lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Contrordine. Domenica si vota, non c’è il referendum
Pubblicato il 01-06-2016


Mistero. Perché ci si è messi a parlare del referendum di ottobre in maggio mentre è in corso la campagna elettorale che interessa circa 13 milioni di italiani e città quali Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste? Il referendum condizionerà il voto? Non credo. Si ha paura del risultato di domenica e si preferisce parlar d’altro? Resta il fatto che ci siamo caduti un po’ anche noi. Anche quei socialisti che hanno formato il comitato per il no perché ce l’hanno con Renzi e con Nencini, più che non con la riforma costituzionale. Resta il fatto che tra pochi giorni si vota per eleggere sindaci e consigli comunali e il voto avrà naturalmente anche interpretazioni politiche.

Vedremo cosa accadrà. Quel che dovrebbe essere e non è sempre, è l’impegno di tutti noi per un risultato positivo delle nostre liste e dei nostri candidati. Sono presenti, le une e le altre in quantità industriali, basta leggere i miei due articoli che pubblicavano i comuni dove il Psi ha presentato liste di partito o laico-socialiste e civico-socialiste o candidati in altre liste, per rendersene conto. Forse mai nel passato recente i socialisti hanno mostrato una presenza così diffusa, tanto da apparire spesso come il secondo partito a livello amministrativo del centro-sinistra.

Ho l’impressione che non tutti se ne siano resi conto. Ho l’impressione che soprattutto a Roma e a Napoli dove si presentano due liste socialiste (a Roma col simbolo della Rosa e a Napoli col simbolo del partito) non tutti stiano tirando dalla stessa parte. A Roma la lista capeggiata dal giornalista Aldo Forbice viene appoggiata da tutti i socialisti romani, anche da coloro che ritengono essenziale la presentazione sempre dei simboli socialisti? A Napoli la lista del partito coraggiosamente presentata contro la volontà di una parte che voleva confluire in quella civica di De Magistris e che oggi è alla volata finale composta da tanti compagni e simpatizzanti, é appoggiata anche da coloro che avrebbero preferito l’Aventino? Alla fine il risultato delle liste socialiste faticosamente, coraggiosamente, testardamente presentate in mezza Italia sarà soddisfacente e dimostrerà che il municipalismo socialista è vivo e utile all’Italia. Speriamo che questo serva a far cambiare idea a quanti continuano a celebrare le nostre esequie funebri.

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Commenti all'articolo
  1. Stupisce anche me che l’interesse per il vicino appuntamento elettorale del 5 giugno, riguardante più d’una ed importante Città capoluogo, e oltre 1.300 Comuni, abbia ceduto il passo a quello sulla prova d’autunno, tanto da far scrivere al Direttore che “il confronto che tiene banco, e che divide elettori e partiti, è quello sul referendum d’ottobre”, il quale diventa così la “madre di tutte le battaglie” (vedasi le sue righe di pochi giorni fa, dal titolo: Ma non è la rivoluzione d’ottobre).

    Se consideriamo che quattro decenni fa il referendum sul divorzio, tema allora caldissimo, non ebbe immediate ricadute sulla sorte dell’Esecutivo in carica, e neppure sulle alleanze politiche del tempo, mentre oggi, come leggiamo sempre su dette righe, si ritiene normale che il presidente del Consiglio “metta in gioco se stesso e il suo governo”, possiamo sentirci autorizzati a chiederci il perché di una tale differenza (tra quel prima e quanto succede ora).

    La spiegazione più immediata potrebbe essere quella che per il referendum di autunno il Premier si spende in prima persona, il che risponde alla logica di una politica sempre più personalizzata, un modello che ha preso innegabilmente campo dopo la fine dei partiti storici e identitari (se la memoria non mi tradisce, vent’anni fa, o suppergiù, si sentiva molto parlare di cesarismo e di deriva plebiscitaria, ma il linguaggio si adegua ai momenti e alle circostanze).

    Se così però fosse, non si vede perché, sull’onda della suddetta personalizzazione, la riforma costituzionale in corso non abbia introdotto il presidenzialismo, o quantomeno il premierato forte, ossia un sistema che rafforzi il ruolo del Primo Ministro, e lo faccia semmai indicare dal corpo elettorale, come non pochi gradirebbero, all’interno purtuttavia di un solido quadro di contrappesi, tra i quali potrebbe forsanche starci il bicameralismo paritario, visto che si tratterebbe di controbilanciare una figura dotata di grande “potere” decisionale.

    Un’altra ipotesi, pur se vale sempre il condizionale, potrebbe far pensare che il Premier, il cui incarico non ha avuto un’investitura popolare, non è nato cioè da un passaggio elettorale, punti sul referendum per riceverne una conferma e un rafforzamento, che lo porti di fatto a completare senza scosse la legislatura.

    Tra le varie supposizioni, c’è invece chi ritiene che la riuscita del referendum indurrà il Premier al voto anticipato, in modo da mettere subito a frutto il successo ottenuto, ma in ambedue i casi il voto referendario si caricherebbe comunque di una forte valenza politica, riguardo al futuro politico del presidente del Consiglio.

    Il che è senz’altro legittimo, ma chi è chiamato alle urne deve anche pensare che prima o poi i presidenti del Consiglio passano, nel senso che lasciano l’incarico, mentre gli effetti delle riforme restano, e credo pertanto che anche di questo aspetto si debba tener conto nel prepararci al referendum, e al come ci esprimeremo in merito.

    Paolo B. 02.06.2016

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