lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

UN’ALTRA EUROPA
Pubblicato il 24-06-2016


Bandiera europea a pezzi
All’indomani del voto in Gran Bretagna che ha sancito la volontà popolare di lasciare l’Unione Europea, le forze politiche si interrogano sulle conseguenze profonde della Brexit. Gli effetti si sentiranno anche nel lungo periodo non solo in Europa e in Italia, ma in molti altri Paesi del mondo. Ne abbiamo parlato col segretario del Partito socialista italiano, Riccardo Nencini.

– I sudditi di Sua Maestà hanno scelto la Brexit, una follia forse, ma decisa democraticamente con un voto. Forse oggi possiamo dire che la Gran Bretagna per il progetto euroipeo è stato sempre un freno più che uno stimolo ad andare avanti.
Riccardo Nencini sedutoBeh, qualche cosa di vero nell’azione di rallenrtamento c’è e lo ricordavano qualche giorno fa sia Romano Prodi che Mario Monti. Però dobbiamo anche ricordare che l’Inghiltterra è parte integrante della storia europea. Lo è nella crescita della nostra civiltà economica in particolare a partire dal 1700, con la rivoluzione industriale. E anche per questo è parte integrante della nostra civiltà dei diritti, col liberalismo di Stuart Mill che è tra i capisaldi della democrazia occidentale. E neppure possiamo dimenticare il ruolo degli inglesi nella storia della democrazia parlamentare. Un tutt’uno indissolubile che ha portato allo sviluppo in tutti i campi dell’economia e della società occidentale.

– Però oggi con la Brexit è a rischio tutto il progetto europeo
Il punto debole è che l’Europa si è sviluppata in questi anni con due vizi di fondo: il Trattato di Maastricht che è stato elaborato prima della rivoluzione europea, cioè prima della fine dell’Impero sovietico, ma è entrato in vigore dopo l’89. Insomma è stato immaginato quando l’Europa era solo quella dei Paesi occidentali e invece Maastricht entra in vigore quando c’è un Europa orientale che si mette in marcia per poter entrare e l’allargamento a est avverrà con quelle regole.
Il secondo punto debole è che l’integrazione europea è avvenuta soltanto, o soprattutto, a livello economico-finanziario mentre l’agenda sociale è rimasta al palo. E qui c’è sicuramente una responsabilità delle forze politiche europee, un deficit di guida, di leadership e di progetto. Negli anni della crisi tra il 2007- 2015 non è stata sviluppata nessuna politica alternativa a quella prevalente. E qui ci sono le nostre responsabilità, intendo dei socialisti europei. Noi abbiamo chiesto ripetutamente, ma inutilmente, la convocazione di un vertice straordinario del Pse per parlare di questi problemi, della globalizzazione, delle politiche sociali.

– Che succede ora?
Per un periodo di tempo abbastanza lungo ci dobbiamo aspettare la convergenza di due fattori negativi: l’instabilità con tendenza al brutto dei mercati finanziari e la caduta verticale della credibilità politica dell’Unione. Per far fronte a tutto questo occorrerebbe un colpo d’ala. Per esempio l’Europa dovrebbe dotarsi di un Ministro delle Finanze, di una politica estera comune e dovrebbe avviare una revisione dei Trattati. Far crescere insomma l’Europa federale perché da questa crisi si esce con più Europa, non con meno Europa. Ma, sottolineo, con un’Europa diversa da quella che abbiamo conosciuto almeno fino a stamattina. Un’altra Europa è possibile.

06 martin schulz e riccardo nencini

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, con Riccardo Nencini

– Cioè più poteri all’Europa contro il fronte antieuropeo?
È una strada obbligata anche perché ci dobbiamo aspettare che in questo contesto sia inevitabilmente destinata a crescere la pressione di quelle forze politiche in Europa, e in Italia, che immaginano di emulare lo scenario britannico. La fragilità politica, economica e sociale non farà che rafforzare i tre fattori che sono alla base dell’antieuropeismo, del populismo e dell’antipolitica: preoccupazione, paura, rancore.

– L’Italia vaso di coccio tra i vasi di ferro?
L’Italia ha una chance, quella di esercitare un ruolo di stimolo positivo nella ri-costruzione europea, nella ridefinizione di un’Europa diversa. La chance italiana è nella costruzione di un’Europa diversa. Il colpo d’ala può venire anche da qui, nello sforzo di spingere l’Unione a riscrivere, ad esempio, come abbiamo già chiesto, il Trattato di Dublino, a rivedere il tema del peso da dare agli investimenti nelle politiche di spesa pubblica.
Siamo stati pionieri dell’Europa unita e possiamo, anzi dobbiamo, tornare ad esserlo perché il peggio che può accadere è che si lasci trascinare la situazione in una caduta inarrestabile, in un declino senza fine.

– Anche per la Gran Bretagna il futuro appare complicato dalla Brexit …
È una spinta anche alla disgregazione della Gran Bretagna, come testimoniniano le richieste di referendum della Scozia e dell’Irlanda, e dell’Europa unita e questo nonostante il fatto che i Paesi che vogliono uscire abbiano un più che consistente interscambio con l’Ue, dunque molto da perdere.

David Cameron– Un referendum esiziale per Cameron che lui stesso ha voluto…
Cameron ha commesso anche un bell’errore tattico. Ha promesso il voto referendario prima di quello politico. Ha ottenuto una riconferma a Dowing Street e nel suo partito, e poi è stato sconfitto dal referendum. Evidentemente ha fortemente sottovalutato il peso della crisi socioeconomica. Un paradosso. Ha vinto molto bene le elezioni politiche, ma viene sconfitto dallo stesso voto popolare che lo costringe alle dimissioni. Il tutto nell’arco di un anno appena.

– E il voto ci consegna una Paese spaccato a metà
Nelle grandi città prevale il ‘Remain’, nelle campagne il ‘Leave’. Tra i giovani il ‘Remain’, tra gli anziani il ‘Leave’. C’è anche il sapore di una difesa di piccoli privilegi, antichi vantaggi, contro i ‘nuovi’ che arrivano, anche se questi sono giovani europei istruiti e non solo poveri immigrati dal sud del mondo. La Gran Bretagna riscopre la sua vocazione ad essere un’Isola, separata e distinta dal Continente. C’è la voglia di tornare allo splendido isolamento dell’Impero britannico che aveva dominato il mondo fino alla Prima guerra mondiale. Un sentimento di autoprotezione e l’illusione dell’autosufficienza.

– Ma un referendum è adatto a sciogliere nodi così complessi?
La democrazia italiana rinasce col referendum del ’46. Il popolo è sovrano e decide. Certamente non si può immaginare di rinunciare a percorrere questa strada, ma neppure ignorare certi rischi come quello che nelle democrazie parlamentari la conoscenza esatta del nodo da sciogliere è sempre molto relativa. Purtroppo, ed è un dato di fatto, le emozioni in una campagna elettorale o referendaria, sono sempre assai più forti dei ragionamenti. Al momento di votare, la pancia tende sempre a prevalere sulla testa. C’è poi un altro problema ed è che in momenti complessi come quello del voto inglese – e di questo ne abbiamo parlato anche al Congresso di Venezia – la decisione finisce per essere fortemente influenzata dall’immaginario collettivo e più che al valore strategico di quanto si decide, si bada al proprio presente. Insomma si perde di vista la sostanza del referendum e ci si fa condizionare dagli effetti indiretti del voto.

– L’errore di Renzi di collegare la vittoria al referendum costituzionale alla propria permanenza a palazzo Chigi?
Un problema certamente sottovalutato. E a questo aggiungerei che Renzi ha torto quando dice che nelle ultime elezioni comunali, abbiamo avuto un voto per cambiare e non un voto di protesta. Ma ogni cambiamento è figlio di una protesta. Se non c’è una protesta, una critica forte e un rifiuto del presente, non c’è neppure un cambiamento. Sono due elementi intimamente connessi che non possono essere separati.

– Ma la nostra riforma costituzionale è adatta ad affrontare le difficoltà che si prevedono?
Con le modifiche alla Costituzione, al Presidente del Consiglio vengono dati poteri circoscritti e la nuova legge elettorale non aumenta questi poteri. Il vero punto debole è che nelle stagione delle vacche magre, della crisi, bisogna dare al Paese una missione e questa missione deve essere condivisa. Le leadership solitarie rischiano molto. Se condividi le battaglie e non responsabilizzi qualcuno chi si sente lasciato fuori, può anche muoversi in direzione opposta. La forza di un leader è nel far condividere la propria missione. Non si tratta di fare la concertazione con i ‘tavoli’, ma di coinvolgere i corpi intermedi, di condividere una strategia e di assegnare a ciascuno delle responsabilità.

Elezioni regionali 2015– Ma anche la legge elettorale ha dei punti critici
Abbiamo votato questa legge elettorale per lealtà verso il Governo. Abbiamo proposto delle modifiche e alcune sono state accettate come la parità uomo-donna e l’innalzamento della soglia per il premio di maggioranza al 40%. Sul premio alla lista invece non c’è stato niente da fare perché ha prevalso l’accordo del Pd con l’Ncd. Non è che noi oggi dobbiamo cambiare la legge perché quella che c’è può avvantaggiare il Movimento 5 stelle – se lo facessimno, questo sì sarebbe un bel regalo per loro – ma perché è inimagginabile che una forza che raccoglie un quarto, o anche meno, dei consensi dell’elettorato faccia cappotto e prenda tutto. Il problema non è nel premio di maggioranza, ma nel come lo si assegna.

– Insomma è un ‘prendere o lasciare’ tutto, legge elettorale e riforme costituzionali?
A questo proposito c’è un punto delle modifiche costituzionali che viene sottaciuto. C’è una norma che prevede l’intervento della Consulta se un quarto dei deputati o di un terzo dei senatori chiedono di modificare la legge elettorale. Anche per questo resto convintamente a favore del Sì, ma vorrei ricordare che oggi ci sono altre ragioni molto forti. C’è l’instabilità provocata dalla Brexit, c’è il voto dell’anno prossimo in Francia e in Germania e quello di domenica in Spagna. Immaginiamo cosa succede se vince il No. Ci troveremmo con una crisi politica e anche istituzionale perché avremmo la conferma che in italia non si può modificare la Costituzione. Ero favorevole a un’Assemblea Costituente, ma abbiamo seguito quest’altra strada e ora dobbiamo pensare al futuro. Cosa succede se le modifiche vengono bocciate in un constesto di instabilità generalizzata? Non dico che si tratta di scegliere tra la ‘Repubblica o il caos’, ma certo entriamo molto deboli in una fase di forti e pericolose turbolenze. Una tempesta che dobbiamo scansare.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Mi sembra molto pertinente una delle domande poste, ossia “Ma un referendum è adatto a sciogliere nodi così complessi?”, ma se le forze politiche in campo non sono state fin qui capaci, o in grado, di “sbrogliare la matassa”, come si usa dire, la parola non può che “passare al popolo”, con tutti i “rischi” che comporta una semplificazione delle questioni complesse.

    Ma d’altronde un referendum, qualunque sia la materia che viene sottoposta al giudizio del corpo elettorale, non può che portare ad una semplificazione della materia medesima, posto che ci si deve esprimere, semplicemente, o con un Sì o con un No, due monosillabi che acquistano però una grossa portata sociale e politica, quale forma di democrazia diretta..

    Ritornando al tema della BREXIT, se ora succedesse che dopo questo referendum abbia a nascere “un’altra Europa” – mutuando il titolo dell’intervista o chiacchierata col Segretario – ovvero quella Europa da più parti auspicata, ci potrà essere chi si chiede perché mai tutto ciò non sia avvenuto prima del referendum britannico, e potrebbe altresì alimentarsi un sentimento di sfiducia verso la politica, avvertita come entità che non ha saputo interpretare le aspettative di tanti cittadini europei.

    Mi pare poi condivisibile il concetto espresso dal Segretario, concetto qui riferito alle ultime elezioni comunali ma che può avere nondimeno una valenza generale, laddove troviamo scritto che “ogni cambiamento è figlio di una protesta. Se non c’è una protesta, una critica forte e un rifiuto del presente, non c’è neppure un cambiamento… ”.

    Sviluppando tale ragionamento, va da sé che chi non è soddisfatto del presente e intende mandare segnali di protesta, lo fa cogliendo ogni occasione e circostanza consentita, e con gli strumenti “istituzionali” di cui può volta a volta disporre, e non è pertanto escluso che la nostra prova referendaria di autunno possa venir intesa anche in siffatta ottica.

    Nel senso che a guidare il voto potrebbero entrare in gioco elementi non strettamente legati al contenuto della Riforma, ma d’altronde anche la tesi secondo cui la sua bocciatura porterebbe ad “una tempesta che dobbiamo scansare” segue a ben vedere una logica abbastanza estranea ai contenuti della Riforma stessa.

    Paolo B. 26.06.2016

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