sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I partiti in ritirata
Pubblicato il 01-06-2016


Lo sapevamo da un pezzo, almeno dal 2010. Prima liste civiche collegate ai candidati sindaco, poi la prevalenza di simboli civici sui simboli di partito, oggi l’esplosione dei localismi e la ritirata dei partiti dalle elezioni amministrative. 4000 liste civiche in un migliaio di comuni. Un record europeo. E’ un bene? No. Una cosa è valorizzare le esperienze locali, l’approdo alla politica di movimenti e associazioni che nei municipi hanno affrontato tematiche spinose e intendono sottoporle all’esame del voto, la spinta alla partecipazione e l’impegno per il bene comune, altra cosa la fioritura innaturale di simboli spesso fondati ‘alla bisogna’, estemporanei, oppure  di stampo decisamente trasformista.

Anche i partiti più strutturati si nascondono spesso dietro e dentro liste civiche, soprattutto al Sud. La conferma di una rinuncia, la conferma di una crisi durevole, l‘imbarazzo a sostenere le buoni ragioni della politica. Proprio mentre i grillini si istituzionalizzano, i partiti battono in ritirata dalle istituzioni più vicine ai cittadini.

Noi abbiamo scelto una strada diversa. La rosa socialista è presente in decine di comuni e torna, a distanza di anni, in molte grandi città. Dove siamo più deboli, simboli non di partito ma di area. Si è trattato di uno sforzo enorme compiuto da vecchi militanti e da una generazione più giovane di compagne e di compagni che ci hanno messo la faccia e si sono rimboccati le maniche. Un fantastico nuovo inizio indispensabile per continuare. Penso a Napoli, penso a Bologna e a Trieste, a Caserta, a Salerno, a Cosenza, ai candidati a sindaco di Melfi, Ferrandina, Città di Castello, Porretta, Finale, Cassano, e ricordo solo alcuni. Ma penso anche a Roma.

Nella capitale la partita è aspra. Se osservo i sondaggi, saremo decisivi per portare Giachetti al ballottaggio. Buoni candidati, un capolista eccellente, sindacalisti di vaglio e il nostro consigliere regionale in campo. E preoccupanti manifestazioni di ‘bipolarità’. Mi riferisco a quanti da mesi ritengono di dover presentare, sempre e dovunque, simboli socialisti e al momento del voto, benchè la rosa socialista sia sulla scheda elettorale, scelgono il PD. Si, proprio il PD, con tanto di dichiarazione pubblica a sostegno di taluni candidati. Molto attivi sulla rete, assenti tra la gente. Pronti a farti la lezione – mi riferisco a vecchi dirigenti – eppure già schierati altrove. Davvero un bell’esempio!

Riccardo Nencini

 

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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Commenti all'articolo
  1. Visto che le problematiche dei Comuni, specie quelli più popolati o più estesi, sono numerose e complesse, con risorse disponibili spesso insufficienti a soddisfare le tante e diverse aspettative, si potrebbe pensare che la politica tema di “bruciarsi” se vi si impegna coi propri simboli ed esponenti, e talvolta può anche far fatica a trovare nelle sue fila chi voglia candidarsi alla carica di primo cittadino, sia cioè disposto a “metterci la faccia”.

    Ci si affida così a personalità della “società civile”, o sono loro stesse a prendere l’iniziativa essendo riuscite ad affermarsi e a guadagnarsi apprezzamento e stima nella rispettiva attività, e ritengono legittimamente di aver capitalizzato tale proprio “credito” al punto da poterlo trasferire anche nel ruolo di amministratore, il che sta in effetti avvenendo, soprattutto laddove la politica si è per varie ragioni indebolita.

    Talora i candidati sono espressione dei cosiddetti corpi sociali intermedi, entità molto importanti del tessuto locale, che la politica non ha saputo semmai valorizzare o interpretare nel giusto modo, e che cercano così di avere una propria presenza a livello istituzionale, essendo venuta meno la fiducia verso il ruolo di rappresentanza che la politica sarebbe chiamata a svolgere..

    Un tempo, quando non c’era ancora l’elezione diretta del Sindaco, si correva per il partito di appartenenza, e l’eventuale “sconfitta” non ricadeva tutta sull’interessato, mentre oggi chi “perde” se ne porta tutto il peso, il che può, da un lato, scoraggiare chi vorrebbe proporsi a candidato, mentre, d’altro canto, chi supera la prova, semmai con risultati piuttosto lusinghieri, tende comprensibilmente ad attribuirsene il merito, e a rendersi abbastanza autonomo dal partito che lo avesse sostenuto, anche per marcare la propria “forza”.

    Un’autonomia che talvolta può giungere fino al “partito del Sindaco”, ma d’altronde non è da oggi che si assiste alla personalizzazione della politica, fenomeno che è nato o si è acuito con la fine dei partiti storici ed identitari.

    Verrebbe anche da pensare che il fiorire e moltiplicarsi di liste civiche non sarebbe avvenuto se vi fosse ancora il sistema proporzionale, ma non ne abbiamo comunque la controprova.

    Andando a concludere, io non vedrei in modo negativo i localismi, che possono essere un elemento di salvaguardia delle identità, ma occorrerebbe fare in maniera che non si configurino come un’antitesi alla politica.

    Paolo B. 02.06.2016

  2. Ho letto la proposta cui si riferisce Claudio47, e mi trovo senz’altro d’accordo sull’importanza della figura del Segretario comunale, quale supporto, e garanzia, per gli Amministratori di turno (all’epoca ho avuto modo di conoscere Segretari comunali molto preparati ed autorevoli, secondo almeno il ricordo che ne conservo).

    A sua volta la “BUROCRAZIA” può essere un importante elemento di garanzia per il cittadino, anche se capita talvolta di non vederla sotto questa luce, ma qui entra in gioco il suo funzionamento, nonché il rapporto tra politica e burocrazia, insieme a quello tra organi elettivi e organismi cosiddetti di “carriera”, nel senso che si tratta di materia articolata e complessa, e meritevole di ben altro spazio..

    Circa i confini all’interno dell’eurozona, a me sembra che vadano mantenuti fino a quando esistono gli Stati sovrani, ancorché con frontiere “aperte” o comunque “non chiuse”, ritenendo che i confini abbiano anche un valore simbolico ed identitario, come la bandiera, l’inno nazionale, la lingua.

    Se il processo di integrazione-unificazione europea andrà a compimento, i confini interni andranno via via a cadere, ma quantomeno fino ad allora i “simboli” identitari dovrebbero a mio avviso restare, anche perché non sappiamo quanto durerà questo cammino e quanti imprevisti potrà ancora incontrare, e mi sembrerebbe opportuno mantenere una qualche radice col il proprio passato, e la nostra storia di popolo. Del resto, per quanto mi risulta, ci sono Stati federati o confederati – non so se il termine sia quello giusto – che hanno mantenuto per certi versi i confini interni.

    Paolo B. 05.06.2016

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