lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Inps. Entro il 30 giugno
i versamenti volontari
per la pensione
Pubblicato il 22-06-2016


Inps
VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 GIUGNO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade giovedì prossimo trenta giugno il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al primo trimestre dell’anno corrente (Gennaio – Marzo 2016). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2016 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà addirittura spendere 522 euro in più. Entro la fine del mese di giugno – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre gennaio – marzo, il primo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (gli altri tre sono rispettivamente fissati al 31 ottobre, 31 dicembre e 31 marzo 2017). L’aumento, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero registrata dall’Istat nel 2015), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui vigenti parametri sono indicati in un’apposita, specifica  circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2016. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2016, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

 

Lavoro
420MILA NUOVI CONTRATTI NEL 2015. GIÙ I LICENZIAMENTI

Crescono i nuovi contratti di lavoro e, grazie alla decontribuzione, aumentano quelli a tempo indeterminato rispetto a quelli a tempo. Intanto calano i licenziamenti. È il quadro che emerge dal Rapporto del ministero del lavoro, che descrive un mercato in miglioramento nel 2015.

Nuovi contratti. Nel 2015 sono stati attivati 420 mila nuovi contratti di lavoro. È questo il saldo positivo tra i 10,4 milioni di contratti di lavoro attivati e le 9,98 milioni di cessazioni registrate lo scorso anno.

Contratti a tempo. Cala l’utilizzo del contratto a tempo determinato che però si conferma ancora come il contratto prevalente: si attesta al 65,5% dei contratti avviati nel 2015 rispetto al 68,6% di quelli registrati nel 2014. La quota di quelli a tempo indeterminato invece sale dal 16,7% del 2014 al 22,6% del 2015. Lo “spostamento delle nuove contrattualizzazioni” è agevolato dalla decontribuzione varata con la scorsa legge di stabilità.

Le trasformazioni. Il numero delle trasformazioni di contratti da rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato, che aveva subito un calo sia nel 2013 che nel 2014, fa registrare un deciso aumento nel 2015: si passa da 273 mila del 2014 a 489 mila del 2015, con una variazione percentuale su base annua del 79,5%.

I licenziamenti. Trend in discesa per i licenziamenti che nel 2015 sono stati pari all’8,4% del totale delle cessazioni per un totale di rapporti cessati pari a 842mila, circa 8,4 punti percentuali in meno rispetto al 2014, in calo a sua volta di 1,2 punti percentuali sul 2013.

 

No dei sindacati
PA, IPOTESI RINNOVO SOLO PER UN TERZO DIPENDENTI

Il rinnovo del contratto del pubblico impiego potrebbe riguardare solo un terzo dei dipendenti, circa 800mila. L’ipotesi a cui lavora il governo è infatti quella di concentrare le poche risorse disponibili sui redditi più bassi. Intanto, si intravede comunque una prima schiarita. Già la prossima settimana, o comunque entro la fine di giugno, il Cdm dovrebbe ratificare definitivamente i nuovi comparti del pubblico impiego e aprire la strada al rinnovo dei contratti. Numeri alla mano l’aumento del salario sarebbe comunque particolarmente contenuto e potrebbe lasciare a bocca asciutta una fetta consistente di lavoratori della Pa. Il governo infatti, come affermato di recente dal ministro Marianna Madia, è orientato a concentrare i 300 milioni stanziati nella legge di stabilità sugli stipendi più bassi. In pratica, secondo i calcoli riportati da fonti sindacali all’Adnkronos, su 3 milioni di dipendenti il rinnovo potrebbe interessare meno di un terzo, circa 800 mila, cioè quelli con un reddito fino a 26mila euro. Una ipotesi, quella dell’esecutivo di escludere una parte consistente di lavoratori pubblici dal rinnovo, fortemente contrastata dai sindacati.
“Per noi la questione delle risorse è pregiudiziale, se vengono date solo ai redditi più bassi la contrattazione parte male” ha dichiarato all’Adnkronos Serena Sorrentino, segretario confederale della Cgil. “Gli aumenti sui minimi tabellari devono riguardare tutti i dipendenti pubblici” ha rincarato la sindacalista, facendo riferimento alla sentenza della Consulta e all’influenza del blocco dei contratti per 7 anni sul potere d’acquisto. Anche se le quote di salario potranno essere diversificate, secondo la Cgil, “i criteri vanno stabiliti nella contrattazione – ha avvertito Sorrentino – basta con gli atti unilaterali, si avviino i tavoli di discussione, si utilizzi lo stesso metodo che si sta adoperando per le pensioni”. Anche Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil, è sul piede di guerra. “Non accetteremo mai aumenti solo ai redditi più bassi, come annuncia Madia – ha sostenuto – in 7 anni i sacrifici li hanno fatti tutti”. La Uil, tra l’altro, il 7 giugno scorso, ha indetto un attivo dei quadri e dei delegati del pubblico impiego per avanzare proposte ed eventualmente programmare qualche ulteriore mobilitazione. Del resto per i sindacati la coperta è molto corta solo 300 milioni per i rinnovi nel 2016, considerando anche il periodo che va da luglio a dicembre 2015, come stabilito dalla Consulta. Oltre al tema delle risorse i sindacati criticano il ministro della Pa per i tempi eccessivamente lunghi. Sono passati due mesi infatti, dalla firma dell’accordo raggiunto all’Aran, il 4 aprile, sulla riduzione a 4 dei comparti. Il testo, che ha ricevuto il via libera dal Mef nei giorni scorsi, dopo il via libera del Cdm dovrà passare al vaglio della Corte dei Conti e tornare di nuovo in Aran per la sottoscrizione definitiva tra le parti. Se tutto filerà liscio, l’avvio del negoziato per il rinnovo del contratto del pubblico impiego potrebbe avvenire entro luglio. Un tempo biblico per i sindacati che intanto hanno indetto una serie di scioperi regionali della funzione pubblica e si dichiarano pronti a nuove mobilitazioni.
“Non capisco perché – ha sottolineato Foccillo – si perda tanto tempo se l’accordo è voluto dalla legge”. Ad insistere sullo stesso tasto c’è anche Maurizio Bernava, segretario confederale della Cisl. “Stiamo sollecitando affinché si discuta nel merito ma il ministro Madia sta perdendo tempo. I lavoratori pubblici, anche nell’interesse del Paese, hanno diritto a partecipare ai processi di riorganizzazione e di avere un recupero dei salari”. Per il sindacalista Cisl comunque il rischio è che ci sia un aumento della conflittualità. “Noi continueremo a confrontarci con spirito aperto e consapevole ma il ministro non deve perdere tempo”, ha ribadito Bernava. Il timore che l’atto di indirizzo possa riservare spiacevoli sorprese, calate dall’alto, è condiviso pure da Michele Gentile, responsabile dei settori pubblici di Cgil. “Rimane il problema di sapere cosa ci sarà scritto nell’atto di indirizzo, dovrebbe riportare alla contrattazione aspetti che oggi sfuggono, dalla mobilità alla produttività, al salario accessorio”.

 

Fp Cgil
SERENA SORRENTINO NUOVO SEGRETARIO GENERALE

Serena Sorrentino alla guida della Funzione Pubblica Cgil. La scorsa settimana, al termine di una due giorni di Assemblea generale, la categoria dei servizi pubblici della Cgil l’ha eletta segretaria generale, a grandissima maggioranza con il 95% dei voti favorevoli, il 3% di contrari e il 2% di astenuti. Sorrentino viene considerata molto vicina al segretario generale della Cgil – che ha proposto la sua candidatura – e non a caso Susanna Camusso, visibilmente soddisfatta, l’ha abbracciata subito dopo la dichiarazione programmatica che ha preceduto la votazione. Sorrentino subentra a Rossana Dettori che ha lasciato l’incarico dopo sei anni alla guida della Fp Cgil.Già segretaria confederale nazionale della Cgil, Serena Sorrentino, napoletana, è nata nel luglio del 1978. Dopo alcune prime esperienze a Napoli – entra nella segreteria della Camera del lavoro a soli 23 anni – arriva in Cgil nazionale nel gennaio del 2010 per occuparsi delle politiche di pari opportunità. A giugno dello stesso anno viene eletta in segreteria nazionale, ruolo che le viene confermato nel giugno del 2014. Il lavoro, insieme al suo complesso portato di diritti, da difendere e conquistare, è stato il centro del suo impegno. Per stare solo alle cose più recenti, il contrasto al Jobs Act e la ‘Sfida per i diritti’ della Cgil, la Carta dei diritti universali del lavoro, sono i punti sui quali ha lavorato con dedizione e costanza. Adesso è subentrata Rossana Dettori, in qualità di numero uno della Funzione Pubblica Cgil. È la più giovane segretaria generale della Fp Cgil nella storia e, al momento, nel panorama della Cgil, la più giovane tra tutte le categorie nazionali.

 Carlo Pareto

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