mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Dal bipolarismo non-nato,
al monopartitismo imperfetto
Pubblicato il 08-06-2016


La fine del bipolarismo in Italia non ha un solo nome e cognome, ne ha due e si articola in due tappe diverse.
Nella prima, il deus-ex-machina è Giorgio Napolitano. Il nostro presidente emerito ha ereditato dalla militanza comunista la passione per l’ordine (costituito o da costituire) e per le Istituzioni (salvo a sostituire, nel suo Pantheon, l’Europa all’Unione sovietica). E sopporta, quindi, sempre di meno, il bipolarismo all’italiana. Ai suoi occhi, una faida confusa e improduttiva in cui non si misurano, come in Europa, una destra liberale con sensibilità sociale e una sinistra socialdemocratica con sensibilità liberale, ma piuttosto si scambiano colpi confusi (in una logica di delegittimazione reciproca) una destra populista e una sinistra che trova solo nell’antiberlusconismo la sua identità.
Un maestro sempre più insofferente di fronte ad una scolaresca totalmente immatura. Al punto di metterla in riga alla prima occasione, prescindendo dalla sua volontà. È quello che accade negli ultimi mesi del 2011, con la crisi del governo Berlusconi. Una situazione di emergenza, certo, ma che poteva e doveva essere affrontata con gli strumenti offerti dalla nostra Costituzione materiale: crisi di governo, verifica della possibilità di costituire una maggioranza diversa. In questo caso avremmo avuto una maggioranza di sinistra che avrebbe dovuto, però, affrontare in prima persona la via del risanamento. Ma i cuor di leone del Nazareno rifiutarono  di assumersi questa responsabilità; salvo esssere costretti, fin da subito, a bere l’amaro calice e non all’interno di un governo di coalizione e con un programma conocordato dai partiti, ma come scelta imposta dal Presidente e gestita dal premier da lui designato. E in un percorso di un anno in cui Monti fece la sua parte mentre i partiti si sottrassero al compito loro assegnato, quello di varare una nuova legge elettorale.
A piantare l’ultimo chiodo nella bara, e del bipolarismo e del sistema dei partiti sarebbe poi stato lo stesso Monti. Il Pd si era svenato per tirargli la volata, e aveva tutto il diritto di aspettarsi reciproca lealtà all’arrivo, con la formazione di una coalizione di centro-sinistra. E, in prospettiva, con Monti al Quirinale.  Prevalse la presunzione, anzi il cretinismo bocconiano, con il conseguente stallo elettorale.
A questo punto, lo strappo definitivo con la Costituzione materiale della prima repubblica si consuma nell’anno che segue la consultazione elettorale del febbraio 2013. Anche qui, una fuoruscita corretta dallo stallo avrebbe implicato, l’assegnazione dell’incarico a Bersani, la presa d’atto dell’impossibilità di trovare una maggioranza che lo sostenesse e, in conclusione, l’indizione di nuove elezioni, previa,magari, la riforma della legge elettorale secondo le indicazioni della Consulta.
Come tutti sanno, la strada seguita è stata invece un’altra. Giusta o sbagliata che fosse, del tutto anomala rispetto ai processi propri di una normale democrazia liberale.
In una democrazia liberale la formazione centrale (nel nostro caso il Pd)  può rompere lo schema tripolare in due modi. Può cercare di riassorbire la dissidenza nel suo campo, facendo proprie le ragioni dei dissidenti (sinistra interna) e marginalizzando le nuove opposizioni; oppure può cercare un’intesa alla luce del sole con i suoi tradizionali avversari o con parte di essi.
Nel nostro Paese, si è cercato una specie di ‘salvatore della patria’, autorizzato dagli stessi guardiani della nostra Costituzione a sciogliere i nodi prendendoli a sciabolate: nello specifico sputando in faccia un giorno sì e l’altro pure al partito di cui era il segretario, criminalizzando il M5S e, infine, trattando il centro-destra come un emporio da cui si potevano comprare alcuni prodotti a un tanto al chilo.
In conclusione un progetto di Costituzione, diciamo meglio di modifica parziale della Costituzione esistente, elaborato tra l’altro in prima persona, dall’attuale governo. In una normale democrazia liberale, il capo di questo governo avrebbe, insieme, il diritto e il dovere di chiedere agli italiani, un giudizio di merito sulla riforma o, perchè no, sul bilancio di un progetto politico di lunga durata di cui il sì al referendum dovrebbe essere una tappa decisiva.
E però, nell’interpretazione che Renzi sta dando del nostro eventuale sì c’è qualcosa di più grave: c’è l’avallo preventivo e senza se e senza ma a qualcosa che ancora non c’è: il partito della nazione. Una nebulosa senza connotati e senza confini ma, al tempo stesso, per unzione referendaria, naturale espressione degli interessi e dei destini della nazione. Una sintesi naturale tra capo, gruppo dirigente e popolo che squalifica naturalmente tutti quelli che vi si oppongono. Siamo, appunto, al monopartitismo imperfetto.
“O me o tutti gli altri”.”Se non avrò il vostro consenso, lascio la mia carica, il giorno stesso”. Un altro l’aveva detto prima di lui. Ma si chiamava Charles de Gaulle e aveva liberato e ricostruito la Francia. Mentre il suo emulo ha, sinora, al suo attivo solo l’occupazione del Pd…
Alberto Benzoni

 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento