hanno dimostrato eccessivo nervosismo come se l’uscita dell’Inghilterra fosse un esito scontato, confortati anche da Mario Draghi che ha assicurato che la BCE ha già predisposto piani di intervento.

I grandi eventi storici per i contemporanei, come siamo noi, avvengono quasi senza lasciare traccia esclusi i gruppi finanziari e i piccoli risparmiatori che vedono erodere i propri risparmi impiegati in operazioni bancarie non per specularci, ma per mantenerne almeno il valore nel tempo. Si pensa che in Inghilterra alcuni effetti in ordine all’occupazione lavorativa si potranno avere tra due o tre anni come anche si potrà verificare con alta probabilità che Scozia e Irlanda chiederanno autonomia o indipendenza dall’Inghilterra oppure potremmo assistere alla richiesta di riappropriazione della ceduta sovranità nazionale e monetaria da parte di alcuni Paesi europei, costruttori di muri e di barriere di diverso tipo nel cuore dell’Europa.

Con l’Inghilterra si è verificata la condizione che abbiamo sfiorato un anno fa con la Grecia; diversa però è stata la risposta europea: da una parte abbiamo assistito come l’UE ha trattato in forma arrogante e ricattatoria la permanenza della povera Grecia in Europa mentre per l’Inghilterra ha dimostrato un atteggiamento cauto, riflessivo pronta a valutare quanto qui avviene che peraltro potrebbe essere foriero di grandi cambiamenti dell’assetto politico europeo.

I popoli, come ognuno di noi, hanno un limite di tolleranza alle offese, alle prevaricazioni, alla politica del rigore, a volte anche stravagante e incomprensibile quando si interviene per fissare il diametro delle ciliegie oppure delle vongole, imposta dall’UE che non si è accorta o non vuole accorgersi che ormai la soglia di tolleranza è stata superata e i popoli incominciano ad organizzarsi per dare una adeguata risposta al liberismo di mercato senza regole dettato dalla globalizzazione: il popolo inglese non si è intimorito dalle minacce dell’UE e, anche se di poca misura, ha deciso di riappropriarsi del proprio destino di nazione.

L’UE potrebbe assorbire la perdita dell’Inghilterra, ma sorge fondato timore che altri Paesi europei, in particolare quelli che antepongono gli interessi nazionali, o dei propri leader, al progetto europeo pensato dai padri fondatori sulla solidarietà e rispetto dei popoli, sia potenti che meno potenti, potrebbero seguire l’esempio inglese e decidere a loro volta di lasciare l’UE.

Pertanto i timori per la stabilità dell’UE non sembrano finire con Brexit; la politica monetaria europea e quella del rigore viene vista come causa di delocalizzazione industriale, di disoccupazione, di grave disagio economico e sociale che sta generando sdegno verso l’Europa dei Paesi ricchi e verso i propri governi accusati di essere proni alle scelte politiche ed economiche dettate dalla Germania.

In Italia il 19 giugno scorso al ballottaggio il malcontento si è espresso in generale con la vittoria dei pentastellati e la sconfitta elettorale del Partito Democratico, per la sua politica cinica che lo ha portato a stringere alleanze con parlamentari eletti nel centro destra e per la sua politica sul lavoro che genera profitto per le imprese e insicurezza per i lavoratori mentre in Francia il malcontento si sta esprimendo contro le politiche sul lavoro del governo con tumulti di piazza da oltre un mese tanto che alcuni arrivano ad ipotizzare l’eventualità di una guerra civile; non si esagera nel dire che se oggi i Paesi dell’UE fossero chiamati ad esprimersi se aderire o non aderire all’UE ci sarebbe un voto plebiscitario contro le politiche europee.

Occorre che i politici dell’UE si rendano conto che è venuto il tempo di creare un’Europa dei popoli secondo il progetto dei padri fondatori. I modelli possibili sono due: gli Stati Uniti d’Europa con propria organizzazione politica nazionale ed estera, organizzazione sociale, fiscale e monetaria oppure un’UE di Stati confederati che mantengono la propria sovranità nazionale.

Ormai non è più accettabile un’Europa composta da Paesi che hanno ceduto la propria sovranità nazionale a favore di un’Europa con moneta unica di proprietà delle banche impegnata a generare disagi e non riuscire a dare risposte adeguate alle problematiche del presente: lavoro, sicurezza, immigrazione, dignità, uguaglianza sociale, politica ed economica, insomma un’Europa di mercato e non dei popoli.

Alfonso Barilaro e Delfino Massimo Parlato

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