sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dalla Germania un film sull’India “La ragazza
con lo smeraldo indiano”
Pubblicato il 07-06-2016


smeraldo indianoUna ragazza tedesca diventerà la nuova “Madre Teresa di Calcutta” per l’India, compiendo una rivoluzione sociale e culturale pari a quella messa in atto dalla missionaria. Mentre scopre un nuovo caso di “silenzio degli innocenti” a cui ‘darà voce’, ci svelerà tutto un universo sull’India, forse sconosciuto a molti. Una terra dai forti contrasti, dove ci sono i ricchi e poi gli ultimi, i cosiddetti ‘intoccabili’, discriminati e allontanati da tutti. Palazzi regali fastosi accanto a ‘baraccopoli’ rase al suolo, come fossero immondizia da gettare nella spazzatura, proprietà dei potenti, di maharaja, che tutto possono e controllano come fosse proprietà privata loro, con diritto di vita e morte.
Una terra dove dominano le credenze popolare, le leggende, dove tutto è già deciso, prestabilito, scritto da un fato noto a stregoni, veggenti e cartomanti, figure centrali nella vita delle persone. Ritmi scanditi dalla preghiera e dalla meditazione, con inni rivolti alle centinaia di divinità venerate in loco. Ogni posto in India ha una valenza, da quello dove ricercare la felicità, al fiume Gange per la pace eterna dei morti, ai cimiteri che racchiudono segreti inconfessabili. Storie di anime predestinate e che per forza il destino farà incontrare, per stravolgere le loro vite, ma anche gli schemi indiani che vengono rovesciati. Su queste ambivalenze e contrasti si muove il film tedesco “La ragazza con lo smeraldo indiano”, per la regia di Michael Karen e la sceneggiatura di Natalie Scharf. Un film curato nei dettagli, in cui la luce riveste un ruolo preponderante: quasi stia lì a simboleggiare lo smascheramento di verità celate tutte da scoprire, che man mano emergono a galla. E poi i colori, di cui l’India è piena, come di suoni e rumori. Per non parlare degli abiti sofisticati. Una regia tedesca diversa rispetto a tutti gli altri prodotti provenienti da questo Paese: sembra essere un documentario sull’India, senza tuttavia avere quell’inquadratura un po’ irreale ed estraniante tipica di certi esempi cinematografici tedeschi, che richiamano quella delle nostre soap opera. A parte questo, la forza del film è che stravolge preconcetti di una terra circoscritta ed ancorata alle credenze popolari e alla magia, per farne un posto propulsivo di cambiamento e di avanguardia.
Non mancano citazioni di luoghi comuni quale la mucca sacra, il traffico e la guida spericolata che animano le strade locali, sempre sterrate e che pullulano di gente che si muove e grida in modo animato, senza ordine quasi, perché l’unica legge che seguono è quella dettata dagli dei, che adorano con statuette votive presenti ovunque. E poi la povertà e la fame dei più “derelitti”, che li conducono a rubare; ma, di fronte allo squallore apparente che possa colpire ed alla desolazione di gente che non ha nulla, domina la loro onestà integerrima, un principio morale che li spinge alla solidarietà e all’aiuto del prossimo. La stessa che mettono delle ong umanitarie nel loro operato, presenti da decenni sul territorio, che cercano di portare soccorso offrendo cibo, medicinali, un punto di riferimento e un rifugio a cui rivolgersi a chi è in difficoltà, con sincerità, fratellanza e rispetto. Tutto, però, non è così apparentemente abbastanza comune, perché presente anche in altri Stati (le stesse cose accadono, infatti, anche in molte nazioni diverse, lontane e distanti). Qui le pene sono molto più severe e nelle carceri vigono condizioni pesanti cui sopravvivere è difficile, senza contare che esiste ancora la pena di morte per impiccagione pubblica. Le differenze sociali non sono le sole barriere da superare, ma vi sono anche quelle legate al sesso, assai più radicate e sostanziali. Se una donna conta poco, soprattutto rispetto a un uomo o al marito in particolare, una figlia femmina può diventare un peso di cui volersi sbarazzare.
La nascita di un figlio maschio è un miracolo di cui ringraziare gli dei. Che cosa accade quando di mezzo c’è un’eredità preziosa e, soprattutto, se il problema di un giusto erede diventa una questione di corte? I capelli di una principessa o di una regina valgono tantissimo (esiste, oltre il rito della cremazione, un’altra usanza che vuole che, in caso di lutto, ella li debba tagliare), ma un maharaja ha bisogno di un figlio maschio cui affidare il regno. E se non c’è o se arriva una femmina che si fa? E allora ecco che bimbi maschi dei poveri vengono venduti per poco ai reali e scambiati, per essere sostituti delle femmine indesiderate e inconvenienti. Uno “scandalo” scoperto dalla protagonista, la giovane tedesca Annie Kruger, interpretata magnificamente da Stephanie Stumph. Le bambine non hanno diritti neppure all’istruzione e lei, insegnante, questa cosa non la può accettare. Così come, figlia della società del progresso, di una Germania multietnica, non sopporta le discriminazioni sociali. Perché non si può parlare con gli ‘intoccabili’: gente semplice ed onesta?
Giunta per caso in India a cercare il padre, scomparso all’improvviso senza lasciare tracce né notizie, scoprirà che la sua storia personale è legata profondamente a questa terra. Qui sarà una sorta di pietra preziosa, come quella che le verrà regalata: lo smeraldo indiano che dà il titolo al film. Non si limiterà, però, a scoprire la verità sulla scomparsa di suo padre Wilhelm (Peter Prager), ma vorrà dare il suo contributo a cambiare questa terra. Quasi come una profezia che si avveri, che aveva annunciato l’arrivo di un nuovo Messia, lei si farà paladina degli ideali di umanità, di solidarietà, di uguaglianza e giustizia, di parità di genere, di fratellanza possibili anche qui in India. Il cammino, le insidie, i pericoli saranno molti. E tanti altri personaggi entreranno nella sua vita: dalla potente Maritha (Suzanne von Borsody), a suo figlio Arun (Omar El-Saeidi), al suo amico ‘intoccabile’ Karan. Non manca del romanticismo, in una storia che sembra sospesa in una dimensione di sogno, tanto è grande l’obiettivo che insegue ostinatamente Annie: ragazza forte e coraggiosa, determinata e che non ha paura di sfidare i preconcetti e le rigide regole indiane.
Allora, se davvero dominano la magia e il potere delle divinità, è altrettanto davvero possibile che gli dei puniscano chi ha maltrattato un ‘intoccabile’ come Arun, forte del suo titolo regale, facendogli subire una stessa offesa ed umiliazione. Egli, infatti, scoprirà di essere un ultimo proprio come Karan, che aveva colpito per gelosia nei confronti di Annie. Per il disonore si ucciderà, ma la sua morte sarà comunque regale (con il suo servo che morirà con lui per servirlo sino alla fine); tuttavia un sacrificio, quello di Arun, necessario proprio per riabilitarlo: così sarà nobile non di sangue, ma di animo.
E, viceversa, che essi nobilitino una ragazza come Annie, premiandola quasi per il suo coraggio e la sua generosità; ella si scoprirà la legittima erede del maharaja e sarà destinata a rimanere in India per sempre, dove insegnerà alle bimbe, portando cultura, progresso e civiltà. Affascinanti le musiche, curate da Siggi Mueller e Jörg Magnus Pfeil, ma curioso anche il modo in cui viene trattata la figura del maharaja. Una figura misteriosa e una presenza sempre incombente, quasi un fantasma la cui reminiscenza muove tutto: il suo quadro ha lo stesso fascino inquietante che ha caratterizzato da sempre il noto dipinto de “Il ritratto di Dorian Grey” di Wilde. Dunque un finale particolarmente positivo e rivoluzionario, che stravolge ogni concezione ancestrale che vede l’India confinata in un immobilismo paralizzante. Ne fa la cornice di un cambiamento epocale.

Barbara Conti

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