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Opinioni e commenti
 

Cgil: migranti “pagano” la crisi ma producono 8,6% Pil
Pubblicato il 13-06-2016


lavoratori_industriaNonostante la propaganda xenofoba i numeri parlano chiaro: gli immigrati sono una risorsa per il nostro Paese. Dallo studio realizzato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil, nell’ambito delle attività dell’Osservatorio sulle migrazioni, che ha analizzato le condizioni dei lavoratori stranieri occupati in Italia nel quinquennio 2011-2015, risulta infatti che non solo l’economia italiana dipende dal lavoro degli stranieri, ma che essi in cambio ricevono ben il 25% in meno dello stipendio degli italiani. Dai dati risulta che nel 2015 i residenti stranieri in Italia sono circa 5 milioni (con un aumento di circa 3,5 milioni rispetto al 2003), di cui più del 70% non comunitari. Sono concentrati nelle regioni centro-settentrionali (poco meno dell’85%) e sono mediamente più giovani degli italiani (gli over 64 sono meno del 3% mentre tra i residenti di cittadinanza italiana la stessa percentuale supera il 21%). Gli immigrati – prosegue lo studio della Fondazione Di Vittorio – contribuiscono in misura crescente a produrre ricchezza: nel 2014 il loro apporto è stimato in circa 125 miliardi di euro, pari all’8,6% del pil totale (Rapporto annuale 2015 della Fondazione Leone Moressa). Inoltre a parità di ore lavorate, gli stranieri guadagnano circa un quarto in meno degli italiani e, nel corso dell’ultimo quinquennio, la distanza si è ulteriormente ampliata. Anche i titoli di studio aiutano meno gli immigrati rispetto agli italiani nella ricerca di un lavoro e più spesso le competenze acquisite non sono valorizzate come dovrebbero.

In sostanza gli immigrati pur avendo contribuito negli ultimi 15 anni a mitigare le dinamiche demografiche e dell’occupazione e pur contribuendo sempre di più a produrre ricchezza (8,6% del Pil), continuano a pagare di più la crisi italiana. Inoltre nonostante la Corte di giustizia Ue abbia ribadito il 7 giugno 2016 che non si può andare in carcere per il solo fatto di essere un immigrato irregolare, in Italia non è stato ancora abolito questo tipo di reato. Una norma che continua a incidere sulla popolazione carceraria: dal 2002 al 2011, tra le 10 e le 15 mila persone all’anno aono finite in carcere per il solo fatto di essere immigrati irregolari. Il governo Renzi ha provato a calendarizzare l’abrogazione di questo reato, ma nonostante la legge delega all’esecutivo sia stata approvata dal parlamento nell’aprile 2014, finora ci sono stati solo rinvii.

Inoltre resta preoccupante la tirata d’orecchi dell’Onu per Italia e Grecia proprio sui profughi. Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato a Ginevra che i centri per identificare i migranti in Grecia e in Italia, istituiti nel 2015 nell’ambito delle nuove linee guida dell’Unione europea sull’immigrazione, sono diventati dei centri di detenzione, in particolare dopo (il discutibile) accordo tra UE e Turchia. I centri avrebbero dovuto favorire i ricollocamenti all’interno dell’Unione, ma non hanno funzionato, infatti sono stati ricollocati solo 1.600 profughi dei 160 mila previsti dalle linee guida europee. Ma già a marzo l’Unhcr si era schierato contro questi centri.
“Noi non siamo parte dell’accordo tra Unione europea e Turchia, non parteciperemo a respingimenti o detenzioni. Per questo da lunedì 22 marzo 2016 abbiamo sospeso tutte le attività – rifornimento di cibo e trasporti dai luoghi di sbarco compresi – nei centri chiusi dell’isola di lesbo, i nuovi hotspots creati appositamente dall’accordo in questione”. Era questo il comunicato emesso da Melissa Fleming, portavoce dell’Unhcr, con cui l’Alto commissariato dell’Onu per i profughi prendeva le distanze da un’intesa che solo nel primo giorno di attuazione “sta tenendo rinchiuse 934 persone, tra cui molte famiglie con bambini, nel centro di registrazione e accoglienza temporanea di Moria”.

Redazione Avanti!

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