venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Politica estera di Matteo Renzi
Pubblicato il 03-06-2016


Una volta – diciamo ai tempi della mai abbastanza deprecata prima repubblica – l’essere, o quanto meno l’apparire più a sinistra di qualcun altro era considerato in quell’ambiente un titolo di merito.
Nella seconda l’argomento è utilizzato molto meno.
Ma semplicemente perché è completamente sovrastato da quello nuovo/vecchio proposto da Renzi. Pure, lo stesso premier potrebbe ricorrere tranquillamente all’“usato sicuro”. Perchè, almeno in politica internazionale, è chiaramente più a sinistra del suo partito.Lo è per quanto riguarda i rapporti con l’Europa perchè un populista furbo è preferibile ad un europeista letargico. E lo è per quanto riguarda i rapporti con il mondo esterno, perchè, almeno nelle aree più sensibili, l’erede della cultura cattolica è senz’altro migliore di quello dei Blair e dei Clinton.
Ciò doverosamente detto non è, però, affatto certo che le strategie proposte dal nostro governo siano vincenti o comunque praticabili. E vediamo perchè.
Nei rapporti con l’Ue, il nuovo governo ereditava uno stato di cose disastroso. Per decenni avevamo inghiottito senza reagire le ricette di Bruxelles, magari in nome dello stato di necessità; ma ciò non ci aveva fatto uscire dall’angolo; anzi. Adesso Renzi, a prescindere da ogni considerazione di merito sulle sue riforme, sembra comunque essere riuscito a fare accettare dalla Commissione lo scambio tra le riforme stesse e il riconoscimento di un certo grado di flessibilità nell’interpretazione dei parametri di Maastricht. Diciamo, allora, che il paese avrebbe superato indenne il proimo tempo dell’incontro; rimanendo, peraltro, impregiudicato l’esito finale della partita. In questa seconda fase peserà però, eccome, la questione del debito; e il non essere riusciti a costruire un sistema di alleanze che ci consenta di rinegoziare le regole dei trattati in posizione di forza. Perché da sola l’Italia (come la Grecia o la Spagna prima di lei) potrà fare ben poco; mentre la finestra di opportunità offerta dalla possibile presenza di governi di sinistra in tutti i paesi del sud Europa e dalla presidenza Obama potrebbe chiudersi già a partire dalla prossima primavera.
Nei rapporti con il resto del mondo il contrasto tra la qualità dei nostri progetti e i processi in atto sul terreno è, poi, molto più marcata.
I primi sono tutti corretti. Giusto mantenere in piedi il dialogo con Mosca contestando la logica delle sanzioni e della guerra fredda. Giusto vedere l’accordo sul nucleare come strumento per reinserire Teheran nella comunità internazionale, con i suoi diritti e i suoi doveri. Giusto guardare ai problemi del Medio oriente in una prospettiva di mediazione e non di scontro tra buoni e cattivi. Giusto rifiutare nuove avventure militari in Libia. Giusto, infine: rivendicare, in linea di principio e di fatto, la politica dell’accoglienza.; rifiutare di dichiarare l’Italia in stato di guerra; e, infine,collocare i problemi dell’immigrazione in una dimensione collettiva: che si tratti della definizione di nuove regole o dei rapporti tra i “paesi d’arrivo e quelli di partenza”.
Ora, in tutto questo, il Grande Rottamatore, l’uomo ai cui occhi la politica in Italia comincia nei primi mesi del 2014, vive una situazione paradossale e potenzialmente drammatica. Perchè ha dalla sua il passato, lontano ma anche prossimo. La continuità di una politica estera di grande sapienza, sostenuta da una diplomazia e da strutture di sicurezza estremamente attente ed espressa a livello politico da Moro come da Andreotti, da Craxi come da Berlusconi. L’attenzione costante della Chiesa cattolica che, a partire dalla difesa dei cristiani d’oriente si è battuta contro ogni spirito di crociata; e  che, con papa Francesco ha identificato nei migranti il messaggio universale della povertà. La cultura nazionale di un paese perdonista, generoso, disordinato, poroso, tollerante del diverso, all’occorrenza xenofobo ma mai veramente razzista.
Contro di lui, invece, il presente e il futuro. E, in particolare, nella questione dell’immigrazione.
Nel presente un sistema che affida al paese di primo ingresso il compito di stabilire la possibilità, o meno di accesso allo spazio di Schengen di un extracomunitario. Il tutto basato su di una “tipologia del richiedente” (il professore con la barba bianca in fuga dai paesi del socialismo reale, il rude lavoratore turco o arabo, in arrivo su chiamata e disposto a tornare a casetta sua al termine del suo periodo di ingaggio) oramai scomparsa tra gli altri cimeli del novecento. Nel presente e nel futuro l’Italia come unico punto di entrata dell’immigrazione proveniente sia dall’Asia che dall’Africa; e senza la possibilità materiale di distinguere tra profughi, meritevoli di asilo, e persone fuggite in cerca di una vita migliore, da rimandare nel loro paese d’origine. Il tutto con due circostanze aggravanti: primo, l’impossibilità materiale e morale di “intercettare e respingere”. Secondo, l’assenza (eccezion fatta della Tunisia) di interlocutori sull’altra sponda del Mediterraneo in grado non solo di controllare l’immigrazione alla fonte ma anche di prendere in considerazione incentivi per la gestione congiunta del fenomeno.
Una situazione senza sbocchi e che rischia di precipitare in ogni momento. Per evitare il peggio bisognerebbe uscire dalla contrapposizione rovinosa tra logica dell’ accoglienza (letta come immigrazione incontrollata) e logica della difesa identitaria (letta come chiusura delle frontiere), ragionando di numeri e di integrazione. Ma ci sono in Europa istituzioni o stati disposti a ragionare?

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. L’espressione usata dall’Autore “paese perdonista, generoso…….all’occorrenza xenofobo ma mai veramente razzista” mi sembra illuminante, e dà l’idea di una comunità sostanzialmente disponibile ma che vedo sempre più preoccupata – una sua parte almeno, stando ai segnali che quotidianamente possiamo avvertire – per un problema del quale non riesce ad intravedere una soluzione all’orizzonte, e non a caso troviamo scritto più avanti “Una situazione senza sbocchi e che rischia di precipitare in ogni momento”.

    Intendimenti e principi sono importantissimi, vedi il proposito di “uscire dalla contrapposizione rovinosa tra logica dell’accoglienza ……e logica della difesa identitaria”, ma se la politica, nazionale ed europea, cui spetta di dar corpo ai principi – essendo proprio questa la sua prestigiosa e nobile funzione – non riesce in questo arduo ma “alto” compito, non ci si può poi stupire se alla fine dovesse prevalere nelle nostre comunità lo spirito identitario

    Paolo B. 05.06.2016

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