sabato, 10 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“Dopo di noi”.
Tutela e assistenza
per i disabili gravi
Pubblicato il 20-06-2016


Con la legge “Dopo di noi”
UN FUTURO PER I DISABILI
Martedì 14 giugno scorso la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva un disegno di legge che sui social network e sui giornali è stato chiamato “dopo di noi”, e che si occupa delle persone con disabilità gravi che restano senza sostegno familiare. Il disegno di legge è stato approvato con 312 voti favorevoli, 64 contrari e 26 astensioni. Hanno votato a favore tutti i partiti tranne il Movimento 5 Stelle che ha votato no e negli scorsi mesi aveva accusato la legge di “favorire le assicurazioni” e i “privati”. Sinistra italiana si è astenuta. Si tratta di un testo unificato di sei diverse proposte di legge presentate da PD, Lega, Scelta Civica e Area popolare: prevede la costituzione di un fondo con risorse pubbliche e private e una serie di agevolazioni fiscali per chi fornisce risorse finalizzate alla tutela e all’assistenza dei disabili gravi.

La legge
Il testo di legge unificato è composto da dieci articoli e ha l’obiettivo di evitare la “sanitarizzazione” dei casi più gravi nel momento in cui vengono a mancare i parenti che li hanno seguiti, consentendo loro di continuare a vivere nelle proprie case o in case-famiglia.

L’articolo 1 stabilisce che la legge è destinata alle persone “con disabilità grave non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare”. L’articolo 2 disciplina i livelli essenziali delle prestazioni nel campo sociale da garantire su tutto il territorio nazionale. L’articolo 3 istituisce un fondo per l’assistenza alle persone con disabilità gravi prive del supporto familiare, al quale sarà possibile accedere con alcuni requisiti. I criteri saranno individuati da un apposito decreto del ministero del Lavoro che dovrà essere emanato entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge. Le risorse del fondo, recita l’articolo 4, con la partecipazione di regioni, enti locali, organismi del terzo settore o privati, serviranno a realizzare “programmi e interventi innovativi di residenzialità”, alla creazione di “case famiglia” per disabili e a sviluppare programmi per il raggiungimento del maggior livello di autonomia possibile ai soggetti svantaggiati senza assistenza. Il comma 400 dell’articolo 1 della legge di stabilità per il 2016 aveva già istituito un fondo di 90 milioni di euro per finanziare interventi legislativi di questo tipo.

L’articolo 5 e l’articolo 6 stabiliscono che nella dichiarazione dei redditi sarà possibile detrarre le spese sostenute per le polizze assicurative stipulate per la tutela dei disabili, con l’incremento da 530 a 750 euro della detraibilità dei premi per assicurazioni corrisposti per rischi di morte. Si prevede inoltre che i trasferimenti di beni e di diritti a causa di morte (per donazione, trust o a titolo gratuito) siano esenti dall’imposta di successione e donazione purché abbiano come finalità esclusiva la cura e l’assistenza della persona portatrice di invalidità. I trust sono una forma di protezione legale che prefigura la destinazione di alcuni beni da parte di qualcuno (il disponente) a favore di un altro soggetto di sua fiducia, che dovrà amministrare questi beni a vantaggio di un beneficiario attenendosi alle indicazioni e al programma che il disponente preordina nell’atto istitutivo. Gli articoli 7 e 8 ipotizzano infine campagne informative del governo e una relazione annuale sullo stato di attuazione delle disposizioni in materia di assistenza ai soggetti con handicap gravi privi di sostegno familiare. Gli articoli 9 e 10 si occupano della copertura finanziaria dell’applicazione della legge: oltre al fondo introdotto in legge di Stabilità saranno stanziati 56,9 milioni di euro nel 2016 e 66,8 milioni di euro dal 2017.

Le ultime modifiche
Il testo approvato nel primo passaggio alla Camera prescriveva agevolazioni fiscali per la formazione di trust destinati a disabili gravi. Il beneficio è stato esteso, al Senato, anche alla costituzione di vincoli di destinazione (un sistema che prevede che alcuni beni o denaro possano essere amministrati solo in vista della realizzazione di uno scopo definito e che i creditori si possano rivalere su quei beni o patrimonio soltanto se il loro credito è legato alla realizzazione di quello scopo) e di fondi speciali.

Economia
A MAGGIO AUMENTA INFLAZIONE CALA LA CIG
Maggio è il mese della ripresa per l’economia italiana, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat che conferma la stima preliminare sull’inflazione. A maggio infatti l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra un aumento dello 0,3% su base mensile, ma nello stesso tempo viene registrata una diminuzione su base annua pari a -0,3% (era -0,5% ad aprile). A pesare in tal caso è l’inversione di tendenza dei prezzi dei tabacchi e degli alimentari non lavorati che registrano rispettivamente un aumento del 2% e dello 0,4% rispetto al -0,3% e – 0,5% del mese precedente. A causare la persistente deflazione soprattutto i cali dei prezzi dei beni energetici che riscontrano a maggio 2016, -8,4% rispetto ad un anno fa, al netto dei quali l’inflazione è pari a +0,5% contro +0,4% di aprile. I prezzi alimentari salgono sullo scaffale dello 0,2% e spingono il carrello della spesa, come rilevato dall’Istat, mentre in controtendenza si muovono i prezzi nelle campagne italiane, crollati del 18% quelli del grano duro e del 24% quelli del latte in stalla fino al -38% per l’olio di oliva. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti resa nota in occasione della diffusione dei dati Istat sull’inflazione a maggio, sulla base dei dati Ismea dello stesso mese. Sullo scaffale per i consumatori i prezzi alimentari sono in ascesa mentre nelle campagne è deflazione – sottolinea l’associazione dei coltivatori diretti – con la situazione che è precipitata per raccolti e per gli allevamenti con i compensi agli “allevatori che non coprono più neanche i costi dell’alimentazione del bestiame”. A pesare – conclude la Coldiretti – sono gli effetti dell’embargo russo che ha “azzerato completamente le esportazioni” di ortofrutta, formaggi, carni e salumi Made in Italy, ma ha anche “provocato una devastante turbativa” sui mercati agricoli europei che ha messo in crisi decine di migliaia di aziende agricole.

Ma in questi giorni sono stati pubblicati anche i dati dell’Inps sulla Cassa integrazione, le cui ore risultano in discesa. Infatti nel mese di maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 62,3 milioni, in diminuzione del 5,7% in confronto ai 66 milioni dello stesso mese del 2015. I dati Inps evidenziano inoltre che le ore di cassa integrazione ordinaria (Cigo) autorizzate sono state 18,8 milioni. Un anno prima, nel mese di maggio 2015, erano state 22,6 milioni: di conseguenza, la flessione annuale è pari al 16,8%. In particolare, il comparto Industria ha registrato una caduta del 13,3%. Più robusta la contrazione nel settore Edilizia: -26,5%. Tuttavia viene osservato un incremento sulla Cassa integrazione straordinaria, il numero di ore autorizzate a maggio è stato pari a 40,1 milioni, registrando un innalzamento pari al 2,8%. Calano quindi le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps a causa della stretta autorizzativa indotta dal decreto del settembre scorso, il quinto decreto applicativo del Jobs Act, che interviene sulla Cig.

Ma producono l’8,6% del Pil
I MIGRANTI PAGANO LA CRISI
Nonostante la propaganda xenofoba i numeri parlano chiaro: gli immigrati sono una risorsa per il nostro Paese. Dallo studio realizzato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil, nell’ambito delle attività dell’Osservatorio sulle migrazioni, che ha analizzato le condizioni dei lavoratori stranieri occupati in Italia nel quinquennio 2011-2015, risulta infatti che non solo l’economia italiana dipende dal lavoro degli stranieri, ma che essi in cambio ricevono ben il 25% in meno dello stipendio degli italiani. Dai dati risulta che nel 2015 i residenti stranieri in Italia sono circa 5 milioni (con un aumento di circa 3,5 milioni rispetto al 2003), di cui più del 70% non comunitari. Sono concentrati nelle regioni centro-settentrionali (poco meno dell’85%) e sono mediamente più giovani degli italiani (gli over 64 sono meno del 3% mentre tra i residenti di cittadinanza italiana la stessa percentuale supera il 21%). Gli immigrati – prosegue lo studio della Fondazione Di Vittorio – contribuiscono in misura crescente a produrre ricchezza: nel 2014 il loro apporto è stimato in circa 125 miliardi di euro, pari all’8,6% del pil totale (Rapporto annuale 2015 della Fondazione Leone Moressa). Inoltre a parità di ore lavorate, gli stranieri guadagnano circa un quarto in meno degli italiani e, nel corso dell’ultimo quinquennio, la distanza si è ulteriormente ampliata. Anche i titoli di studio aiutano meno gli immigrati rispetto agli italiani nella ricerca di un lavoro e più spesso le competenze acquisite non sono valorizzate come dovrebbero. In sostanza gli immigrati pur avendo contribuito negli ultimi 15 anni a mitigare le dinamiche demografiche e dell’occupazione e pur contribuendo sempre di più a produrre ricchezza (8,6% del Pil), continuano a pagare di più la crisi italiana. Inoltre nonostante la Corte di giustizia Ue abbia ribadito il 7 giugno 2016 che non si può andare in carcere per il solo fatto di essere un immigrato irregolare, in Italia non è stato ancora abolito questo tipo di reato. Una norma che continua a incidere sulla popolazione carceraria: dal 2002 al 2011, tra le 10 e le 15 mila persone all’anno sono finite in carcere per il solo fatto di essere immigrati irregolari. Il governo Renzi ha provato a calendarizzare l’abrogazione di questo reato, ma nonostante la legge delega all’esecutivo sia stata approvata dal parlamento nell’aprile 2014, finora ci sono stati solo rinvii. Inoltre resta preoccupante l’ammonimento severo dell’Onu per Italia e Grecia proprio sui profughi. Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato a Ginevra che i centri per identificare i migranti in Grecia e in Italia, istituiti nel 2015 nell’ambito delle nuove linee guida dell’Unione europea sull’immigrazione, sono diventati dei centri di detenzione, in particolare dopo (il discutibile) accordo tra Ue e Turchia. I centri avrebbero dovuto favorire i ricollocamenti all’interno dell’Unione, ma non hanno funzionato, infatti sono stati ricollocati solo 1.600 profughi dei 160 mila previsti dalle linee guida europee. Ma già a marzo l’Unhcr si era schierato contro questi centri. “Noi non siamo parte dell’accordo tra Unione europea e Turchia, non parteciperemo a respingimenti o detenzioni. Per questo da lunedì 22 marzo 2016 abbiamo sospeso tutte le attività – rifornimento di cibo e trasporti dai luoghi di sbarco compresi – nei centri chiusi dell’isola di lesbo, i nuovi hotspots creati appositamente dall’accordo in questione”. Era questo il comunicato emesso da Melissa Fleming, portavoce dell’Unhcr, con cui l’Alto commissariato dell’Onu per i profughi prendeva le distanze da un’intesa che solo nel primo giorno di attuazione “sta tenendo rinchiuse 934 persone, tra cui molte famiglie con bambini, nel centro di registrazione e accoglienza temporanea di Moria”.

Carlo Pareto

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento