giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Femminicidio. Tre storie
di donne per ricordare
Pubblicato il 07-06-2016


carolloSi intitola “Le amiche che non ho più – Lucia, Federica, Roberta” ed è l’ultimo libro di Francesca Carollo. Da anni, la giornalista di Mediaset, si dedica con passione alle inchieste di cronaca nera, seguendole da vicino e cercando di portare alla luce la verità. Nel libro vengono raccontate le storie di Roberta Ragusa, Lucia Manca e Federica Giacomini: tre donne apparentemente molto diverse, ma che avevano in comune il sogno di raggiungere la felicità tramite relazioni stabili.

Francesca Carollo, portando l’attenzione sul tema del femminicidio, sottolinea l’importanza di agire prima che le situazioni diventino irreparabili, anche alla luce dei fatti di cronaca più recenti. Considerando, per esempio, l’omicidio di Sara Di Pietrantonio -avvenuto per gelosia-, e l’omicidio di Isabella Noventa -il cui corpo non è ancora stato rinvenuto-, è impossibile non riconoscere che, ad oggi, in Italia, il femminicidio è divenuto un “fenomeno” sempre più cruento.

La speranza della giornalista è quella che, tramite il suo libro, si capisca l’importanza di prendere in mano la propria vita prima che accada l’irreparabile. Francesca Carollo, con il garbo che la contraddistingue, entra in punta di piedi nella vita delle donne che leggono “Le amiche che non ho più”, fornendo loro degli spunti di riflessione tramite i dettagli sulle inchieste che ha seguito.

Intervista a Francesca Carollo

Come mai ha scelto di parlare, nel suo libro, delle storie di Roberta, Lucia e Federica?
«Perché queste tre inchieste hanno condizionato la mia vita negli ultimi quattro anni. Si tratta di inchieste che ho seguito personalmente e che hanno occupato non solo le mie giornate, ma anche la mia testa ed il mio cuore. Sono quindi tre donne a cui sono particolarmente legata e che per tante ragioni sono simili a me e simili tra loro, anche se sembrano essere così diverse, se pensiamo, per esempio, che Roberta Ragusa è una mamma, mentre Federica Giacomini è invece una pornostar. Sembrano dei mondi lontani, ma in realtà, come tutte le donne, sognavano un amore positivo ed una famiglia. Sono donne che sono diventate mie amiche, perché ho passato tanto del mio tempo a indagare su di loro e sulle loro storie. Conoscendole a mano a mano, sono diventate tali: amiche che, però, come dice il titolo del libro, “io non ho più”, perché non ci sono più».

Lei definisce queste donne sue “amiche”: qual è il legame che si è instaurato tra lei e le storie di queste donne?
«Continuando a raccontare le loro storie è come se continuassi a portare ogni giorno un fiore alla loro memoria. Se per due di loro, Lucia e Federica, sappiamo cosa è successo loro, perché sono due vittime, invece Roberta è ancora formalmente una persona scomparsa, ma questo non cambia la sostanza. Sono tre donne che io ho piano piano conosciuto anche tramite le parole delle loro amiche, dei loro familiari ed anche parlando con i loro carnefici. Quando si segue un’inchiesta di cronaca e ci si mette la testa ed il cuore, è impossibile che queste persone rimangano slegate da te. Se, per esempio, una persona segue queste storie alla televisione, durante un programma, quando poi la trasmissione finisce la persona si distacca da quello che ha visto e sentito. Se, però, si segue un’inchiesta in modo profondo, è difficile che queste siano solo figure che passano: ti rimangono nel cuore».

Il fenomeno degli scomparsi è allarmante: secondo lei, che cosa manca in Italia per poterlo contrastare?
«È una domanda difficile che mi sono fatta io stessa un milione di volte. Manca una banca dati del Dna, ma manca anche l’attenzione. Le prime quarantotto ore sono fondamentali. Molto spesso se si sbagliano le ricerche in questi primi due giorni, si sbaglia l’inchiesta. Un esempio è il caso di Roberta Ragusa, all’inizio si cercava una donna in stato confusionale, quindi è stata cercata in un certo modo, in determinate zone ed entro determinate distanze da casa. Se, invece, si deve cercare un cadavere, lo si fa in modo differente. Se subito non vengono attuate delle cose che possono anche sembrare basilari, per esempio parlare con i parenti, si rischia di sbagliare tutto. Questa, per esempio, è una cosa ovvia, che però, spesso, non viene fatta: subito non si riesce a capire quale può essere il problema, quindi si fanno delle cose sbagliate. Anche nel caso di Roberta Ragusa, si sarebbe dovuto andare a fondo dall’inizio. In Italia ci sono tantissimi bravi investigatori, però bisogna subito allarmarsi. Anche i familiari devono allarmarsi immediatamente. Non bisogna perdere neanche un istante, perché ogni istante è fondamentale».

Nel suo libro c’è un’appendice del generale Garofano che detta delle linee guida che possono essere attuate in caso di scomparsa. Questo tipo di vademecum viene seguito d’ufficio dalle autorità?
«In realtà dovrebbe essere così, si tratta di regole molto semplici stipulate dopo anni ed anni di esperienza. In realtà, il modo in cui viene trattato ogni caso dipende dall’intuito delle autorità. Bisogna avere subito l’arguzia di capire di che cosa si tratta. Come dicevo prima, ci sono investigatori molto bravi, però a volte le situazioni possono sfuggire, perché spesso lo scenario che si presenta non è semplice da capire. Se si pensa al caso di Isabella Noventa, che sto seguendo, quando l’amico raccontava di averla portata in centro a Padova, ha anche mostrato il Gps, che ha registrato il tragitto. A quel punto si è potuto pensare che Isabella, dato che aveva problemi legali ed era una donna libera ed indipendente, potesse essersi allontanata volontariamente. Poi, però, non è stato così: ci vuole veramente il fiuto e la capacità di andare subito oltre le apparenze. L’ultima nota del decalogo del generale Garofano riporta che la prima cosa a cui si deve pensare è che si tratti di omicidio. La direzione, purtroppo, e ce la indicano i fatti che accadono tutti i giorni, è quasi sempre quella. È sotto gli occhi di tutti: c’è un femminicidio ogni due giorni. Nelle ultime settimane ce ne sono stati sei, tra i più efferati. Quello che spero di fare con questo libro è di parlarne ancora una volta. Sembra un tema già affrontato tante volte, ma per me non c’è mai stato niente di così attuale. Le donne dovrebbero veramente prestare attenzione a tutto quello che succede loro. Per esempio, se una persona si accorge che una parente viene trattata male dal coniuge, non deve aspettare che succeda l’irreparabile. Io, purtroppo, racconto storie irreparabili, ma si può lavorare sulle cose molto prima. Bisogna stare attenti ad ogni piccolo segnale».

Lei ha notato un aumento di femminicidi negli ultimi anni?
«Secondo me si. Assolutamente. Anche se non possiamo negare che esistesse già. Chiaramente ora la stampa se ne occupa di più. Questi delitti, però, sono diventati sempre più efferati. È ormai saltato qualsiasi equilibrio, anche perché le donne, in qualche modo, sono più forti ed anno anche una maggiore indipendenza economica che spesso porta a delle difficoltà, nell’uomo, di accettare una donna che è libera di andarsene e che può stare anche senza di lui. Mi sono interrogata anche con tanti psichiatri sul perché di questo fenomeno, ma la risposta nessuno è stato in grado di darmela. Se penso al marito di Lucia Manca, che aveva paura di un divorzio in cui lui avrebbe perso dei beni, o al compagno di Sara Di Pietrantonio, che ragionava “o con me o con nessun altro”… Non trovo una spiegazione a questa follia, nonostante mi sia interrogata con tante persone che si occupano di queste cose. Rimango ogni volta spettatrice attonita come tutte noi donne. Ho tentato, con il libro, di metterlo nero su bianco. Se anche una donna, leggendolo, presterà più attenzione, farà un gesto in più, allora sarà stato un grande risultato».

A proposito di risultati… Quali sono quelli che vorrebbe ottenere e a chi si rivolge il suo libro?
«Come dicevo, credo che se il mio libro aiuterà a sensibilizzare anche solo una persona, sarà un gran risultato. Mi stanno chiamando anche gli assessorati alle Pari Opportunità dai comuni delle varie regioni. Tante donne lo stanno leggendo e mi scrivono e questo mi riempie di orgoglio. Quello che vorrei è poter portare la mia testimonianza ad altre donne riguardo le inchieste che sto seguendo e vivendo. Le donne non devono arrivare al punto di scomparire o di essere uccise, se per esempio una di loro dovesse essere spinta dalle scale dal compagno, dovrebbe fare subito qualcosa. So che è difficile, ci sono mille barriere, ma abbiamo la responsabilità ed il dovere di puntare il faro su questo problema».

Vuole aggiungere qualcosa?
«I fatti di questi giorni lasciano l’amaro in bocca a tutte noi donne. Io non sono una mamma, ma credo che le donne che sono mamme abbiano un compito importante nell’educare i loro figli, che saranno gli uomini e le donne di domani. Chiedo a loro un grande sforzo perché la gioventù sia migliore, perché si arrivi ad una parità di diritti più grande. È vero che le donne hanno ottenuto tanti risultati, ma il quotidiano ci dimostra che c’è ancora tanto da fare. Io posso parlare come giornalista e prego con il cuore le mamme perché facciano la loro parte: sono importantissime per il futuro dei nostri figli».

Dove è possibile acquistare il suo libro?
«Su Amazon e nelle librerie. Inoltre sarà in tutte le edicole di Italia per tutto il mese di Giugno».

Alessia Malachiti

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