mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La memoria degli smemorati
Berlinguer e la libertà liberale
Pubblicato il 03-06-2016


Prosegue l’acceso dibattito su Enrico Berlinguer, il più venerato leader del PCI dopo “il Migliore’, alias Palmiro Togliatti. Ora scende in campo la figlia Bianca, che difende appassionatamente la libertà di opinione (Corriere della Sera, 23 maggio 2016). Il suo è un intervento molto sensato e direi anche un po’ eterodosso – i fan del padre coltivano un solo genere: l’agiografia, l’esaltazione acritica. Questa inaspettata – ma sacrosanta – perorazione in favore della libertà nasce da un’occasione ben precisa: a quanto pare Massimo Franchi, giornalista dell’Unità, corre il rischio di sanzioni disciplinari perché avrebbe “twittato” messaggi su Enrico Berlinguer (condite di allusioni su chi ne tradirebbe il lascito politico) sgraditi alla proprietà del giornale su cui scrive.  Bianca dice cose nobili e giuste: ogni lavoratore deve potersi esprimere liberamente, purché le sue parole non danneggino l’immagine dell’azienda per cui lavora; le “censure e le interdizioni” deformano oltretutto il dibattito politico-culturale aperto proprio dall’Unità nel 2015 con il saggio di Biagio de Giovanni “Berlinguer ha vinto o è stato sconfitto?” Una querelle, quella sull’eredità politica di Berlinguer, che dev’essere assolutamente “libera”. Ma cosa significa esser liberi? Io direi svincolati, affrancati da tabù e pregiudizi; e pure audaci, eretici, controcorrente. Aggiungerei: discutiamo con cognizione di causa e onestà intellettuale. Sono passati trent’anni dalla morte di Berlinguer. Dovremmo avere tutti il necessario distacco critico.

Ma così non è. E si capisce il perché: questa non è una controversia qualsiasi. Quando si parla di Berlinguer si va oltre il giudizio politico sulla sua leadership. Entrano in gioco idee forti e passioni travolgenti: il modo in cui leggiamo un periodo travagliato della storia italiana postbellica (e forse non solo quella), come concepiamo e viviamo la politica, quali ossessioni, fobie e amnesie ci affliggono. Insomma: ditemi quello che pensate di Berlinguer e vi dirò che personalità politica avete. Ecco perché le discussioni sono sanguigne, viscerali e quindi poco obiettive. Nessun altro leader della Prima Repubblica ha la stessa capacità di suscitare i nostri desideri, le nostre angosce, le nostre frustrazioni. Nessun altro leader scomparso da così tanto tempo riesce ad avvinghiarci alla contemporaneità e a proiettarci nel futuro. Pensando a Berlinguer ci vien spontaneo domandarci: in che razza di società  vivo? In che mondo ideale vorrei vivere? In effetti, molti pareri su Berlinguer mascherano un giudizio sui nostri (supposti) “vizi nazionali” e sull’Italia di oggi. I tweet di Massimo Franchi, quei “messaggini” censurati perché contrari alla linea editoriale dell’Unità, sono eloquenti: “propugnare che Berlinguer sbagliasse su Eurocomunismo e Questione morale e che invece dovesse allearsi con Craxi è molto renziano.” Il vero bersaglio qui è Renzi, il nuovo sgomitante riformista – termine, questo, a lungo esecrato dalla sinistra dura e pura. Rompere con Togliatti era molto “saragattiano”; combattere l’eurocomunismo era molto “craxiano”; criticare Berlinguer è molto “renziano”. La linea di continuità è chiara: Saragat, Craxi, Renzi, ovvero gli infami revisionisti del Grande Ideale, gli opportunisti a caccia di denaro e poltrone. Il secondo tweet di Franchi lascia pochi dubbi al riguardo: “abbassando sempre di più la soglia gramsciana dell’intransigenza si ritrovarono in compagnia di revisionisti, faccendieri, piduisti. Ma siamo di sinistra, rispondono.”

Analisi storica, zero. Non una parola sulla bancarotta fraudolenta del comunismo. Non una parola sulla fede misticheggiante di Berlinguer, il quale credette fino all’ultimo dei suoi giorni in un immaginario comunismo libertario. Figuriamoci qualcosa di intelligente sulle radici ideologiche del duello fra Craxi e Berlinguer. Secondo la vulgata politically correct Craxi è l’incarnazione di Belzebù; Berlinguer l’alter ego di Padre Pio.

Il dibattito su Berlinguer fa emergere una costante della nostra storia politica: la guerra civile a sinistra fra riformisti  e massimalisti – propugnatori di compromessi e riforme graduali i primi, rivoluzionari intransigenti e utopisti acchiappanuvole i secondi. L’ideologia comunista è morta e sepolta, ma la mentalità massimalista va ancora per la maggiore. E infatti riappare, come un’anima in pena, nei partiti e movimenti di protesta i più disparati. L’ur-massimalista ha una convinzione ferrea: c’è una sola sinistra autentica, originaria, pura e incontaminata: la sua. Gli altri sono tutti di destra (e, se si ostinano a dichiararsi di sinistra, sono traditori-usurpatori). L’ur-massimalista ha la verità in tasca, s’intende. Ed è anche un moralista all’ennesima potenza: lui è onesto, i ladri sono sempre gli altri. Questo dualismo puro-impuro ha una matrice religiosa. Abbandoni la retta dottrina? Rifiuti il dogma? Allora sei un corrotto. Turati, leader integerrimo del socialismo, fu additato da Togliatti come un individuo spregevole, perché “corrotto dal parlamentarismo borghese”. Il moralismo è per definizione ipocrita, a senso unico. La soglia gramsciana dell’intransigenza si abbassava fino a scomparire quanto nelle casse del PCI affluivano i milioni di dollari provenienti dall’URSS (l’oro da Mosca). Questa è storia, questi sono fatti accertati. Ma, immagino, è troppo renziano o craxiano ragionare così.

Berlinguer era in ‘buona fede’, nel senso che era disinteressato e aveva una vocazione politica genuina. Ma la sua filosofia politica – il marxlenismo – era sbagliata e nociva. La differenza cruciale tra Berlinguer e Craxi è tutta nel diverso giudizio che diedero sull’URSS: per il primo, quella sovietica era una società socialista con tratti illiberali; per il secondo era una società illiberale con tratti socialisti. Questa è l’autentica questione morale che contrappose i due leader della sinistra italiana negli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Né Berlinguer né gli altri dirigenti del PCI ruppero mai radicalmente con l’URSS, patria del socialismo reale. Secondo loro, nonostante errori ed involuzioni, nell’URSS si respirava un clima morale superiore rispetto al fetore che emanava dai Paesi capitalistici, inclusi quelli liberal-democratici. Lo ‘strappo’ da Mosca fu gonfiato oltre misura dagli ammiratori di un leader il quale aveva solo detto che “la spinta propulsiva” della Rivoluzione sovietica si era esaurita. Ammissione, questa, tardiva e parziale. Berlinguer non si sarebbe mai sognato di dire la verità, e cioè che la Rivoluzione bolscevica era stata un bagno di sangue inutile oltreché disumano; che i menscevichi, massacrati dai ‘compagni’ bolscevichi, avevano ragione nel volere una democrazia socialista; che Lenin era un dittatore feroce e psicopatico; che la social-democrazia europea aveva intrapreso la via giusta e vincente, quella del Welfare State e del mercato capitalistico regolato in un clima di democrazia e libertà. No, lui era un comunista tutto d’un pezzo, e tale rimase fino alla fine. La vera democrazia, la vera libertà si raggiunge solo quando si sopprime la proprietà privata, versione secolarizzata del peccato originale o della caduta dallo stato di grazia. Il capitalismo è il regno del male, il comunismo il paradiso terrestre. Questo il suo credo.

L’identità politica di molti italiani si basa sull’amnesia, sui vuoti di memoria selettivi. Ragionare di storia laicamente, secondo canoni scientifici è quasi impossibile: troppo diffuso un uso pubblico/politico della storia che alimenta miti, che inventa o cancella fatti ed eventi. Un solo  esempio: molti ex comunisti dicono che il vero partito socialista, in Italia, fu il PCI. Il che è come dire che la vera Riforma protestante, da noi, fu la Controriforma.

Perché siamo così propensi a leggere la storia in chiave moralistica mentre di fatto tolleriamo un machiavellismo deteriore, una parodia dell’etica del Principe? Semplice: perché siamo un Paese profondamente cattolico, anche se siamo credenti all’acqua di rose o atei. La Controriforma ha inghiottito il Rinascimento paganeggiante e, con questo, i primi vagiti della mentalità laica in Italia. Così abbiamo sviluppato una coscienza politica inquieta e schizofrenica. Ci siamo dimenticati la straordinaria lezione politica di Machiavelli: il realismo politico. La cultura cattolica ci ha inculcato il bisogno utopistico di Santi ed Eroi. Ma ci ha anche obbligati ad assistere all’esercizio spregiudicato del potere. Da un lato la predicazione evangelica egalitaria e pauperista (siamo tutti figli di Dio; il denaro è lo sterco del demonio); dall’altro la disinvoltura politica e finanziaria (la Chiesa che si allea con sovrani dispotici, la vendita delle indulgenze e delle cariche ecclesiastiche). “Il fine giustifica i mezzi”, estrapolazione perentoria che non si trova negli scritti di Machiavelli (piuttosto: “nelle azioni … massime de’ principi … si guarda al fine”), si confà più a un uomo di chiesa che non a un principe rinascimentale. E’ il primo che, esercitando il potere temporale illegittimamente, aveva bisogno di ammantare la propria azione con nobili fini morali.

Il culto di Berlinguer è naturale in un Paese impregnato di cattolicesimo controriformistico. Che c’è di strano se un leader di specchiata onestà accettava che il suo partito fosse finanziato illegalmente da uno Stato straniero, potenzialmente nemico dell’Italia? L’importante è che la causa sia nobile. La virtù nasce dalla fede nell’ideale. Anche i papi erano al tempo stesso uomini pii e sovrani avvezzi a tutte le astuzie del potere. Per capire a che contorcimenti mentali può portare la cultura della Controriforma, basta riflettere sul titolo dell’articolo di Bianca: “La lezione di libertà di mio padre Enrico Berlinguer”.  La passione politica dell’ideatore del Compromesso storico è fuori discussione. Ma la lotta per la libertà, quella no, non era nelle sue corde. Sostenere il contrario è un falso storico. Era il vituperato PSI di Craxi a sostenere i dissidenti oltre Cortina. Era un PSI diviso in correnti rissose a tenere accesa la fiammella dell’eresia. Il PCI era ingabbiato nel centralismo democratico, e ammetteva solo una libertà vigilata. Tutte le grandi battaglie sui diritti civili, dal divorzio all’aborto, alla giustizia giusta (garantismo e diritti dell’imputato), furono portate avanti da socialisti, radicali, liberali di sinistra, social-democratici. I comunisti, come l’intendenza di Napoleone, seguirono. In alcuni casi (giustizia giusta) remarono addirittura contro. Loro, del resto, miravano solo, e ossessivamente, al compromesso con i cattolici, grimaldello per scardinare il meccanismo capitalistico.

Io mi batterò per la libertà di espressione, sempre. Chiunque sia il mio interlocutore.  Ma tutti coloro che sono stati colpiti da provvedimenti censori, espulsioni da partiti (ricordate la fine che fece il gruppo del Manifesto?), repressioni, demonizzazioni, dovrebbero porsi qualche domanda sulla storia italiana. Vi siete mai chiesti perché in Gran Bretagna e negli Stati Uniti c’è un vero e proprio culto per la libertà di parola? E da noi, invece, c’è ancora il reato di opinione? In Italia la cultura illiberale ristagna come l’acqua di una palude. E’ il lascito peggiore della Controriforma, che ci ha abituati al servilismo, alla dissimulazione e al conformismo ideologico. Mentre nei Paesi protestanti ci si batteva per il diritto di interpretare le Sacre Scritture, per la libertà di coscienza, da noi regnava l’ipse dixit, il dogma, e il Santo Uffizio faceva calare la scure sugli eretici, sui dissenzienti, sui liberi pensatori. Quel grumo di ostilità per la libertà di parola e l’indipendenza di giudizio è rimasto compatto fino al Fascismo. Non è stato facile aggredirlo, lo spirito illiberale, neppure negli anni della Repubblica democratica. Se il PCI gettò radici così profonde nella società italiana è proprio perché non fu un partito liberale e libertario. Il PCI era una chiesa secolarizzata, e Berlinguer ne fu il papa più carismatico dopo Togliatti. Milioni di italiani ci si trovarono a loro agio perché cercavano un’alternativa terrena alla Chiesa. Continuate pure a venerare la memoria di Berlinguer, ne avete tutto il diritto. Ma non manipolate la verità storica. Berlinguer fu senz’altro una figura degna di rispetto. Ma non fu un profeta della libertà liberale.

Edoardo Crisafulli

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