venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cassius Clay. La leggenda torna nel Kentucky
Pubblicato il 10-06-2016


muhammadali94A Louisville i funerali di Mohamed Alì che tengono collegato il mondo intero in visione con l’arena nel Kentucky dove si tengono le esequie e il momento di preghiera per il grande campione pugile morto per il Parkinson. Moltissime persone comuni per manifestare l’affetto che ancora oggi Mohamed Ali che suscita nei tifosi dentro o fuori dal ring. La città in in omaggio al suo campione ha liberato tantissime farfalle per ricordare le sue parole famose in tutto il mondo, “vola come una farfalla e pungi come un’ape”.

Non vuole essere, ne ingiuria, ne affronto, ma con la massima riverenza per la scelta fatta, a chi ha prestato fede e dato tutto per una nobile causa religiosa e civile, mi ostinerò a chiamarlo confidenzialmente Clay.
Sì Clay, neanche per nome ma con il cognome abiurato, perché per la mia generazione che è quella di chi ha visto in un “voxson” in bianco e nero, magari comprato a cambiali proprio in occasione dei Giochi Olimpici, o si è accontentato di sentito in diretta in una radiolina a transistor l’oro vinto a Roma nel sessanta che al rientro in patria butta in un fiume perché si rende contro di aver servito ancora una volta il padrone bianco. Nei bar, nelle officine, a tavola e nelle scuole come nelle palestre di pugilato lo conoscevamo così. In pochi proferivano di Muhammad Alì, fino almeno alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 quando ultimo tedoforo, percosso dal Parkinson e l’immutata grande luminosità nei suoi occhi commosse tutto il Mondo.cassius clay

Parlarne solo con Alì suonava male, pareva poco da pugile e non c’è nessuna forma razzista ma utilizzando l’intero nome ricevuto con la conversione all’islam c’era il rischio di perdere la prontezza della battuta. Chiamarlo Clay era immediato. Quasi onomatopeico, simmetrico alla rapidità dei suoi piedi quando spocchiosamente a “guardia bassa” danzava circolarmente ai suoi avversari posti al centro del “quadrato” o quando attaccando nel difendersi scivolava via dall’angolo con una serie di contorsioni del busto e gioco di corde, mettendo in moto un’imprevedibile girandola di destri e sinistri capovolgendo il contesto. Era il suo marchio di fabbrica e infervoriva le folle. Demoliva gli avversari psicologicamente fuori e dentro il ring. Il suo Trash-talking era più piccante del suo lungo jab sinistro.

L’ha fatto a soli ventidue anni, da “under-dog nonostante la medaglia d’oro alle Olimpiadi Capitolina , contro un macigno smaliziato come Sonny Liston conquistò la prima “cintura” dei pesi massimi confermata nella rivincita del 1965. Ma è ormai risaputo come l’esito dei due match, che per molti hanno consacrato l’astro nascente di Louisville alla grande boxe, fu imposta dalle richieste degli allibratori dei clan di “Cosa Nostra” che fino almeno ai primi anni Settanta ruotavano intorno ai grandi introiti dati dal frenetico giro di scommesse sui match truccati. Se il “pugno fantasma” che sdraiò Liston nel 1965 fu realmente un “pugno fantasma” non è dato a sapersi ma certo è che Liston era da sempre nel “taschino” di Frankie «the Grey» Carbo, “soldato” di Lucky Luciano e figlioccio di Vito Genovese, che per oltre un ventennio dai bordi eleganti delle piscine di Miami come dal carcere si spartiva con Josep Pep Barone le più importanti “borse” pugilistiche, come fu proprio una società dello stesso Carbo, la Intercontinental Promotions, a gestire i due discussi incontri per il titolo mondiale. Fu proprio fra il primo ed il secondo match la decisione per i «musulmani neri» di Elijah Muhammad e Malcom X. Clay non potevi ignorarlo, usava il “circo mediatico” come nessun altro in quel periodo e sapeva sempre attirare l’attenzione su di se quel simpatico smargiasso. Difese il titolo per nove volte fino al marzo 1967 quando, legittimando quasi più un dovere che un diritto, disse “no” alla chiamata alle armi e la possibilità di essere spedito in Vietnam. Si dichiarò obiettore di coscienza per motivi religiosi perché “la guerra va contro gli insegnamenti del corano e non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. Era un’epoca molto turbolenta sul piano sociale, a causa dell’estremizzazione del movimento per i diritti civili e delle proteste studentesche, sia contro la guerra, sia per la consapevolezza degli afroamericani che rivendicavano i pieni diritti. L’Amministrazione dell’allora Presidente Lyndon Johnson aveva dato la spallata decisiva potenziando l’impegno del Paese nella catastrofica guerra in Vietnam. Lui nero, mussulmano e obiettore di coscienza. Fu caduta libera. Perse la corona e la licenza, per quattro anni non poté boxare. Per aver marciato nei cortei delle Pantere Nere, è stato picchiato da poliziotti bianchi e arrestato. Clay ebbe il coraggio di farlo stando in cima al “sistema”. In Italia ci arrabattavamo con il caso SIFAR, il presunto “golpe” Segni ma anche con un Paese in ebollizione, si buttavano le basi del ’68 e dell’autunno caldo del 1969, e Clay diventò un simbolo extra-sportivo. Poi la Corte Suprema riconosce lo “status” di obiettore.

Torna sul quadrato e dimostra di essere un pugile vero che tradotto vuol dire di quelli che picchiano ma sanno incassare.
Tanti gli incontri ed epiche le sfide contro “Smokin Joe” Frazier ma il capolavoro porta la data del 30 ottobre 1974. Stade Tata Raphaël di Kinshasa, (Repubblica Democratica del Congo) di fronte l’indistruttibile e più giovane George Foreman, detentore dei titoli WBC e WBA. Borsa in palio cinque milioni di dollari per entrambi. Fra gli sponsor e ospitante il cleptocrate presidente Mobutu Sese Seko. L’incontro, per questione di fuso orario con gli USA e diretta e diritti televisivi si disputa alle 4 del mattino ora locale le nostre 5 di un lavorativo mercoledì mattino. Nessuna programmazione Rai, che chiudeva le trasmissioni alla mezzanotte, ma in nostro soccorso arriva l’emittente “Titina” in lingua italiana Sudio Koper Capodistria, visibile in Italia nord orientale dagli anni settanta, con una prodigiosa diretta. Nessuna possibilità per lo sfidante. Ma Clay ha in serbo l’ennesimo “colpo da teatro”. Una tattica che chiamerà Rope-a-dope. Per sette interminabili round Foreman lo cannoneggia furiosamente tanto da sfinirsi mentre Clay si chiude a riccio per parare le bordate.
All’angolo non usa mai lo sgabello ma, in piedi, a pugno levato aizza la “folla” contro il campione del mondo. Si prende gioco di lui, lo provoca. È il Clay che ci aspettiamo.
Poi, all’ottavo round, doppia un destro ad un sinistro in pieno volto. Foreman è a terra, lo contano, non riuscirà ad alzarsi è Knock out.

Oggi Clay, nella tua Louisville, il mondo della boxe ti darà l’ultimo saluto sapendo che nell’aldilà ti aspetta un tuo grande amico il cubano Teófilo Stevenson l’unico che poteva stare al tuo pari, sia come uomo, sia come atleta. Il campione e l’idealista che avrebbe potuto incontrarti e forse batterti ma che rifiutò il professionismo e 5 milioni di dollari: “Cos’è un milione in confronto all’amore di otto milioni di cubani?”.

Anche lui come te era intelligente, forte e bello… qualità che tutte insieme hanno solo i predestinati.

Umberto Piccinini

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